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Italia

Tecnici e professionali diventano licei: basta scuole di serie B

Carolina Volta

Il decreto scuola cancella la parola «istituto». Dietro l'etichetta c'era una gerarchia che ricalca il titolo di studio dei genitori. Il governo la rompe, la sinistra la chiama «facciata».

Riassunto dell'articolo

Il decreto scuola approvato il 24 settembre 2026 rinomina gli istituti tecnici in licei tecnologici e i professionali in licei professionali, lasciando invariati gli ordinamenti, rivedendo il monte ore dei tecnici e aggiungendo 10 milioni ai campus della filiera. Il governo motiva la scelta con la pari dignità dei percorsi. I dati Istat e Censis mostrano che la scelta tra liceo e istituto dipende molto dal titolo di studio dei genitori. La FLC CGIL parla di operazione di facciata e chiede di restituire le ore tagliate. Il decreto va convertito in legge entro 60 giorni.

Con il decreto scuola approvato giovedì dal Consiglio dei ministri, gli istituti tecnici diventano licei. I tecnici si chiameranno licei tecnologici, i professionali licei professionali. A prima vista è un cambio di targa sulla porta. Non lo è.

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Nello stesso provvedimento c’è il tetto del 30% agli alunni stranieri senza adeguata conoscenza dell’italiano. Due norme lontane, una sola domanda: la scuola deve dividere i ragazzi in recinti o metterli nella condizione di salire?

Cosa prevede la norma sui licei tecnologici e professionali

Il testo cambia la denominazione dei percorsi e la estende a tutte le norme collegate e agli indirizzi di studio. Gli ordinamenti restano quelli in vigore: si studiano materie diverse, ma sotto lo stesso nome.

Accanto al nuovo nome arrivano una revisione del monte ore dei tecnici, legata alla riforma finanziata dal PNRR, e 10 milioni in più per i campus della filiera tecnologico-professionale. Il quadro completo delle misure è nella nostra guida su cosa prevede il decreto scuola.

Il «bollino di serie B» che la scuola applica a 14 anni

Il ministro Giuseppe Valditara ha usato un’immagine precisa: oggi la parola «istituto» è un bollino di serie B. Per decenni la scuola italiana ha mandato alle famiglie un messaggio chiaro. Il liceo per chi studia, l’istituto per chi deve andare a lavorare presto.

Il ministro ha spiegato che non si tratta di insegnare le stesse cose ovunque. Il punto è la pari dignità: una scuola che per Costituzione mette tutti i ragazzi sullo stesso piano non può più distinguere tra chi frequenta un liceo e chi frequenta un istituto.

Chi finisce nei tecnici e nei professionali

La questione non riguarda una minoranza. Per l’anno scolastico 2026/2027 il 30,8% dei ragazzi iscritti al primo anno ha scelto un istituto tecnico e il 13,3% un professionale. Oltre quattro studenti su dieci.

Chi sono questi ragazzi lo dicono i dati. Secondo un’indagine Censis, quasi metà dei liceali ha almeno un genitore laureato. Nei tecnici e nei professionali la quota scende a circa uno su quattro.

L’Istat nel Rapporto annuale 2026 è ancora più netto. Quando i genitori si sono fermati alla licenza media, due figli su tre scelgono un tecnico o un professionale. Quando in casa c’è una laurea, tre su quattro vanno al liceo.

L’etichetta, quindi, non colpiva una scuola. Colpiva una parte della Nazione. Cittadini di serie A e cittadini di serie B, selezionati a 14 anni dal titolo di studio di mamma e papà.

Dal tetto del 30% ai licei: la stessa idea di scuola

Il tetto agli stranieri nasce per evitare le classi ghetto. Dove si concentrano alunni che non parlano italiano, rallentano tutti: gli stranieri restano indietro e le famiglie italiane portano i figli altrove. Il risultato è la scuola di quartiere svuotata e segregata di fatto.

La norma sui licei segue la stessa logica un gradino più su. Nessun ragazzo deve restare chiuso in un recinto, né per provenienza né per censo. Integrazione con regole da una parte, dignità senza gerarchie dall’altra: è un unico disegno.

La risposta della sinistra: «operazione di facciata»

La FLC CGIL ha liquidato il cambio di nome come una mera operazione di facciata. Il sindacato chiede di restituire le ore tagliate, a cominciare da italiano e letteratura.

Nei mesi scorsi il Movimento 5 Stelle aveva chiesto a Valditara di fermarsi e rinviare la riforma dei tecnici, mentre il PD lamentava riforme calate dall’alto. È la stessa area politica che sul tetto del 30% grida alla segregazione, mentre difende la separazione più antica della scuola italiana: quella tra licei e istituti.

Perché il nome non è solo un nome

Chi parla di facciata ignora come si sceglie davvero la scuola superiore. Oltre un terzo degli studenti di famiglie poco scolarizzate è convinto che i voti alti portino al liceo e quelli bassi agli istituti. Il nome orienta, e orienta verso il basso chi parte già in svantaggio.

Il nome, poi, non arriva da solo. Arriva insieme alla filiera 4+2, ai campus e al collegamento con gli ITS Academy. Sui rischi di una scuola piegata alle imprese abbiamo aperto un confronto nel nostro Laboratorio sulla riforma degli istituti tecnici.

La discussione sul monte ore è seria e va fatta. Ma è un argomento per rendere migliori i licei tecnologici, non per rimpiangere gli istituti di serie B.

Due idee di uguaglianza

Nel 1962 fu un governo di centro-sinistra a volere la scuola media unica, abolendo la vecchia scuola di avviamento. Oggi la sinistra difende la gerarchia delle superiori e chiama «facciata» il tentativo di superarla.

Da una parte c’è un’uguaglianza proclamata, che lascia ognuno dove è nato. Dall’altra c’è l’idea che gli ultimi vadano portati in alto: con l’italiano per chi arriva da fuori, con la stessa dignità per chi sceglie un mestiere.

Ora il decreto passa al Parlamento, che deve convertirlo entro 60 giorni. Lì si vedrà chi vota perché gli istituti tecnici diventano licei e chi preferisce che tutto resti com’è.

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Carolina Volta
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