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Italia

Decreto scuola approvato: tetto agli stranieri, stop al burqa e i tecnici diventano licei

Carlotta De Marchi

Dodici articoli. Due fanno discutere l'Italia, gli altri dieci cambiano la scuola di milioni di famiglie senza che nessuno ne parli.

Riassunto dell'articolo

Il Consiglio dei ministri ha approvato il 24 settembre 2026 il decreto legge sulla scuola, composto da dodici articoli. Il provvedimento fissa dal 2027/2028 un tetto del 30% nelle classi prime di primaria, medie e superiori per gli alunni stranieri privi di adeguata scolarità italiana (non nati in Italia o senza due anni di infanzia alla primaria; senza tre anni di scuola italiana alle secondarie), con redistribuzione tra scuole vicine e deroghe dove non ci sono alternative; per gli iscritti in corso d'anno la regola vale già dal 2026/2027. Vieta il volto coperto a scuola con multe da 200 a 1.000 euro, introduce corsi di italiano gratuiti nei CPIA per i genitori di alunni in grave ritardo, rinomina tecnici e professionali in licei tecnologici e professionali, introduce il latino facoltativo alle medie, semplifica il PEI e stanzia fondi per tutor, libri di testo e cyberbullismo. L'articolo sostiene che il criterio legato alla scolarità misuri la conoscenza della lingua più della cittadinanza e che la misura contrasti le classi ghetto delle periferie.

Il Consiglio dei ministri ha approvato giovedì 24 settembre il decreto scuola: dodici articoli, in vigore subito dopo la firma del Capo dello Stato e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il dibattito si è concentrato su due norme, il tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi prime e il divieto di presentarsi a scuola con il volto coperto. Ma per capire cosa prevede il decreto scuola bisogna leggerlo tutto, perché le altre dieci misure toccano milioni di famiglie rimaste fuori dalle polemiche.

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Il provvedimento chiude un percorso cominciato ad agosto con la circolare Valditara sul tetto del 30% e rilanciato domenica scorsa da Giorgia Meloni dal palco di Fenix. Quello che era un indirizzo amministrativo diventa legge dello Stato.

Cosa prevede il decreto scuola in sintesi

  • Tetto del 30% di alunni stranieri senza adeguata scolarità italiana nelle classi prime di primaria, medie e superiori, a regime dall’anno scolastico 2027/2028.
  • Divieto del volto coperto a scuola, con sanzioni da 200 a 1.000 euro.
  • Corsi di italiano gratuiti per i genitori stranieri quando il figlio è in grave ritardo, con sanzioni per chi rifiuta senza motivo.
  • Licei tecnologici e licei professionali al posto di istituti tecnici e professionali.
  • Latino facoltativo alle medie, un’ora a settimana dal secondo anno.
  • Meno burocrazia sul Piano educativo individualizzato per gli alunni con disabilità e sulle certificazioni dei docenti.
  • Fondi per tutor, libri di testo, cyberbullismo ed edilizia scolastica.

Tetto del 30% in classe: chi rientra nel conteggio

La norma più discussa è anche quella scritta con più cura. Il limite del 30% non riguarda tutti gli alunni con cittadinanza straniera. Riguarda solo chi, oltre a non essere cittadino italiano, non ha ancora avuto il tempo di imparare la lingua a scuola.

Nella primaria contano gli alunni stranieri non nati in Italia oppure che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori contano gli studenti stranieri che non hanno completato con esito positivo almeno tre anni nel sistema scolastico italiano. Non c’è distinzione tra cittadini dell’Unione europea ed extracomunitari.

Il bambino nato a Milano da genitori egiziani non entra nel conteggio. Non entra nemmeno il ragazzo arrivato dall’Albania a quattro anni, che ha fatto la materna e le elementari in Italia. Entra invece chi arriva oggi, a dieci o a quattordici anni, e si siede in un banco senza conoscere una parola di italiano.

Per questo il ministro Giuseppe Valditara insiste sul criterio linguistico. La cittadinanza fa da primo filtro, ma a decidere sono gli anni passati nella scuola italiana, l’unica misura della lingua che un ufficio scolastico può verificare. La circolare Gelmini del 2010 era più rigida: contava tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, compresi quelli nati e cresciuti qui.

Da quando si applica il tetto agli stranieri

Il limite entra a regime dall’anno scolastico 2027/2028, con la formazione delle nuove classi prime. Le classi già costituite quest’anno non vengono toccate: nessun alunno sarà spostato a metà anno.

Una parte però scatta subito. Dal 2026/2027 gli alunni che si iscrivono in corso d’anno, in prima o nelle classi successive, dovranno essere inseriti in classi che restano sotto la soglia. È la norma sui nuovi arrivi, cioè i ricongiungimenti familiari e i trasferimenti che ogni anno scolastico porta con sé.

Quando una scuola supera il limite, l’ufficio scolastico territoriale e i dirigenti distribuiscono gli alunni tra gli istituti vicini. Contano la prossimità, il domicilio e le esigenze della famiglia, con un’attenzione specifica per chi assiste figli con disabilità. Se non esiste una scuola vicina in grado di accoglierli, il tetto non si applica.

È la risposta ai dubbi del Quirinale, che si era chiesto come applicare la norma nell’unica scuola di un piccolo comune o di un quartiere periferico. Per quelle scuole il decreto stanzia 3,4 milioni nel 2027 e 14,1 milioni all’anno dal 2028 per corsi di italiano extracurricolari. Si aggiungono ai circa mille docenti di italiano per stranieri che il ministero ha già messo in campo dall’anno scolastico 2025/2026.

Volto coperto a scuola: le multe per burqa e niqab

Il decreto vieta di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto o con qualunque mezzo che impedisca il riconoscimento. Il divieto vale per le lezioni, per le attività extracurricolari e per i colloqui tra scuola e famiglia. Fanno eccezione solo le ragioni sanitarie o di sicurezza.

La sanzione amministrativa va da 200 a 1.000 euro. Se a violare il divieto è un minore, paga il genitore.

La norma non nasce dal nulla. La legge Reale del 1975 vieta già di rendere difficile il riconoscimento della persona nei luoghi pubblici, ma ammette un «giustificato motivo», e negli anni la giurisprudenza vi ha fatto rientrare anche la motivazione religiosa. Dentro la scuola quella eccezione non vale più. È lo stesso principio della risoluzione contro l’indottrinamento nelle scuole approvata a luglio dalla commissione Cultura della Camera.

Corsi di italiano per i genitori stranieri

È la norma più nuova, e forse la più importante. Quando un alunno è in grave ritardo educativo e la barriera linguistica della famiglia ne ostacola il percorso, la scuola segnala il caso ai servizi sociali del territorio.

I servizi sociali preparano un progetto personalizzato di sostegno alla genitorialità. Il genitore frequenta un corso gratuito in un Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, con l’obiettivo di raggiungere almeno il livello A2. Chi rifiuta senza giustificazione rischia una sanzione da 200 a 1.000 euro.

Sono esclusi i genitori con gravi limiti di apprendimento dovuti all’età, a malattie o a disabilità, certificati da una struttura pubblica o da un medico convenzionato.

Il ministro ha motivato la misura con gli studi dell’Ocse sul peso della famiglia nel successo scolastico. Il ragionamento è semplice: un bambino che a scuola parla italiano e a casa non lo sente mai parte svantaggiato, e lo resta. «Conoscere l’italiano significa integrarsi», ha detto Valditara in conferenza stampa.

Licei tecnologici e professionali: cosa cambia

Con il decreto gli istituti tecnici prendono il nome di licei tecnologici e gli istituti professionali quello di licei professionali. Il governo lo motiva con la pari dignità culturale ed educativa tra i percorsi delle superiori.

Non è una questione di etichette. Per decenni la scuola italiana ha trasmesso alle famiglie un messaggio preciso: il liceo per chi studia, il tecnico per chi deve lavorare presto. Quel giudizio ha svuotato proprio le scuole che formano i tecnici, gli operai specializzati e i manutentori di cui la manifattura della Nazione ha più bisogno.

Chiamare liceo una scuola tecnica significa dire a un ragazzo di quattordici anni che imparare un mestiere non è una scelta di serie B. Il sapere delle mani vale quanto quello dei libri, e lo Stato adesso lo scrive in una legge.

Il decreto rivede anche il monte ore degli istituti tecnici, per rendere sostenibile la riforma legata al PNRR, e stanzia 20 milioni per il 2026 e 10 milioni per il 2027 per la filiera tecnologico-professionale. Sul futuro di questi percorsi il confronto resta aperto, come abbiamo raccontato analizzando la riforma degli istituti tecnici. Ma il riconoscimento del lavoro tecnico come cultura, e non come ripiego, è una battaglia giusta.

PEI, tutor, libri e latino: le altre novità

Disabilità. Il Piano educativo individualizzato adottato all’inizio del ciclo di studi non andrà più riscritto ogni anno. Si aggiornerà solo in presenza di elementi nuovi. Meno adempimenti per famiglie e insegnanti, e ore di sostegno assegnate più in fretta.

Docenti tutor. 70 milioni in più nel 2026 per proseguire le attività di orientamento, inclusione e contrasto alla dispersione scolastica.

Fascicolo del docente. Un fascicolo unico per tutta la carriera, per non dover più presentare ogni volta certificazioni di vario genere.

Libri di testo. Circa 20 milioni per contributi diretti alle famiglie degli studenti di prima media e di prima e terza superiore. La soglia ISEE sale da 30.000 a 40.000 euro, e con lei il numero delle famiglie aiutate.

Latino alle medie. Dal 2027/2028 un’ora settimanale facoltativa dal secondo anno, per 33 ore annue.

Il resto. 4 milioni all’anno in più nel 2026 e nel 2027 per il fondo contro il cyberbullismo, risorse per digitalizzare i servizi amministrativi delle scuole e una quota fino al 4% dei fondi per i cantieri di edilizia scolastica del PNRR non ancora ultimati.

Integrazione con regole: perché non è segregazione

Opposizioni, sindacati e Save the Children parlano di discriminazione. L’accusa regge poco davanti al testo.

La segregazione vera esiste già, ed è quella che il decreto prova a correggere. Nelle province lombarde quasi un quarto delle classi di primaria supera il 30% di alunni stranieri, come mostrano i dati sulle scuole dell’infanzia e sulla natalità. Sono le classi dei quartieri popolari, dove le famiglie italiane che possono permetterselo iscrivono i figli altrove.

Restano i ragazzi italiani delle famiglie senza alternative e i ragazzi stranieri che non avranno mai un compagno con cui parlare italiano. A pagare sono entrambi.

Chi in questi anni ha difeso le classi a maggioranza straniera come un modello di accoglienza raramente ci ha mandato i propri figli. Il decreto fa quello che la retorica dell’inclusione non ha mai fatto: distribuisce il peso tra le scuole invece di scaricarlo sulle periferie.

Da Mattarella a Valditara: dalla circolare alla legge

Nel 1989 e nel 1990 le circolari firmate da Sergio Mattarella da ministro indicavano un massimo di cinque alunni stranieri per classe. Il principio era lo stesso di oggi: distribuire per integrare.

La differenza è la forza giuridica. Quelle circolari, come la Gelmini del 2010, erano indirizzi che nessuno era tenuto a rispettare. Valditara lo ha detto chiaramente: erano raccomandazioni, non norme vincolanti. Il decreto trasforma quel principio in un obbligo.

Meloni ha riassunto la linea parlando di strumenti di buonsenso che non dividono. È la sintesi giusta: una scuola che accoglie, nella lingua della Nazione e a volto scoperto.

Cosa succede ora al decreto scuola

Il testo passa al Quirinale. Sergio Mattarella deve firmarlo per l’emanazione, e il vaglio del Colle riguarderà solo la costituzionalità delle norme. Nei giorni scorsi gli uffici giuridici della Presidenza hanno lavorato con Palazzo Chigi e con il ministero: le deroghe su prossimità ed esigenze familiari nascono da quel confronto.

Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il decreto è in vigore. Il Parlamento avrà sessanta giorni per convertirlo in legge, e in quella sede le opposizioni proveranno a cambiarlo.

La partita politica è chiara. Con il decreto scuola il governo porta in Aula una misura attesa nelle periferie del Nord e mette la sinistra davanti a una scelta: difendere il diritto di un bambino a imparare l’italiano, o difendere le classi in cui non lo imparerà mai.

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