Il discorso di Trump sui brogli elettorali, pronunciato nella prima serata americana di giovedì 16 luglio dalla Casa Bianca, ha una caratteristica che lo distingue da quasi tutti i discorsi alla Nazione della storia recente: non parla di guerra, non parla di economia, se non per accenni. Venticinque minuti dedicati a un solo argomento, il voto. E a una sola tesi: il sistema elettorale americano è debole, vulnerabile, esposto ai brogli e al furto. Detto dal presidente in carica, a quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, non è una denuncia. È un programma.
Cosa ha detto Trump nel discorso alla Nazione
Il cuore del discorso è un’accusa diretta a Pechino: la Cina avrebbe acquisito illegalmente i dati di 220 milioni di elettori americani durante il ciclo presidenziale del 2020. A sostegno, Trump ha annunciato la desecretazione di documenti d’intelligence sulle vulnerabilità delle infrastrutture di voto. «Nessuna Nazione può essere grande senza elezioni giuste e oneste», ha scandito, definendo il sistema attuale «debole» e «ben lungi dal soddisfare gli standard di sicurezza».
Nel mirino, oltre a Pechino, le macchine per il conteggio dei voti, giudicate «vulnerabili agli attacchi», e le oltre 278.000 persone che risulterebbero registrate al voto senza essere cittadine americane. Della guerra in corso con l’Iran, una frase soltanto: «Stiamo vincendo, e presto vedrete i frutti di questo lavoro». Dell’economia, un cenno ai record di Wall Street. Tutto il resto è voto, voto, voto.
La scelta del tema, in un momento in cui gli Stati Uniti combattono nello Stretto di Hormuz, dice più del contenuto. Trump ha chiesto ai grandi network lo spazio del prime time non per parlare della guerra, ma delle regole con cui si vince o si perde a novembre.
L’accusa alla Cina e le verifiche che dicono altro
Qui il cronista deve registrare due ordini di fatti, entrambi veri. Il primo: le accuse di Trump sulle elezioni del 2020 non sono mai state confermate. I riconteggi, le verifiche e i ricorsi giudiziari non hanno prodotto prove di frodi capaci di modificare il risultato. La valutazione delle agenzie d’intelligence pubblicata nel marzo 2021 concluse, con «alta probabilità», che Pechino non aveva condotto operazioni d’interferenza destinate a cambiare l’esito del voto. E fu William Barr, ministro della Giustizia della prima amministrazione Trump, a stabilire che di brogli non c’era traccia.
Il secondo ordine di fatti: la desecretazione annunciata arriva dopo un lungo riesame di vecchi documenti dell’FBI voluto dalla stessa amministrazione. Trump non porta prove nuove prodotte da organi terzi: porta materiale selezionato da un apparato che risponde a lui. Il che non rende automaticamente falso il contenuto, ma definisce la natura dell’operazione: non un’istruttoria, una requisitoria.
C’è poi la contraddizione geopolitica, che va nominata. La Cina indicata come manipolatrice del voto americano è la stessa con cui Trump ha appena costruito il canale negoziale più denso del suo secondo mandato, volando a Pechino con diciotto capitani d’industria per blindare il compromesso commerciale con Xi Jinping. Pechino nemica in patria, interlocutrice a Pechino. La coerenza non è la categoria giusta per leggere questa presidenza: la categoria giusta è l’utilità.
Save America Act: cosa prevede e perché il discorso serve a questo
L’obiettivo legislativo dell’operazione ha un nome: Save America Act. La legge imporrebbe il controllo della cittadinanza e un documento d’identità con fotografia per votare alle midterm. I repubblicani del Senato ripetono di non avere i numeri, i democratici fanno barricate. Il discorso alla Nazione è la leva per forzare lo stallo: si porta il tema davanti al pubblico televisivo, si desecretano documenti, si costruisce l’urgenza. Chi si opporrà, dopo, dovrà spiegare perché non vuole «mettere in sicurezza» il voto.
La sequenza era già scritta. Il 4 luglio, dal palco del duecentocinquantesimo anniversario, Trump aveva annunciato i tre pilastri della riforma: documento d’identità obbligatorio, prova di cittadinanza, abolizione del voto per corrispondenza salvo eccezioni. Il discorso di questa notte è il secondo atto della stessa strategia: prima la piattaforma, poi la pressione. Novembre è il terzo atto.
Cosa cambia per le midterm di novembre
Ed è qui che il discorso di Trump sui brogli elettorali va letto per quello che è: la costruzione anticipata della cornice dentro cui si giocheranno le midterm. Se il partito repubblicano vince, la riforma del voto avrà «salvato» le elezioni. Se perde, il sistema «debole e vulnerabile» avrà consegnato l’alibi. In entrambi i casi, il presidente avrà stabilito prima del voto che il voto stesso è sotto sospetto — e che l’unico garante della sua integrità è l’esecutivo.
I gruppi per i diritti elettorali temono la federalizzazione del sistema, o la dichiarazione di un’emergenza a ridosso di novembre. Sono timori, non fatti. Ma il fatto politico è già davanti agli occhi: negli Stati Uniti la sovranità del voto — chi lo certifica, chi lo conta, chi ne garantisce l’esito — non è più un terreno condiviso tra i due partiti. È diventata il campo di battaglia principale. Una potenza in guerra sullo Stretto di Hormuz dedica il suo discorso alla Nazione non al nemico esterno, ma alla legittimità delle proprie urne. L’America continua a divorarsi. E lo fa, questa volta, in prime time.
Fonti
- ANSA — Trump: «Sistema elettorale a rischio brogli, Cina ha rubato dati»
- Sky TG24 — Trump, il discorso alla Nazione
- Domani — Trump riapre il fronte sui brogli elettorali e accusa la Cina
- Adnkronos — Trump parla alla nazione: messaggio sui brogli elettorali

