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Lombardia

Tatarella si candida e rompe l’alibi: «A Milano è tempo della politica»

Redazione - Il Politico

L'ex consigliere assolto rientra in campo e mette il centrodestra davanti alla domanda che evita da quindici anni. Mentre una parte della coalizione rincorre i moderati e la convergenza al centro, la corsa a Palazzo Marino si decide dove i milanesi vivono davvero: nei quartieri.

Riassunto dell'articolo

Il 22 giugno 2026 Pietro Tatarella, ex consigliere comunale di Forza Italia assolto in via definitiva nell'inchiesta «Mensa dei poveri», ha annunciato la propria candidatura a sindaco di Milano per il centrodestra alle comunali del 2027, presentandosi come candidato dichiaratamente politico e non civico. La sua discesa in campo apre un fronte interno alla coalizione: da un lato l'ipotesi moderata (Lupi, e la convergenza centrista su Cottarelli sostenuta da Forza Italia e Azione, ispirata allo «schema» delle larghe intese europee); dall'altro una linea politica radicata nei quartieri e nelle periferie. L'articolo valorizza il profilo di Tatarella, critica la strategia moderata come dissolvimento identitario e indica nel metodo territoriale — esemplificato dal progetto «Milano dei quartieri» del consigliere municipale Mattia Ferrarese — la via per riconquistare Palazzo Marino dopo quindici anni di centrosinistra.

A mezzogiorno del 22 giugno, davanti ai cronisti riuniti al Campo Base di via Ascanio Sforza, Pietro Tatarella ha chiuso sette anni di silenzio con una frase che vale come una linea di faglia dentro il centrodestra milanese: «A Milano ora è tempo della politica». Non un nome qualunque, non l’ennesimo civico evocato e poi sparito. Un dichiarato uomo di partito che rientra a viso aperto e, così facendo, costringe la coalizione a guardare in faccia la propria contraddizione storica: la difficoltà cronica a scegliere, e la tentazione di nascondere quella difficoltà dietro un tecnico, un moderato, una convergenza.

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Chi è Tatarella, e perché la sua candidatura pesa

Classe 1983, nato a Baggio, cresciuto nelle case popolari, Tatarella non è un volto costruito in laboratorio. Eletto in Consiglio comunale già nel 2006, due mandati a Palazzo Marino, capogruppo azzurro, era considerato uno dei profili emergenti del centrodestra quando, nel maggio 2019, l’inchiesta «Mensa dei poveri» lo travolse: quarantasei giorni di isolamento, quattro mesi di carcere, due ai domiciliari. Poi l’assoluzione piena in primo grado e la conferma in appello: il fatto non sussiste. Sette anni sottratti alla vita pubblica, e una resilienza maturata sulla propria pelle che oggi rivendica senza spirito di rivalsa: «Queste cose non si fanno per ripicca, lo faccio per amore della città».

È da questa esperienza che nasce la sua forza politica. Tatarella conosce la macchina comunale e gli equilibri di Palazzo Marino, ma è anche tornato con uno sguardo diverso, più pragmatico, di chi è «uscito dalla bolla» e nel frattempo ha mandato avanti un’azienda di falegnameria. Le priorità che indica non sono slogan: la casa, anzitutto, posta nella forma scomoda che nessuno osa formulare — «tutti dicono dove e quanto si costruirà, ma nessuno risponde alla domanda: per chi si costruisce?». E poi la sicurezza, il decoro urbano, la cura del verde, regole urbanistiche certe dopo anni di paralisi. Il suo radicamento è in una Milano che la classe dirigente locale fatica perfino a guardare: «Le periferie le conosco, non ci vado come al circo a vedere gli animali».

Tatarella rifiuta i due alibi che da un decennio condannano il centrodestra meneghino. Il primo è quello del civico puro, il nome della società civile dietro cui i partiti scaricano le proprie responsabilità: «Oggi non ci si può nascondere dietro il soggetto civico, la politica si deve prendere le sue responsabilità». Il secondo è la caricatura identitaria: sull’immigrazione marca con nettezza la distanza da ogni deriva, «il mio approccio non è quello di una destra estrema». E sull’autonomia della politica dalla magistratura, dopo quel che ha vissuto, la riga è netta: «Non sarò un sindaco che si fa dettare l’agenda dalla Procura».

Il vicolo cieco dei moderati

A questa proposta la coalizione oppone, per ora, il riflesso di sempre: Maurizio Lupi. Un nome che riaffiora puntuale alla vigilia di ogni elezione cittadina, sostenuto soprattutto da Ignazio La Russa, freddato da Salvini e tenuto a distanza da una Forza Italia che lavora ad altro. È la candidatura più strutturata sulla carta, e proprio per questo la più rivelatrice del problema. Perché è la politica dell’eterno ritorno: gli stessi profili, gli stessi tavoli, gli stessi equilibri da quindici anni. Lo dice, con cortesia tagliente, lo stesso Tatarella: «Con il massimo rispetto, sarebbe stato il candidato degli anni passati. Sono anni che Milano non fa crescere nessuno: chi vuole dare le carte è sempre lo stesso, gli stessi del 2006 e del 2016».

Ma il vero pericolo non è un singolo nome: è la rotta. Forza Italia tiene aperta l’ipotesi di una candidatura centrista costruita attorno a Carlo Cottarelli, in convergenza con Azione e con pezzi del mondo riformista. È la deriva che da tempo segnaliamo: un centrodestra che, per inseguire l’elettore moderato, accetta di dissolvere la propria identità in un grande centro indistinto. E qui la maschera cade da sola. La vicepresidente di Azione, Giulia Pastorella, ha rivendicato senza giri di parole l’obiettivo: portare a Milano «lo schema di governo dell’Unione Europea», l’architettura delle larghe intese, la grande coalizione tecnocratica eretta a modello. È esattamente ciò di cui Milano non ha bisogno. La città non si conquista smussando gli angoli fino a sparire, ma offrendo una guida riconoscibile, radicata, capace di rispondere a chi paga l’affitto e torna a casa tardi dal lavoro. Il moderatismo come strategia non è prudenza: è rinuncia preventiva, la più milanese delle sconfitte annunciate.

La lezione delle comunali: si vince dai quartieri

Tatarella non è solo, ed è questa la parte che la cronaca dei tavoli romani non racconta. Perché la partita di Palazzo Marino — come ogni partita amministrativa seria — non si gioca nei salotti, ma strada per strada, municipio per municipio. È il metodo, prima ancora dei nomi, a fare la differenza. E un metodo, in città, c’è già e funziona.

Lo incarna il lavoro di Mattia Ferrarese, consigliere del Municipio 3 e responsabile del dipartimento trasporti di Fratelli d’Italia a Milano, attorno al progetto «Milano dei quartieri»: una piattaforma costruita per chi la città la vive davvero, con una mappa delle segnalazioni che apre un canale diretto tra cittadini e istituzioni, battaglie concrete su sicurezza, degrado, spaccio, trasporti e periferie. Non è marketing politico: è organizzazione capillare, presenza dove la sinistra di governo da anni non mette piede, ascolto trasformato in proposta. È il modello che il centrodestra dovrebbe replicare in tutti e nove i municipi, perché è da quel reticolo — non da un nome calato dall’alto a poche settimane dal voto — che nasce una candidatura vincente. La lezione è semplice e il centrodestra continua a dimenticarla: a Milano si costruisce dal basso, o non si costruisce affatto.

La scelta che il centrodestra non può più rimandare

Il 2021 ha lasciato una cicatrice: candidato individuato troppo tardi, debacle annunciata. Il rischio, oggi, è ripetere l’errore in forma più sofisticata — non più il ritardo, ma la diluizione. Tatarella mette sul tavolo l’alternativa: un candidato politico, radicato nelle periferie, temprato da una vicenda giudiziaria che si è chiusa con un’assoluzione piena, deciso a non farsi commissariare né dai moderati né dalla Procura. La coalizione ha davanti due strade. Una porta verso un grande centro europeista in cui la destra si scioglie. L’altra riparte dai quartieri, dalla casa, dalla sicurezza, da una Milano «che non lascia indietro nessuno». La prima è già stata percorsa, e ha sempre condotto alla sconfitta. La seconda aspetta solo che qualcuno, finalmente, abbia il coraggio di sceglierla.

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