Alle otto di sera di sabato 17 ottobre, mentre in via Mazzini volavano ancora pietre, Giorgia Meloni ha pubblicato su X il video di piazza Duomo. Sotto, poche righe: manifestare è un diritto, mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. E poi la frase che pesa: «Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».
Le parole di Meloni sugli scontri di Milano non sono una condanna di rito. Sono una mossa politica, e il verbo «rinnovo» lo dice: è la seconda volta in due giorni che la premier chiede alla sinistra di scegliere da che parte stare. Il centro di Milano, intanto, se l’erano già preso i teppisti che hanno trasformato la piazza contro il carovita in un campo di battaglia.
Cosa ha detto Meloni: dalla Bruxelles del venerdì al Duomo del sabato
Il primo avvertimento era arrivato venerdì 16 ottobre, da Bruxelles, a margine del Consiglio europeo. Interpellata sui cortei del No Meloni Day, la premier aveva distinto la mobilitazione, che «mi fa sempre piacere», dalle bombe carta e dalle aggressioni agli agenti. Poi l’affondo: «Sto guardando i commenti dei leader dell’opposizione, che non riescono a dire una parola di condanna. Chiedo a tutte le forze politiche di fare un appello perché ci siano manifestazioni senza violenza».
Ventiquattro ore dopo, Milano ha dato alla richiesta una forza che a Bruxelles non aveva. Nel post di sabato sera Meloni elenca: pietre contro le forze dell’ordine e agenti feriti a Milano, sanpietrini e martelletti frangivetro sequestrati a Torino, la stazione di Bologna chiusa per precauzione. «Teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos e tenere in ostaggio intere città». E rivendica il rispetto per le migliaia di persone scese in piazza pacificamente, «anche con la Cgil».
È qui la trappola, costruita bene. La premier non attacca la piazza di Landini: la elogia. Chiede ai leader che su quella piazza sono saliti di dire una parola su piazza Duomo. Una parola sola, senza «ma».
Il governo in fila: Tajani, Crosetto, Salvini
La maggioranza si è mossa compatta e con un crescendo di toni. Antonio Tajani ha scritto che il diritto di manifestare è sacrosanto «ma non è da meno il diritto di tutti i cittadini alla sicurezza», e ha aggiunto che è «inaccettabile che l’opposizione soffi sul fuoco». Guido Crosetto ha ripetuto la formula della premier: «Manifestare è un diritto. La violenza non lo è».
Matteo Salvini ha usato il registro che gli è proprio: «Centri sociali, maranza e marciume sinistro avariato. Ci sarà ancora chi li protegge e li difende?». La Lega ha subito trasformato la domanda in una proposta di legge: i sottosegretari Andrea Ostellari e Nicola Molteni hanno annunciato l’emendamento sulla cauzione per manifestare, una garanzia finanziaria a carico di chi organizza cortei a rischio. «Basta scaricare sui cittadini il conto dei danni».
Dal Pirellone Attilio Fontana ha parlato di immagini gravissime. Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha aggiunto che la condanna deve essere «chiara, netta e pratica», perché chi protesta «è preso in giro da chi si travisa e da chi li difende». Lo strumento, del resto, lo Stato ce l’ha da luglio: la legge contro i black bloc ha inasprito le pene per chi devasta a volto coperto. Sabato i volti coperti erano centinaia.
Dalla piazza Cgil di Roma, per ora, nessuna risposta
Mentre il Duomo bruciava, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli sfilavano a piazza del Popolo con la Cgil. Dal palco Maurizio Landini annunciava lo sciopero generale del 20 novembre; i leader del centrosinistra parlavano di «alternativa a Meloni» da costruire insieme. Nelle agenzie di sabato sera e di domenica mattina, su piazza Duomo, dai quattro non c’è una riga.
La risposta è arrivata da Milano, e con le cautele di sempre. Beppe Sala: «Le ragioni della protesta erano comprensibili, le violenze ingiustificabili». Poi la stoccata al governo: la politica «può decidere di strumentalizzare, alla ricerca di consenso elettorale». La vicesindaca Anna Scavuzzo ha condannato «senza ambiguità», ma ha chiesto di non perdere di vista le ragioni sociali. Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in Regione, ha invitato a non criminalizzare gli studenti. Il Pd nazionale ha «ribadito il no alle violenze», senza che un dirigente ci mettesse il nome.
È esattamente la reticenza che Meloni aveva previsto. Non il silenzio assoluto, che sarebbe indifendibile, ma la condanna con il contrappeso: violenze sì, però le ragioni; teppisti sì, però non strumentalizzate. A Milano, dove il No Meloni Day aveva già bruciato bandiere e devastato una scuola elementare il giorno prima, il «però» ha un suono preciso.
Il Lambretta apre l’hub legale: la risposta a Salvini è arrivata prima di quella di Schlein
Alla domanda di Salvini, «ci sarà ancora chi li protegge e li difende?», qualcuno ha risposto subito. Sabato sera, a scontri ancora in corso, il centro sociale Lambretta e il collettivo studentesco Deriva hanno lanciato sui social un «hub legale» per le oltre cinquanta persone fermate: un indirizzo mail, la promessa di un contatto con un avvocato, l’appello a condividere «perché chi è stato fermato deve sapere a chi rivolgersi».
Assistere un fermato è lecito, e nessuno lo contesta. Il punto è chi lo fa, e con quale storia alle spalle. Il Lambretta è il centro sociale che il Comune di Milano ha regolarizzato, per usare le parole di Silvia Sardone, «senza bando pubblico». È lo stesso frequentato dai sei antagonisti colpiti dalle misure cautelari per gli scontri della stazione Centrale del 22 settembre 2025, un’indagine che ha portato a ventisette denunce. È lo stesso dove Ilaria Salis si è fatta fotografare sotto il tricolore con la stella rossa.
E la vicenda della Centrale dice anche come finisce. I due liceali arrestati con l’accusa di resistenza aggravata sono usciti dai domiciliari dopo diciassette giorni: per il Riesame la misura era «sproporzionata», dovevano andare a scuola. I Daspo urbani notificati dalla Questura sono stati sospesi dal Tar. La Questura descrive i violenti di sabato come ragazzini delle periferie e dell’hinterland, auto-organizzati su TikTok, senza bandiere e senza struttura. La struttura, però, è arrivata lo stesso: non per portarli in piazza, ma per tirarli fuori dalla Questura. È la stessa rete che a Torino, il giorno prima, i docenti avevano fatto da scudo.
Questa è la filiera che Meloni chiede alla sinistra di sconfessare. Non Landini, non la Cgil, non i cinquemila ragazzi arrivati in Duomo con il tricolore. La filiera che sabato sera ha lavorato più in fretta della segreteria del Pd.
Il conto di Milano: cinquanta fermati, metà minorenni, i negozi saccheggiati
Il bilancio di domenica mattina pesa più di quello della sera prima. Oltre cinquanta persone portate in Questura, quasi la metà minorenni, posizioni al vaglio della Procura ordinaria e di quella minorile. Venticinque feriti, dieci dei quali tra le forze dell’ordine; tra loro un dirigente di polizia colpito alla testa con un sampietrino. In corso Vittorio Emanuele la vetrina di Nike è stata sfondata prima ancora che il corteo partisse, Footlocker è stato saccheggiato, la Rinascente danneggiata.
A Torino dodici fermati, dieci minorenni, dopo l’assalto alla Feltrinelli. A Bologna quattro minorenni arrestati per resistenza aggravata, sette denunciati, oltre venti agenti feriti e più di quattrocento lacrimogeni sparati davanti alla stazione. L’età dei fermati è il dato che la sinistra userà per chiedere comprensione, e il dato che rende l’hub legale ancora più efficace: per un minorenne la strada verso prescrizioni leggere è già tracciata, come ha dimostrato il Riesame.
C’è anche una coda sgradevole dall’altra parte. Una pagina Instagram seguita da ventimila persone ha pubblicato nomi e indirizzi di presunti fermati, minacciando di «prenderli uno per uno». È il modo più sicuro per regalare alla sinistra antagonista il ruolo di vittima, e va isolato con la stessa nettezza.
Il silenzio ha un costo, e lo paga Milano
Meloni ha alzato il prezzo della reticenza nel momento giusto. Tra sette mesi Milano vota, e Palazzo Marino è in mano a chi, ogni volta, concede il centro città a cortei senza nessuno in grado di garantirli: era successo a febbraio con la protesta contro le Olimpiadi, è successo a settembre in Centrale, è successo sabato in Duomo. Tre volte in otto mesi.
Ogni volta la sinistra ufficiale ha scelto la formula del «comprensibile ma ingiustificabile». Ogni volta la sinistra antagonista ha scelto gli avvocati. Le parole di Meloni sugli scontri di Milano chiedono alla prima di dire, una volta, che la seconda non la rappresenta. Finché quella frase non arriva, il Lambretta parla a nome di tutti.
Fonti
- ANSA – Guerriglia a piazza Duomo, Meloni: ogni reticenza sulle violenze di piazza diventa giustificazione
- ANSA – Attivato un hub legale per i giovani fermati negli scontri a Milano
- ANSA – Scontri a Milano, circa 50 fermati, quasi la metà minorenni
- ANSA – A Milano saccheggiati negozi in corso Vittorio Emanuele
- ANSA/Il Nord Est – Meloni da Bruxelles: chiedo all’opposizione di condannare le violenze
- Il Fatto Quotidiano – Meloni alle opposizioni, Salvini, la Lega sulla cauzione, Sala
- Adnkronos – Guerriglia a Milano, Tajani e Crosetto
- Il Giornale – Montaruli: condanna chiara, netta e pratica
- Affaritaliani – Le reazioni: Scavuzzo, Perego, Fontana
- La Sicilia – Majorino: non criminalizzare gli studenti
- Il Giorno – 25 feriti, dirigente di polizia colpito da un sampietrino
- Tgcom24 – Chi sono i casseur di piazza Duomo; minacce online ai fermati
- Open – Bologna, 4 minorenni arrestati e 21 agenti feriti
- Il Giorno – Centrale, misure cautelari a sei giovani del Lambretta, 27 denunciati
- Il Giornale – Sardone: il Lambretta regolarizzato dal Comune senza bando
- Il Giornale – Centrale: il Riesame alleggerisce le misure ai liceali, il Tar sospende i Daspo
- Il Fatto Quotidiano – Corteo Cgil a Roma, Conte e Schlein: costruiamo l’alternativa a Meloni

