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Italia

«Imporre un governo popolare»: i Carc rivendicano la piazza, lo Stato risponde con la legge contro i black bloc

Redazione - Il Politico

L’agenzia Staffetta rossa teorizza la «rappresaglia» contro Piantedosi mentre la Procura di Napoli indaga per associazione eversiva. Fratelli d’Italia deposita il nuovo articolo 416-bis2 e il decreto sul riconoscimento facciale accelera al Senato.

Riassunto dell'articolo

Il partito dei Carc, tramite l’agenzia Staffetta rossa, ha pubblicato un proclama che rivendica le violenze di Bologna e Val di Susa e teorizza di «imporre un governo popolare»; il loro dirigente Marco Coppola è indagato dalla Procura di Napoli per associazione eversiva (art. 270-bis) e apologia del terrorismo. In risposta alle guerriglie urbane, Fratelli d’Italia ha presentato una proposta di legge che introduce l’articolo 416-bis2, un reato associativo per gruppi coordinati anche senza struttura gerarchica che commettono violenze durante manifestazioni (pene da 2 a 8 anni, aggravanti per i capi). Parallelamente accelera al Senato il decreto legislativo che consente alle forze di polizia l’uso del riconoscimento facciale con IA per identificare indiziati dopo la commissione di un reato, in attuazione dell’AI Act europeo, con conservazione dati limitata a 7 giorni. Pd e M5S contestano il provvedimento.

C’è un filo che lega la guerriglia di Bologna, la devastazione del cantiere di Chiomonte e un comunicato pubblicato lunedì sul sito del partito dei Carc. Per capire cosa prevede la legge contro i black bloc presentata da Fratelli d’Italia, bisogna partire da lì: da chi quella violenza non la subisce, ma la teorizza, la organizza e la rivendica per iscritto.

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Il proclama: «imporre un governo popolare»

«Cacciare il governo della repressione e dell’eversione e imporre un governo che attui la Costituzione». Il verbo scelto non è casuale. Un governo si elegge, si fa cadere, si sostituisce con il voto. Quando qualcuno scrive che va «imposto», sta dicendo altro.
A scriverlo è Staffetta rossa, l’agenzia di stampa del partito dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo. Nel proclama la «repressione» attribuita al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non viene considerata un ostacolo ma un’opportunità: produce consenso, alimenta mobilitazione, e la mobilitazione deve trasformarsi in potere politico. Bologna e la Val di Susa vengono indicate come la «risposta migliore» a una non meglio precisata «rappresaglia» dello Stato. L’indicazione operativa è non «indietreggiare», «avanzare compatti» e soprattutto rifiutare ogni distinzione tra manifestanti pacifici e violenti: il movimento non va diviso tra «buoni» e «cattivi». Violare le leggi, in determinate circostanze, sarebbe «giusto oltre che necessario».
Non è goliardia nostalgica. È un programma.

Chi sono i Carc e cosa dice la Procura di Napoli

I Carc si presentano come organo di «opinione, orientamento e agitazione» del progetto di «Blocco popolare». Il loro «direttore» Marco Coppola, commissario della Federazione campana, è tra gli indagati del decreto di perquisizione firmato il 17 aprile dal sostituto procuratore Maurizio De Marco, del gruppo di lavoro sul terrorismo della Procura di Napoli. Le ipotesi di reato comprendono gli articoli 270-bis (associazione eversiva) e 414 (apologia del terrorismo) del codice penale, con richiami espliciti a «Brigate Rosse» e «Nuove Brigate Rosse».
Secondo le carte, Coppola non sarebbe un semplice addetto alla propaganda: avrebbe «un ruolo di rilievo nel processo decisionale, a livello nazionale», con frequenti viaggi a Milano, dove ha sede la Direzione del partito. Sempre secondo la documentazione investigativa, si dedicherebbe alla formazione dei simpatizzanti più giovani — «disciplina e obbedienza al partito» — e avrebbe partecipato alla costituzione di una fantomatica «Brigata Simon Bolivar». Il 21 aprile la Digos ha perquisito le abitazioni di sei militanti tra Napoli e Firenze. La risposta del partito è stata definire l’inchiesta un «teorema» e rilanciare: «Cacciamo il governo Meloni».

Da Bologna a Chiomonte: la saldatura della piazza

Il contesto in cui matura il proclama è quello di un luglio incendiario. A Bologna, il 20, il presidio convocato dal sindaco Matteo Lepore per la morte di Abderrahim Fakir è degenerato in guerriglia: 64 agenti feriti secondo la Questura, con prognosi fino a 35 giorni, auto incendiate, vetrine devastate. In Val di Susa il cantiere di Chiomonte è stato assaltato con danni per quasi un milione di euro. La Procura di Torino ha ottenuto la custodia cautelare per due ventenni tedeschi che, secondo gli investigatori, farebbero parte del blocco nero: negli zaini abiti neri, guanti e maschere antigas.
Sono episodi diversi, ma la matrice organizzativa è la stessa: gruppi che arrivano equipaggiati, si coordinano, colpiscono e si dissolvono. E una cornice ideologica che li benedice: gli storici capi No Tav Guido Fissore e Nicoletta Dosio hanno dichiarato che «siamo tutti black bloc» e che attaccare i cantieri sarebbe «una forma di difesa legittima». Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, la procuratrice torinese ha descritto da tempo l’«area grigia» colta e borghese che guarda questi ambienti con benevola tolleranza.

Cosa prevede la legge contro i black bloc

La risposta dello Stato arriva su due binari. Il primo è la proposta di legge depositata da Fratelli d’Italia — primi firmatari Galeazzo Bignami, Francesco Filini, Andrea Delmastro Delle Vedove, Augusta Montaruli e Sara Kelany, con i capigruppo Lucio Malan e Raffaele Speranzon al Senato — che introduce il nuovo articolo 416-bis2: «Associazione con vincolo operativo coordinato per la commissione di reati di violenza pubblica».
Il punto giuridico è preciso. Finora la Cassazione ha escluso l’applicazione dell’associazione a delinquere ai gruppi di piazza perché manca il «vincolo stabile e gerarchico» richiesto dall’articolo 416. Risultato: chi organizza una devastazione risponde al massimo di lesioni o resistenza, come un episodio isolato. La nuova fattispecie colma la lacuna: pena da due a otto anni per chi partecipa a un gruppo di tre o più persone che, pur privo di stabilità e struttura gerarchica, si coordina — anche con strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche — per commettere violenza e resistenza a pubblico ufficiale, devastazione, attentato a strutture pubbliche, lesioni, danneggiamento. Il favoreggiamento è punito da uno a quattro anni; per i capi la pena arriva a otto anni, con aggravanti se vengono intercettate o impedite le comunicazioni delle forze dell’ordine. Prevista sempre la confisca degli strumenti di offesa.

Riconoscimento facciale: come funziona il decreto

Il secondo binario è tecnologico. Al Senato accelera lo schema di decreto legislativo che disciplina l’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle forze di polizia, in attuazione del regolamento europeo sull’IA e della delega contenuta nella legge 132 del 2025. Il testo consente l’uso di sistemi di videosorveglianza per identificare persone indiziate solo dopo la commissione di un reato, con conservazione dei dati limitata a sette giorni e registri informatici non modificabili mantenuti per cinque anni. Il Garante della privacy ha dato parere favorevole chiedendo di rafforzare la supervisione umana e di evitare raccolte massive e preventive di dati biometrici.
Il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della commissione competente, rivendica «un impianto normativo equilibrato»: strumenti adeguati alle forze di polizia, garanzie per i cittadini. Difficile sostenere il contrario, se il perimetro resta quello dell’identificazione di chi ha già commesso reati.

La sinistra grida allo Stato di polizia

Puntuale, il Pd denuncia «l’ennesima forzatura sui diritti e le libertà» e paventa una sorveglianza generalizzata, mentre il Movimento 5 Stelle abbandona i lavori in commissione. Colpisce la geometria variabile: al Parlamento europeo la delegazione di Elly Schlein ha votato convinta il controllo preventivo delle chat private di tutti i cittadini per la caccia ai presunti pedofili, ma il riconoscimento facciale di chi devasta una città diventerebbe una deriva autoritaria.
La verità è più semplice. Da un lato c’è chi mette per iscritto che la violenza di piazza serve a «imporre un governo» e forma i giovani alla «disciplina e obbedienza al partito». Dall’altro c’è uno Stato che, per la prima volta, si dota di strumenti proporzionati a una forma di organizzazione criminale nuova: fluida, transnazionale, telematica. In mezzo c’è quell’area grigia che da cinquant’anni non trova mai il coraggio di scegliere. I nomi cambiano, il copione no. Stavolta, però, la Nazione ha deciso di non lasciare il campo libero.

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