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Italia

Torino, il cordone dei docenti non ha fermato la polizia: ha fermato i centri sociali

Federico Galli

Dove c'erano genitori e insegnanti a braccetto non è successo nulla. Dove si sono staccati gli incappucciati sono partiti i sassi, e solo dopo gli idranti.

Riassunto dell'articolo

Al corteo degli studenti di Torino del 16 ottobre 2026 docenti, genitori, sindacalisti USB e personale ATA hanno formato un cordone in corso Inghilterra, raccontato dai media come scudo contro i manganelli della polizia. La cronologia dei fatti dice l'opposto: dove c'era il cordone il corteo è rimasto fermo e senza incidenti, mentre in piazza Castello, dove gli adulti non c'erano, alcune centinaia di manifestanti a volto coperto hanno lanciato sassi, bottiglie di vetro e torce contro la Prefettura, e solo dopo la polizia ha usato idranti, lacrimogeni e cariche di alleggerimento. L'unica violenza della settimana torinese è quella dell'estrema sinistra che agita le scuole: il Peano devastato, la preside aggredita, le irruzioni a volto coperto. Il cordone ha contenuto i centri sociali, e chi lo ha formato non se n'è nemmeno accorto.

Il corteo degli studenti a Torino di venerdì 16 ottobre ha prodotto un’immagine che quasi tutti i media hanno raccontato allo stesso modo: docenti, genitori, sindacalisti e personale ATA che si tengono a braccetto in corso Inghilterra per «proteggere i ragazzi dai manganelli della polizia». Come se, quella mattina, il pericolo per i diciassettenni in piazza fossero gli agenti in tenuta antisommossa. Basta rimettere in fila le ore di quella giornata per capire che questa lettura è una follia, e che il cordone ha fatto esattamente il contrario di quello che pensava di fare.

CREAZIONE SITI WEB
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La follia del racconto: la polizia come minaccia

Il copione mediatico è semplice. Gli adulti scendono in piazza accanto ai ragazzi, formano una barriera umana dietro lo striscione «Assemblea Torino», e la barriera serve a difendere gli studenti dallo Stato. Lo hanno detto i sindacati di base, lo hanno ripetuto i docenti intervistati, lo hanno scritto i giornali.

Chi costruisce questa narrazione dà per scontata una cosa che non è mai avvenuta: una polizia che aggredisce. Nessuna cronaca, nemmeno quelle più ostili alle forze dell’ordine, descrive una carica a freddo contro il corteo. Descrivono invece lanci di oggetti, cori contro gli agenti e una risposta che arriva sempre dopo. Ma per riconoscerlo bisogna leggere le ore, non i titoli.

Corso Inghilterra: dove c’erano gli adulti, nulla

Verso le 11.40 il corteo arriva in corso Inghilterra, all’altezza di Porta Susa, e trova la strada sbarrata dai mezzi della polizia. Qui si forma il cordone: insegnanti, genitori, sindacalisti dell’USB e personale ATA a braccetto, in testa, davanti ai ragazzi.

Cosa succede in quel tratto? Niente. Le agenzie registrano che il corteo è fermo, che alcuni studenti dialogano con le forze dell’ordine per ottenere la prosecuzione e che non si segnalano tensioni. Continuano i cori contro la polizia, volano uova e castagne davanti al grattacielo di Intesa Sanpaolo, ma la testa del corteo resta ferma e la polizia resta ferma.

Il cordone degli insegnanti a Torino, insomma, ha funzionato. Solo che non ha trattenuto i manganelli: ha trattenuto chi, dietro quello striscione, aveva già il volto coperto.

Piazza Castello: dove il cordone non c’era, i sassi

La manifestazione riparte e arriva in piazza Castello, sotto la Prefettura. Il cordone degli adulti non c’è più in quella forma. E qui la cronaca cambia registro.

Alcune centinaia di manifestanti si staccano dal resto dei ragazzi, si coprono il volto e cominciano a lanciare grossi sassi, bottiglie di vetro, petardi e torce di segnalazione contro gli agenti schierati a difesa del palazzo, urlando contro la Prefettura «che non ci voleva far arrivare qua». Dalla piazza parte il coro francese contro la polizia, lo stesso delle banlieue.

Solo a questo punto vengono azionati gli idranti in piazza Castello, poi alcuni lacrimogeni, poi le cariche di alleggerimento per far arretrare chi lanciava. Chi si chiede perché la polizia ha usato gli idranti a Torino trova la risposta nell’ordine dei fatti: prima i sassi, poi l’acqua.

La sequenza che i titoli hanno rovesciato

Il punto è tutto qui. Il tratto di corteo senza incidenti è quello in cui gli adulti si sono messi fisicamente davanti ai ragazzi. Il tratto di guerriglia è quello in cui gli incappucciati si sono staccati dalla massa e sono rimasti soli davanti alla Prefettura.

I media hanno letto questa sequenza al contrario: il cordone come protezione dalla polizia, gli idranti come aggressione. In realtà il cordone ha contenuto i centri sociali, e la polizia ha risposto ai centri sociali. Una ragazza ha raccontato di essere caduta nella calca e di essere stata colpita, ed è stata soccorsa in preda a un attacco di panico: è una ragazza che quella mattina qualcuno ha portato davanti a una fila di scudi, dopo aver lanciato pietre.

Chi agita le scuole: la violenza era già dentro

Per capire chi fosse davvero il pericolo, non serve nemmeno arrivare al corteo. Il 14 ottobre al Peano gli occupanti hanno devastato le aule, svuotato gli estintori e aggredito la preside. Il 15, come abbiamo raccontato nel nostro pezzo sul No Meloni Day alla quarta edizione, gruppi a volto coperto hanno fatto irruzione in tre istituti, con una spranga nella palestra di una scuola elementare, un diciassettenne arrestato e tre feriti tra cui un docente e un collaboratore scolastico.

Il Prefetto aveva vietato per il 16 caschi, fumogeni e bottiglie di vetro. Non lo aveva fatto per paura degli studenti: lo aveva fatto perché sapeva chi si sarebbe infilato tra gli studenti. Gli scontri a Torino tra studenti e polizia non nascono in piazza: nascono nelle occupazioni gestite dall’estrema sinistra che vuole portare il modello francese nelle scuole italiane, e la piazza ne è solo l’ultimo atto.

Il paradosso: genitori a scudo dei violenti

Ed ecco la follia nella sua forma compiuta. Insegnanti e genitori, cioè le persone che dovrebbero essere le prime a difendere la scuola da chi la devasta, si sono messi in fila per difendere da un poliziotto il corteo in cui sfilava chi, il giorno prima, aveva aggredito una preside. Non erano lì contro i violenti: erano lì a coprirli, convinti di proteggere i figli.

È il meccanismo che abbiamo già visto a Milano, quando il disagio sociale è finito ostaggio dei centri sociali: una causa legittima, una piazza larga, e un nucleo organizzato che la usa come scudo e come carburante. Gli adulti di corso Inghilterra sono stati quello scudo, e lo hanno fatto gratis.

Il cordone giusto, nella direzione sbagliata

La cosa amara è che il gesto in sé era giusto. Un cordone di genitori e insegnanti tra i ragazzi e il pericolo è esattamente ciò che una comunità educante dovrebbe fare. Il problema è che il pericolo non stava dietro gli scudi della polizia: stava dietro i cappucci. Il giorno in cui quello stesso cordone si formerà davanti all’ingresso di un liceo per impedire a gruppi a volto coperto di entrarci con le spranghe, la scuola torinese avrà finalmente qualcuno che la protegge.

Fino ad allora il corteo degli studenti a Torino resterà quello che è stato il 16 ottobre: una fila di adulti in buona fede che, senza saperlo, ha fatto per mezz’ora il lavoro della Questura, mentre i giornali li ringraziavano per aver fermato la polizia.

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