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L’autarchia fascista non fu un progetto ma una ritirata obbligata

Fabrizio Fratus

Sanzioni del 1936, materie prime assenti, Lanital e carburanti agricoli: la storia di un'economia chiusa che l'impero non poteva permettersi. Il contributo del Laboratorio Culturale.

Riassunto dell'articolo

Secondo l'autore, l'autarchia fascista non fu un progetto economico originario ma una ritirata obbligata, in contraddizione con la vocazione imperiale del regime, che richiedeva commerci e approvvigionamenti esterni. Richiamando Vera Zamagni, il testo ricorda la cronica carenza italiana di carbone, ferro, petrolio e gomma e la dipendenza dai mercati internazionali nei primi anni del fascismo. La svolta del 1936 è letta, con Renzo De Felice, come risposta difensiva alle sanzioni della Società delle Nazioni per la guerra d'Etiopia, trasformata dalla propaganda in vanto di autosufficienza. I surrogati come il Lanital e i carburanti agricoli produssero costi altissimi e un ritardo tecnologico che la guerra rese evidente.

L’autarchia fascista non fu il compimento di un disegno economico organico, ma una tragica e obbligata ritirata strategica. Nella visione originaria del regime, votata all’espansione imperiale e alla proiezione di potenza sul modello della Roma antica, l’idea di un’economia chiusa rappresentava un paradosso logico e strutturale.

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Un impero richiede flussi commerciali globali, approvvigionamenti energetici esterni e mercati aperti, non certo l’isolamento mercantile.

Un’Italia povera di materie prime

Storici dell’economia come Vera Zamagni hanno ampiamente dimostrato come il fascismo si scontrasse con una realtà ineludibile: l’Italia era cronicamente povera di materie prime fondamentali come carbone, ferro, petrolio e gomma.

Nei primi anni del regime, la politica economica non era affatto autarchica; al contrario, tollerava e necessitava l’interdipendenza con i mercati internazionali per alimentare la modernizzazione industriale e le ambizioni militari. Mussolini era perfettamente consapevole che, senza rifornimenti esteri, competere con le grandi potenze industriali europee e americane era un’illusione.

La svolta del 1936 e le sanzioni della Società delle Nazioni

La svolta verso l’autarchia, proclamata ufficialmente nel 1936, fu una mossa difensiva dettata dalle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni in seguito alla guerra d’Etiopia.

Come sottolineato da Renzo De Felice, il regime seppe abilmente ribaltare la narrazione, trasformando un’imposizione punitiva internazionale in un vanto ideologico di autosufficienza nazionale.

Lanital e carburanti agricoli: il prezzo dei surrogati

La sostituzione delle importazioni con i surrogati industriali, come il filato di caseina Lanital o i tentativi di ricavare carburante dai prodotti agricoli, si tradusse in costi di produzione esorbitanti e in una drastica diminuzione della produttività complessiva.

La logica economica del sistema si rivelò fallimentare: pretendere di costruire un impero globale strangolando la propria economia con barriere doganali e una cronica carenza di risorse significava condannare l’apparato produttivo a un ritardo tecnologico irreversibile.

La camicia di forza economica del regime

La pretesa autarchica, lungi dall’essere l’essenza originaria del fascismo, ne fu la camicia di forza economica, destinata a sgretolarsi miseramente sotto il peso della prova bellica della Seconda guerra mondiale.

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Fabrizio Fratus
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