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Approfondimenti Politici

Quando il Novecento diventa uno stornello da discoteca

Bruno Bindel

Da "Everybody viva el Duche" ai brani di Millevoci, l'intelligenza artificiale impagina la storia più tragica del secolo come tormentone. Ma il problema non è il ritorno di un'ideologia: è una società che ha smesso di credere e di pensare.

Riassunto dell'articolo

L'articolo analizza la viralità delle canzoni generate con l'intelligenza artificiale che evocano il fascismo, come "Everybody viva el Duche" — arrivata in vetta alla Viral 50 di Spotify e poi rimossa — e i brani del profilo Millevoci. La tesi è che il fenomeno non segnali il ritorno di un'ideologia, ma una società che non si scandalizza più e che svuota di senso anche i suoi tabù più assoluti. Riducendo a tormentone da discoteca ciò per cui milioni di persone sono morte — le vittime e gli uomini che credettero sinceramente senza essere carnefici — la trivializzazione cancella la serietà storica. L'immagine emblematica è quella dei giovani che imitano il saluto romano senza saperne il significato: non militanti, ma segno di un gesto staccato dal proprio referente. La domanda finale resta aperta: quando il tabù cade, torna l'ideologia o solo la libertà di giocare con la sua immagine?

Per un giorno è stata la canzone più virale d’Italia. “Everybody viva el Duche”, un brano costruito quasi interamente con l’intelligenza artificiale, è salito in vetta alla classifica Viral 50 di Spotify prima di sparire dalla piattaforma. Nello stesso periodo un profilo che si firma Millevoci macinava una produzione seriale di pezzi dello stesso tenore — da “Il Pittore Austriaco” a “Il Baffo” — montati su battiti da discoteca e rilanciati in migliaia di video brevi. La domanda che conviene porsi non è quella che hanno scelto in massa i giornali: “Sta tornando il fascismo?”. È un’altra, più scomoda: perché una società rende virale tutto questo, e perché ci si diverte?

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Da “Everybody viva el Duche” a Millevoci: cosa sta diventando virale

Il meccanismo è ormai noto e si ripete identico. Un brano viene generato con l’intelligenza artificiale, pubblicato da un profilo anonimo — nel caso di “Everybody viva el Duche” l’account Quadrato Vincolato — e reso virale dal montaggio di un creatore di contenuti, fino a finire caricato sulle piattaforme di streaming e a toccare il primo posto tra i titoli più virali in Italia. Poi la rimozione: Spotify ha cancellato il pezzo più volte, ricomparso ogni volta con titoli e autori diversi. Lo stesso titolo è un trucco. “Duche” non significa nulla in italiano: è una storpiatura pensata per aggirare i filtri automatici, esattamente come la grafia “dvce”. E lo stesso vale per l’etichetta “parodia”, usata come paravento per scavalcare i blocchi delle piattaforme. Il giro mediatico fa il resto: dalla radio — rilanciato a gennaio in una nota trasmissione di Radio24 — fino alla televisione, citato a DiMartedì su La7, e alla carta stampata. Millevoci applica la stessa formula su scala industriale, con un catalogo che impagina la storia più drammatica del secolo come fosse una collana di tormentoni.

Una società che non si scandalizza più

Qui sta il punto che i commenti indignati non vedono. La viralità di questi brani non è il sintomo di un risveglio ideologico: è la prova che il contenuto si è svuotato di peso. Per funzionare, un tabù ha bisogno di essere sentito come tale. Quando un simbolo che poco tempo prima era considerato, a torto o a ragione, un male novecentesco diventa materiale ballabile, significa che lo scandalo si è esaurito e con esso la capacità stessa di scandalizzarsi. Non è caduto un argine politico: è caduta la serietà. La medesima logica che trasforma in barzelletta qualunque cosa, dal dolore alla morte, ha raggiunto l’ultimo confine che sembrava intoccabile. E lo ha fatto con la stessa leggerezza con cui consuma tutto il resto. Persino i simboli più cari all’antifascismo, in questo paesaggio, valgono quanto un filtro o un balletto: niente è più sacro, perché niente pesa più di un video da quindici secondi.

Quando un’ideologia diventa uno stornello

C’è una sproporzione che dovrebbe inquietare chiunque, da qualunque parte guardi. Le ideologie che questi brani evocano non furono scherzi né mode passeggere. Furono visioni totali del mondo, mobilitarono milioni di persone, produssero una guerra tramutatasi poi in guerra civile, con i decenni successivi carichi di odi che hanno attraversato intere generazioni. Ridurle a un ritornello da discoteca non è una provocazione audace: è analfabetismo storico, l’incapacità di misurare il peso del secolo da cui veniamo. E quel peso è fatto soprattutto di morti. Le vittime e coloro che hanno creduto in quelle ideologie, fino a morire per esse, meritano una serietà che nessun montaggio su una base elettronica potrà mai restituire. Sono proprio loro, prima di chiunque altro, a essere offesi quando la storia viene trasformata in intrattenimento.

Il gesto senza la storia: ragazzi che imitano senza sapere

L’immagine che resta è quella dei ragazzi che ballano questi pezzi e, presi dall’ambiguità del momento, accennano un saluto romano senza sapere davvero perché lo fanno. Sarebbe un errore leggerli come piccoli militanti: non lo sono. Sono semmai la prova più nitida che il gesto si è staccato dal suo significato. È trasgressione senza convinzione, citazione senza memoria, storia indossata come un costume per qualche secondo di visibilità. Persino ideologie complesse e, in alcuni casi controverse, sono diventate un accessorio neutro, buono per un video come un altro. Una generazione che imita senza sapere non è pericolosa nel modo in cui temono gli allarmisti: è disorientante in un modo più profondo, perché ha smarrito il legame tra i segni e ciò che i segni significano.

Cosa torna davvero — o cosa torna soltanto

Resta però una domanda, ed è forse più utile lasciarla aperta che pretendere di chiuderla in una risposta semplice. Quando un tabù cade, torna davvero l’ideologia che lo aveva reso tale, oppure emerge soltanto una libertà disincantata di giocare con la sua immagine? Le due cose non coincidono, e forse la seconda risulta persino più spiazzante della prima.
Un’ideologia che ritorna può essere contrastata, perché possiede un contenuto, una direzione, una visione del mondo e perfino avversari dichiarati. Un’immagine svuotata di significato, invece, non si combatte: si replica, si consuma e si diffonde, indifferente a ciò che rappresenta, ovunque l’algoritmo scelga di spingerla.
Forse non stiamo assistendo al ritorno di qualcosa, ma alla scoperta di un vuoto più profondo: quello di una società in cui nulla sembra più trattenere davvero, dove perfino simboli, tragedie e grandi conflitti ideali vengono assorbiti nel flusso indistinto dell’intrattenimento. E una civiltà che sembra aver smarrito persino la capacità di indignarsi — o semplicemente di comprendere fino in fondo fenomeni storici e ideali complessi — dovrebbe forse interrogarsi non tanto sul ritorno di certi fenomeni, quanto sulla propria capacità di riconoscerli quando li ha davanti.

Fonti

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Bruno Bindel
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