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Italia

Patentino antifascista: a difenderlo non è rimasto più nessuno

Redazione - Il Politico

La fiera della piccola editoria chiede agli espositori una dichiarazione antifascista. Meloni parla di censura. Ma a bocciarla sono anche Cacciari, Canfora, Mieli.

Riassunto dell'articolo

Per partecipare a Più libri più liberi, gli editori dovranno firmare un'autocertificazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. Giorgia Meloni ha parlato di censura; gli organizzatori negano. La frattura non è solo politica: a criticare la misura sono anche intellettuali di sinistra come Cacciari, Canfora, Mieli e Ferrara, e Nordio ricorda che il codice penale in vigore porta la firma di Mussolini.

Una dichiarazione da firmare per poter esporre i propri libri. È la novità che gli organizzatori di Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria in programma a Roma a dicembre, hanno inserito nel regolamento della prossima edizione: per ottenere uno stand, l’editore deve sottoscrivere un’autocertificazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. Giorgia Meloni l’ha ribattezzata “patentino antifascista” e ha parlato, senza giri di parole, di censura. Apriti cielo.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa prevede davvero la dichiarazione

Il testo chiede all’editore di autocertificare il rispetto dei valori costituzionali, il ripudio dell’ideologia fascista e di ogni forma di totalitarismo, e l’impegno a non esporre né commercializzare materiali che facciano apologia del fascismo o incitino all’odio. Chi non spunta quelle caselle non procede: il sistema informatico blocca l’iscrizione e impedisce di acquistare lo spazio espositivo. Gli organizzatori rivendicano la scelta come il “rafforzamento” di una clausola già presente nel regolamento e respingono ogni intento censorio.

Perché si parla di censura

La premier ha rovesciato il ragionamento: la libertà di pensiero non è tale se viene concessa solo a chi pensa nel modo “consono”. Al netto della polemica politica, il punto è lineare: una fiera del libro che subordina l’ingresso a un nullaosta ideologico preventivo restringe esattamente lo spazio che dovrebbe allargare. Sulla stessa posizione si è collocato Roberto Vannacci; le opposizioni, al contrario, hanno ribaltato l’accusa, descrivendo una premier che rincorre il generale sul suo stesso terreno.

Il dettaglio che spiazza: la bocciatura arriva da sinistra

Qui la vicenda smette di essere uno scontro tra schieramenti. A definire la misura un’idiozia è stato Massimo Cacciari, che ha annunciato che non andrà alla fiera se la clausola resta. Contrari anche Luciano Canfora, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara: nessuno di loro ascrivibile all’area conservatrice. Quando a dire no è l’aristocrazia intellettuale della sinistra, il riflesso del “è solo la destra che si lamenta” non regge più. È il segnale che il problema non è di parte, ma di metodo.

Il caso che ha innescato tutto

La clausola non nasce nel vuoto. Arriva dopo le polemiche su Passaggio al Bosco, casa editrice presente alle scorse edizioni e accusata da alcuni colleghi di avere un catalogo vicino a certi ambienti. Da una pressione per escludere un singolo espositore si è passati a una regola generale valida per tutti. È il meccanismo di sempre: il caso particolare diventa norma, e la norma diventa filtro all’ingresso.

Il paradosso ricordato da Nordio

A raffreddare la retorica ha contribuito il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ricordando un fatto scomodo: il codice penale ancora in vigore reca la firma di Mussolini. Se la purezza si misura sulle firme, allora il rito si morde la coda. È la prova che i test di appartenenza, applicati alla cultura, finiscono sempre per rivelare la propria arbitrarietà.

Cosa resta sul tavolo

Il fascismo storico, in una fiera dell’editoria del 2026, è un fantasma residuale. La posta vera è un’altra: chi stabilisce i confini di ciò che è dicibile, esponibile, leggibile. Una manifestazione che ha la parola “liberi” nel titolo e che, per la prima volta in venticinque anni, monta un cancello ideologico all’ingresso racconta uno stato d’animo preciso: un ceto culturale che, persa la capacità di vincere il dibattito, prova a difendere la propria egemonia presidiando gli accessi. Non con gli argomenti, ma con i moduli da firmare. E quando a difendere quel rito non è rimasto più nessuno, nemmeno fra i suoi, forse il rito ha smesso di funzionare.

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