Il costo totale del Superbonus 110% e dei bonus edilizi collegati ha raggiunto in via definitiva quota 170 miliardi di euro secondo l’ultima rilevazione del Corriere della Sera, una cifra che il rapporto Enea aggiornato al 31 gennaio 2026 scompone in due voci: 130 miliardi per l’efficientamento energetico e circa 40 miliardi per gli interventi sismabonus secondo l’Agenzia delle Entrate. È l’impronta finanziaria di una misura emergenziale nata nel maggio 2020 con il Decreto Rilancio del governo Conte II, concepita per stimolare l’edilizia in piena pandemia e finita per diventare il singolo capitolo di spesa più pesante della storia repubblicana recente. Una cifra che vale quasi quanto i 194,4 miliardi assegnati alla Nazione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l’intero quinquennio 2021-2026.
Quanto è costato davvero il Superbonus: i numeri di Enea e Agenzia delle Entrate
Le asseverazioni presentate sono state 502.919 secondo l’aggiornamento Enea di gennaio 2026, con una percentuale di completamento dei lavori del 97,1%. Il grosso dell’investimento si è concentrato sui condomini, che con 139.912 pratiche hanno assorbito 85,7 miliardi di euro, pari al 68,4% del valore totale. Gli edifici unifamiliari hanno generato 245.583 interventi per 28,8 miliardi, mentre le unità immobiliari indipendenti completano il quadro. Tradotto in termini concreti: cinque anni di lavori, mezzo milione di edifici ristrutturati su un patrimonio residenziale di circa dodici milioni di immobili. Meno del quattro per cento del costruito nazionale. Per ogni edificio efficientato, lo Stato ha versato in media oltre trecentomila euro.
Il paragone con la legge di bilancio rende l’ordine di grandezza: la manovra 2026 vale tra i 22 e i 23 miliardi. Il Superbonus è costato, in media, quasi trenta miliardi all’anno per cinque anni consecutivi. Una manovra finanziaria addizionale, ogni anno, dedicata interamente a un solo capitolo di spesa.
Il confronto con il PNRR: due strategie opposte di spesa pubblica
I 170 miliardi del Superbonus equivalgono all’87% dei 194,4 miliardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. È un paragone che pesa, perché le due misure rappresentano due filosofie radicalmente opposte di intervento pubblico.
Il PNRR finanzia infrastrutture strategiche di lungo periodo: alta velocità ferroviaria, banda larga, digitalizzazione della pubblica amministrazione, ricerca, transizione energetica, porti, sanità territoriale. Un investimento in asset produttivi che resteranno alla Nazione per decenni e che modificano la struttura economica del Paese. Il Superbonus, viceversa, ha finanziato la riqualificazione di mezzo milione di abitazioni private — un trasferimento patrimoniale dallo Stato ai proprietari immobiliari, con effetti positivi sui consumi di breve periodo ma nessuna capacità di generare crescita strutturale.
La differenza non è soltanto contabile. Il PNRR è co-finanziato dall’Unione e vincolato a obiettivi misurabili. Il Superbonus è stato puro deficit nazionale, scaricato sulle generazioni future senza alcun vincolo di rendimento economico. Per la stessa cifra che ha rimesso a nuovo cappotti termici e caldaie, sarebbe stato possibile costruire una flotta di reattori modulari Small Modular Reactor, finanziare la ricerca sulla fusione, ricostruire la sovranità energetica della Nazione su basi tecnologiche di nuova generazione. La scelta dei governi giallorossi è stata l’opposto: cementificare il presente invece di costruire il futuro.
Le frodi fiscali del Superbonus: 15 miliardi di buco
Il capitolo frodi è la dimostrazione più chiara di cosa accade quando lo Stato distribuisce credito d’imposta cedibile senza controlli proporzionati. Secondo il report della Camera dei deputati di dicembre 2025, le frodi fiscali denunciate ad aprile 2024 ammontavano già a quindici miliardi di euro: di questi, 6,3 miliardi erano stati intercettati prima della monetizzazione, mentre 8,6 miliardi di truffe erano state effettivamente portate a termine.
Il meccanismo della cessione del credito ha generato un mercato parallelo dove operatori improvvisati hanno costruito fatture false per cantieri inesistenti, vendendo il credito a banche e imprese che lo hanno scontato in compensazione fiscale. È stato il più grande caso di evasione organizzata su scala industriale della storia recente della Nazione, reso possibile dalla combinazione tra detrazione integrale e libera circolazione del credito. L’amministrazione finanziaria ha lavorato anni per stringere la rete, ma la struttura stessa della misura — pensata per essere il più accessibile possibile — ne aveva preordinato la vulnerabilità.
A oggi, l’impegno del Fisco per bloccare la monetizzazione dei crediti delle spese 2025 ha evitato un conto ancora più salato rispetto agli 8,4 miliardi indicati nel documento di finanza pubblica, con un piano di controlli preventivi che ha scartato 1,8 miliardi di crediti sospetti.
Procedura UE deficit eccessivo: il Superbonus pesa anche oggi
La conseguenza politica più rilevante riguarda la procedura di infrazione europea per deficit eccessivo. Il rapporto deficit/PIL della Nazione si è chiuso al 3,1% nel 2025 secondo le stime Eurostat, oltre la soglia comunitaria del tre per cento. Sarebbero bastati venti miliardi di PIL in più per evitare la procedura. Il governo Meloni ha portato il deficit dall’8,1% del 2022 al 3,1% di oggi — un risultato che pochi consideravano raggiungibile — ma il peso residuo del Superbonus continua a sottrarre margini di spesa anche al netto del termine della misura.
La premier Giorgia Meloni ha definito il provvedimento “sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II” il 22 aprile 2026, sottolineando come l’esborso continui a gravare sui conti pubblici “togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi”. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha aggiunto che senza il peso del Superbonus la traiettoria del debito pubblico sarebbe stata già discendente, mentre nelle nuove previsioni del Documento di finanza pubblica il deficit risale al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. La coda della misura non è ancora finita: secondo il Sole 24 Ore, il conto 2026 ammonta a circa 2,5 miliardi e gli effetti si protrarranno fino al 2030.
Il vero costo del Superbonus: tre anni di sovranità persa
Il Superbonus ha sottratto alla Nazione tre risorse fondamentali nel triennio decisivo della transizione energetica europea. La prima è stata la capacità fiscale: ogni miliardo speso per i cappotti termici è stato un miliardo non disponibile per investimenti strategici, sanità, sicurezza, difesa, ricerca. La seconda è stata l’attenzione politica: la macchina amministrativa è stata assorbita per anni dalla gestione delle frodi e dalla riscrittura continua delle norme. La terza, la più grave, è stata la traiettoria industriale: l’inflazione dei materiali da costruzione e della manodopera edile generata dalla domanda artificiale ha drogato il settore, scoraggiando investimenti seri in altre filiere.
Il Movimento 5 Stelle continua a difendere la misura citando la crescita del PIL del 2021 e l’aumento dell’occupazione nell’edilizia. È una contabilità monca. Quella crescita è stata in larga parte trasferimento di ricchezza pubblica verso un singolo settore, finanziata in deficit, con un moltiplicatore fiscale netto largamente inferiore a quanto promesso. Gli studi più rigorosi sulla misura — Banca d’Italia, Ufficio parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti — convergono sul giudizio: il rapporto costo-beneficio è stato strutturalmente negativo per la finanza pubblica.
Cosa resta del Superbonus: l’eredità per la legislatura
Resta un’eredità pesante e una lezione. La pesantezza è quella dei 170 miliardi che continueranno a generare effetti contabili negativi fino al 2030, comprimendo lo spazio fiscale della Nazione proprio negli anni in cui servirà spesa massiccia per difesa, energia e investimenti tecnologici. La lezione è che la spesa pubblica genera sovranità soltanto quando è investimento strategico in asset di lungo periodo: infrastrutture, ricerca, energia, capacità industriale. Quando si trasforma in distribuzione di credito a pioggia su consumi privati, il risultato è inflazione, frodi e debito.
Il Decreto Rilancio del maggio 2020 sarà ricordato come il singolo provvedimento più costoso e meno produttivo della Seconda Repubblica. Il suo conto non si paga oggi: si pagherà ogni anno fino al 2030, ogni volta che il governo dovrà tagliare qualcosa di necessario perché un miliardo è stato già impegnato per qualcosa di non necessario, deciso anni prima da chi non doveva renderne conto.
Fonti
- Corriere della Sera – Superbonus, quanto è costato complessivamente: più di 170 miliardi, quasi quanto i fondi del PNRR
- Il Sole 24 Ore – Il superbonus non si ferma: la coda del 2026 porta un altro miliardo di spese
- ANSA – Meloni: il Superbonus ci impedisce di uscire dalla procedura UE
- Sky TG24 – Deficit/PIL Italia, Meloni: Superbonus ci impedisce di uscire dalla procedura UE
- Secolo d’Italia – Superbonus, buco nero per i conti italiani: ci costa 174 miliardi
- Report ENEA gennaio 2026 – Superbonus: il conto finale
- Il Giornale – Documento di finanza pubblica 2026 e dichiarazioni Giorgetti

