Cicerone aprì la prima Catilinaria con la frase che ogni liceale ha mandato a memoria controvoglia: «Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?». Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? L’accusato era un uomo che le elezioni le aveva perse e, per rifarsi, tramava. A Gerusalemme è andata in scena rovesciata: ad accusare è l’uomo che il conteggio lo sta vincendo, e l’accusato è arrivato terzo. Fino a quando il vincitore denuncerà la vittoria, verrebbe da chiedere. Ma andiamo con ordine, che il Tribuno i numeri li rispetta anche quando non tornano a nessuno.
I numeri, appunto. A spoglio quasi concluso il blocco di Benjamin Netanyahu è primo: 53 seggi su 120. Dietro, il blocco di Gadi Eisenkot a 48. La maggioranza per governare è 61, e non ce l’ha nessuno. Poi ci sono loro, i terzi: i partiti arabi, a 19 seggi — il risultato più alto della loro storia — con un’affluenza del 77,7 per cento, la più alta da oltre vent’anni. In un’elezione normale sarebbero la notizia: gli ultimi diventati indispensabili. In questa sono diventati i ladri.
Mercoledì 28 ottobre il Likud ha diffuso il suo comunicato, come abbiamo raccontato nel dettaglio: le elezioni «sono state rubate da partiti arabi che sostengono il terrorismo», attraverso corruzione, minacce, violenza, frode e «uso di software vietato per mobilitare gli elettori». Il partito annuncia «centinaia di testimonianze» e «migliaia di buste con contanti e schede Ra’am», e chiede un’indagine approfondita a polizia, Shin Bet e Comitato elettorale centrale. Dimensioni da colpo di Stato elettorale. Il riscontro accertato, finora, sta in una riga di verbale: il giorno del voto la polizia ha arrestato tre persone nel Negev per sospetta compravendita di voti, con buste contenenti decine di migliaia di shekel in contanti. Netanyahu ha definito gli arrestati «alti dirigenti di Ra’am». La polizia, quella che li ha arrestati, non li ha identificati come tali. Tra le migliaia di buste annunciate e le buste sequestrate c’è la distanza esatta tra un’accusa e una prova.
Giovedì mattina è arrivata, secondo i media israeliani, la risposta degli organi chiamati in causa dal Likud stesso. Polizia e Comitato elettorale centrale: nessuna indicazione di manomissione sistematica delle schede, singole denunce in esame, irregolarità pochissime. Tradotto dal linguaggio delle istituzioni: il furto, per ora, non risulta. Resta da contare, oggi, il malloppo delle schede in doppia busta, tra 430.000 e 480.000 — soldati, ospedali, detenuti, diplomatici — e i risultati ufficiali sono attesi entro il 4 novembre. Se in quelle buste ci fosse davvero un ladro, sarebbe un ladro paziente: ha rubato un’elezione lasciando il derubato al primo posto.
Perché è qui che il paradosso diventa politica. I 19 seggi contestati, sommati ai 48 di Eisenkot, fanno 67: una maggioranza piena, senza Netanyahu. Il presunto ladro, insomma, non ha rubato per sé — non potrebbe governare da solo — ma tiene in tasca le chiavi della casa dell’altro. E il vincitore del conteggio lo sa: denunciare il furto oggi è l’unico modo per rendere indicibile domani l’alleanza che quei seggi renderebbero possibile. Catilina, almeno, congiurava dopo aver perso. Qui la congiura viene denunciata da chi ha vinto il conteggio, contro chi ha vinto il diritto di decidere chi governa. Il Tribuno non assolve e non condanna: registra che a Gerusalemme il ladro e l’ago della bilancia sono la stessa persona, e che in politica, quando il furto serve a trattare, di solito non è un furto. È un prezzo.
Ave atque vale.
Fonti
- Times of Israel, diretta del 28 ottobre 2026: spoglio, comunicato del Likud e richiesta di indagini a polizia, Shin Bet e Comitato elettorale centrale
- Ynet, 29 ottobre 2026: blocco Netanyahu a 53 seggi, blocco Eisenkot a 48, partiti arabi a 19, record storico
- Israel National News, 29 ottobre 2026: inizia il conteggio delle schede in doppia busta
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