Oltre il capitalismo finanziario e il culto della rendita, serve un’economia che restituisca al lavoro la sua dignità sociale, la sua funzione creativa e il suo valore comunitario.
Per troppo tempo il dibattito economico è rimasto prigioniero di una contrapposizione apparentemente insuperabile: da una parte il capitalismo liberale, fondato sulla centralità del mercato e del profitto; dall’altra un socialismo che, nelle sue versioni più diffuse, ha spesso identificato l’emancipazione umana con la progressiva riduzione del lavoro. Ma è davvero questa la prospettiva a cui dobbiamo guardare? E se la vera liberazione non fosse quella dal lavoro, bensì quella del lavoro?
Dal lavoro o del lavoro: un rovesciamento di prospettiva
Una nuova visione economica comunitaristica deve partire proprio da questo rovesciamento di prospettiva. Il lavoro non è semplicemente una merce da acquistare e vendere, una prestazione da remunerare o un costo da comprimere per aumentare la competitività. È, prima di tutto, una dimensione fondamentale dell’esistenza umana: attraverso il lavoro l’individuo trasforma la realtà, sviluppa le proprie capacità, costruisce relazioni e partecipa alla vita della comunità.
Sorel e Corridoni, l’umanesimo del lavoro
In questa prospettiva diventa attuale l’umanesimo del lavoro che possiamo ritrovare nel pensiero di Georges Sorel e nella testimonianza politica e sindacale di Filippo Corridoni.
Sorel riconosceva nel lavoro produttivo una forza capace di generare coscienza, solidarietà e autonomia. La sua riflessione sul sindacalismo rivoluzionario non si limitava alla rivendicazione di migliori condizioni economiche, ma attribuiva al produttore un ruolo centrale nella trasformazione della società. Il lavoro organizzato diventava così uno strumento di emancipazione e di costruzione di una nuova etica collettiva.
Corridoni, dal canto suo, rappresenta una delle espressioni più significative di quell’umanesimo operaio che rifiutava tanto la subordinazione del lavoratore al capitale quanto la sua riduzione a semplice ingranaggio di un apparato burocratico. Il suo sindacalismo rivoluzionario concepiva il lavoro come dignità, partecipazione e appartenenza a una comunità di produttori.
È da questa eredità che occorre ripartire per immaginare un’economia diversa.
Un’economia comunitaria contro il primato della rendita
Un’economia comunitaristica non può accettare che la produzione sia subordinata esclusivamente alla massimizzazione del profitto finanziario. Non può tollerare che il capitale speculativo abbia più potere di chi produce realmente ricchezza. Non può considerare inevitabile la precarietà, la compressione dei salari e la progressiva perdita di controllo dei lavoratori sui processi produttivi.
Ma non deve neppure limitarsi a promettere una società nella quale l’uomo possa finalmente sottrarsi a ogni forma di attività produttiva. Una simile prospettiva rischia di trasformare il tempo libero nell’unico orizzonte dell’emancipazione, dimenticando che l’essere umano ha bisogno anche di realizzazione, responsabilità e partecipazione.
Che cosa significa la liberazione del lavoro
La liberazione del lavoro significa invece restituire al lavoratore il controllo sul proprio destino produttivo. Significa salari dignitosi, partecipazione alle decisioni aziendali, redistribuzione degli utili, formazione permanente, riduzione degli orari quando la tecnologia aumenta la produttività e superamento della precarietà. Significa promuovere cooperative, imprese partecipate, proprietà diffusa e forme di cogestione, rafforzando il legame tra attività economica e territorio.
Intelligenza artificiale e automazione al servizio della comunità
L’intelligenza artificiale e l’automazione, in questo quadro, non devono diventare strumenti per espellere indiscriminatamente uomini e donne dalla produzione, concentrando ricchezza e potere nelle mani di pochi. Devono permettere di ridurre le attività alienanti, migliorare le condizioni di lavoro e distribuire più equamente i benefici del progresso tecnologico.
La comunità deve tornare a essere il soggetto politico ed economico che orienta la produzione verso bisogni reali, coesione sociale e interesse collettivo.
Un nuovo umanesimo produttivo
La sfida del nostro tempo non è dunque scegliere tra lavorare e non lavorare. È superare un modello nel quale pochi decidono e molti eseguono, nel quale il profitto prevale sulla persona e la ricchezza prodotta collettivamente viene appropriata individualmente.
Non vogliamo una società liberata dal lavoro, ma una società nella quale il lavoro sia finalmente liberato.
È questa la prospettiva di un nuovo umanesimo produttivo: un’economia nella quale l’uomo non sia al servizio del mercato, ma il mercato, la tecnologia e il capitale siano finalmente al servizio dell’uomo e della comunità.
Parte del Laboratorio Culturale di Politico Web — un percorso di approfondimento al di là della cronaca quotidiana.
Leggi anche
- Che cos’è il comunitarismo e perché è l’alternativa al liberalismo
- Il lavoro come soggetto della Nazione: ripensare la comunità oltre il liberalismo
- Mezz’ora di lavoro al giorno: Godwin lo scriveva nel 1793, oggi lavoriamo sempre di più
Fonti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

