Gli hub di rimpatrio in Africa non sono più un’ipotesi italiana: sono la linea dell’Europa. Il Regolamento Rimpatri approvato dal Parlamento europeo nel giugno 2026 con 418 voti favorevoli apre alla creazione di centri per i rimpatri in Nazioni terze, e al vertice straordinario dei ministri dell’Interno del 4 agosto l’Italia ha messo sul tavolo il progetto operativo. Il modello è quello che Roma ha costruito in Albania tra le proteste dell’opposizione e i ricorsi delle procure. Oggi lo studiano ventidue governi europei.
Return hubs: cosa sono e cosa prevede il Regolamento Rimpatri
I return hubs sono strutture situate in Stati esterni all’Unione dove possono essere trasferiti i migranti irregolari destinatari di una decisione di rimpatrio, durante la fase di esecuzione del provvedimento. Il Regolamento Rimpatri, approvato a Strasburgo con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astenuti, li rende per la prima volta uno strumento ordinario del diritto europeo: il trasferimento è possibile anche verso Nazioni con cui il migrante non ha alcun legame personale diretto.
Il nuovo regolamento sostituisce la vecchia direttiva del 2008, accelera le procedure, estende i tempi massimi di trattenimento fino a trenta mesi e si innesta sul Patto europeo su migrazione e asilo, pienamente operativo dal 12 giugno 2026. L’Italia ha lavorato al testo fin dall’inizio: i rappresentanti del governo hanno seguito passo per passo il negoziato con il relatore del Parlamento europeo, il liberale olandese Malik Azmani. Non è un dettaglio: la parte più innovativa del regolamento porta un’impronta italiana riconoscibile.
Il modello Albania: da “lager” a progetto pilota europeo
Quando il governo Meloni firmò l’intesa con Tirana e aprì i centri di Gjader, la reazione fu un fuoco di sbarramento: campagne di stampa, pellegrinaggi parlamentari dell’opposizione, ordinanze che ne congelarono ripetutamente l’operatività. L’esperimento albanese venne descritto come un’anomalia italiana destinata a finire davanti alle corti.
Tre anni dopo, quell’anomalia è lo schema di riferimento. Il 2 agosto un portavoce della Commissione europea ha dichiarato che Bruxelles è pronta a valutare “proposte compiute” sugli hub europei di rimpatrio, precisando che i prossimi passi spettano agli Stati membri. Due giorni dopo, al vertice convocato dopo la crisi di Ceuta, il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha definito “legittima” la creazione di centri di rimpatrio in Stati terzi sicuri, rivelando che cinque o sei governi stanno già trattando con Nazioni esterne all’Unione. Danimarca, Austria e Grecia hanno colloqui avviati; Germania e Olanda contano di presentare piani definitivi entro la fine del 2026.
La sequenza è quella che avevamo ricostruito raccontando la proposta italiana presentata al vertice europeo dopo Ceuta: l’afflusso record sull’exclave spagnola ha trasformato in urgenza politica ciò che il regolamento aveva già reso possibile sul piano giuridico. E l’unica Nazione che arrivava a quel tavolo con un modello già costruito, testato e difeso in tribunale era l’Italia.
Uganda, Ghana e Ruanda: le Nazioni candidate e gli incentivi
Secondo la lista che circola tra le cancellerie europee dalla scorsa primavera, riferita da Quotidiano Nazionale, le tre candidature più concrete per ospitare i primi hub sarebbero Uganda, Ghana e Ruanda, con un iter ricalcato su quello dei due centri albanesi. Nessuna decisione è stata formalizzata: si tratta di ipotesi di lavoro, che richiederanno accordi bilaterali o europei con ciascun governo.
Sul piano delle risorse, il Fondo asilo, migrazione e integrazione dispone per il periodo 2021-2027 di una dotazione complessiva di 10,94 miliardi di euro, utilizzabile per il contrasto dell’immigrazione irregolare e la cooperazione con gli Stati di origine e transito. Secondo quanto riferito da La Verità, la proposta presentata dal ministro Piantedosi affianca ai fondi la leva commerciale: l’applicazione stringente del sistema di preferenze tariffarie Gsp+, che condiziona i vantaggi doganali alla collaborazione sui rimpatri. Denaro e commercio come strumenti di una politica migratoria finalmente attiva, non subita.
Frederiksen, Rama e i socialisti che ci stanno
Qui il quadro politico smentisce da solo la propaganda. L’iniziativa che ha portato ventidue Stati a chiedere alla Commissione progetti pilota sui rimpatri è guidata da Giorgia Meloni insieme alla premier danese Mette Frederiksen, socialdemocratica. Il primo ministro albanese che ha accolto i centri di Gjader, Edi Rama, è un socialista. Al vertice su Ceuta i socialisti europei si sono divisi, con i governi del Nord schierati sulla linea del rigore.
La sinistra italiana, che per tre anni ha descritto il modello Albania come una deriva autoritaria, si ritrova così isolata non dalla destra, ma dai suoi stessi omologhi europei di governo. Mentre a Roma si organizzavano le delegazioni parlamentari verso Gjader, Copenaghen chiedeva a Bruxelles di replicare lo schema su scala continentale. I numeri, intanto, parlano: secondo i dati del Viminale, gli sbarchi irregolari dei primi sette mesi del 2026 sono in calo del 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023.
Remigrazione: gli hub sono il primo tassello
Il punto sostanziale, però, va oltre la cronaca diplomatica. Gli hub di rimpatrio in Africa non sono una misura emergenziale: sono la prima infrastruttura fisica di una politica di remigrazione europea. Finché il rimpatrio restava una pratica amministrativa affidata a voli sporadici e ad accordi fragili, l’espulsione era un annuncio. Con una rete di centri nelle Nazioni terze, sostenuta da fondi comuni e da leve commerciali, il ritorno diventa un processo ordinario, misurabile, replicabile.
È anche la dimostrazione di come funziona l’Europa quando funziona: non la macchina normativa di Bruxelles che impone dall’alto, ma le Nazioni che costruiscono soluzioni e le mettono in comune. L’Italia ha aperto la strada in Albania pagando il prezzo politico dell’apripista. Ora che l’Europa intera imbocca quella strada, resta una sola domanda: quanto tempo servirà alla sinistra italiana per accorgersi che il mondo, nel frattempo, si è mosso.
Fonti
- ANSA – Ue, “pronti a valutare proposte compiute su hub europei di rimpatrio”
- Open Migration – Rimpatri più rapidi, detenzione più lunga e “hub” nei Paesi terzi
- La Verità – Ecco la proposta italiana alla Ue sui centri di rimpatrio in Africa
- Il Sussidiario – Migranti Ceuta, cosa dice la proposta Italia in Consiglio Ue
- Quotidiano Nazionale – Immigrazione, gli hub extra Ue possono funzionare?

