Gli hub di rimpatrio sono passati in ventiquattro ore dall’essere una previsione tecnica del regolamento europeo all’essere il centro dello scontro diplomatico più acceso dell’estate. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha accusato il Governo italiano di non essere stato «all’altezza» della crisi migratoria di Ceuta. Il Viminale ha risposto con i numeri. E il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha portato al Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione il piano italiano sui centri di rimpatrio in Nazioni terze.
Vale la pena leggere questa sequenza per quello che è. Madrid attacca perché ha perso l’iniziativa politica sul dossier che considerava proprio.
Cosa ha detto il ministro spagnolo
L’affondo è arrivato in televisione, alla vigilia della riunione europea. Albares ha collocato l’Italia tra le Nazioni che non hanno saputo gestire l’emergenza, l’ha indicata come quella con il maggior numero di arrivi irregolari in Europa e ha sostenuto che non sia in grado di risolvere la situazione di Lampedusa, a differenza di quanto avrebbe fatto la Spagna con la propria.
Ha aggiunto che Ceuta e Melilla non hanno mai rappresentato una minaccia per lo spazio Schengen, evocando invece la frontiera bielorussa e l’esodo siriano, e ha rivendicato per Madrid una solidarietà costante verso gli altri governi europei. Non ha risparmiato la destra spagnola, definendone irresponsabili le posizioni.
Il bersaglio reale, però, non era Lampedusa. Era la decisione italiana del 31 luglio di reintrodurre i controlli di frontiera con la Spagna dopo l’ingresso di circa sessantamila persone a Ceuta in poche ore, il più grande afflusso irregolare mai registrato nell’Unione.
La risposta italiana: i numeri degli sbarchi
Palazzo Chigi ha spostato il confronto sul terreno che gli è più favorevole. Il Viminale ha diffuso i dati di gennaio-luglio 2026: gli sbarchi irregolari risultano in calo del 55 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e di circa l’82 per cento rispetto al 2023, primo anno pieno dell’attuale Governo.
Alla replica sui numeri il ministero dell’Interno ha aggiunto l’elemento politico più rilevante: gli accordi bilaterali sottoscritti con otto Nazioni di origine e transito, costruiti per promuovere flussi regolari e contrastare le organizzazioni criminali che gestiscono le partenze. Non una misura d’emergenza, ma un’architettura negoziale.
Roma ha inoltre ricordato che nel Mediterraneo centrale operano imbarcazioni battenti bandiera spagnola: un richiamo tutt’altro che casuale, nella settimana in cui la Procura di Brindisi indaga la comandante di una nave umanitaria sulla base delle immagini di Frontex.
Cosa prevede la proposta italiana sugli hub di rimpatrio
Il piano illustrato da Piantedosi ha tre elementi.
Il primo: estendere all’intera Unione l’impianto sperimentato con l’accordo italo-albanese, creando centri destinati alle persone raggiunte da una decisione di rimpatrio, collocati in Nazioni terze considerate sicure.
Il secondo: finanziarli con risorse comuni europee, non con i bilanci dei singoli Stati. È il passaggio politicamente più pesante, perché trasforma una scelta nazionale in una politica dell’Unione.
Il terzo: negoziarli usando la leva commerciale. Lo strumento indicato è il sistema di preferenze tariffarie generalizzate, il programma che azzera i dazi all’importazione su oltre due terzi delle linee tariffarie per le economie in via di sviluppo, in cambio della ratifica di ventisette convenzioni internazionali. Oggi vi aderiscono ventidue Nazioni. Roma propone di legare quel vantaggio doganale alla collaborazione effettiva sulla riammissione dei propri cittadini.
Secondo le indiscrezioni circolate alla vigilia esisterebbe già un elenco preliminare di possibili sedi, in larga parte africane: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda ed Etiopia, con l’aggiunta di Uzbekistan, Armenia e Montenegro.
Come funzionano i return hub e in cosa differiscono dal modello albanese
La distinzione conta, perché il dibattito pubblico la confonde di continuo.
I due centri italiani in Albania sono sottoposti alla giurisdizione italiana e nascono per la gestione di procedure di frontiera e di asilo, prima della parziale riconversione in strutture per persone in attesa di rimpatrio.
Gli hub previsti dal nuovo regolamento europeo sui rimpatri riguardano invece cittadini stranieri già presenti nel territorio dell’Unione, privi del diritto di soggiorno e destinatari di un provvedimento di allontanamento. Ogni struttura richiede un accordo o un’intesa tra l’Unione, o uno o più Stati membri, e la Nazione ospitante, con ampia flessibilità sulle condizioni negoziate caso per caso. Lo stesso regolamento introduce l’ordine europeo di rimpatrio, per ora su base volontaria, che rende riconoscibili in tutta l’area le decisioni adottate da un singolo Stato.
È l’architettura operativa di ciò che abbiamo definito la codificazione europea della remigrazione, ottenuta senza che quella parola comparisse mai nei testi.
Perché Madrid attacca proprio adesso
La domanda non è retorica. La Spagna ha gestito la crisi di Ceuta ottenendo dal Marocco la riammissione rapida di quasi tutte le persone entrate nell’exclave, e su quel risultato ha costruito la propria rivendicazione. Ma un flusso che si accende e si spegne in quarantotto ore su decisione di Rabat è precisamente ciò che rende quel risultato fragile: dimostra che il rubinetto è in mano ad altri.
Nel frattempo l’iniziativa europea è passata di mano. La richiesta del vertice straordinario, promossa dal Governo italiano insieme alla prima ministra danese Mette Frederiksen, ha raccolto l’adesione di ventuno governi. Ursula von der Leyen ha risposto alla lettera di Pedro Sánchez indicando cinque priorità: cooperazione con le Nazioni terze, rafforzamento delle frontiere esterne, sistemi di allerta precoce, contrasto ai trafficanti e rimpatri più efficaci. Sono quattro punti su cinque della linea che Roma sostiene da tre anni.
L’attacco di Albares, letto in questa luce, è la reazione di chi si ritrova a discutere una proposta scritta da altri.
L’appuntamento vero è a ottobre
Il bilancio della crisi resta pesante: oltre settanta vittime nelle prime rilevazioni, salite a ottantotto nei conteggi successivi tra annegamenti e schiacciamenti. Nessuna accusa formale è stata rivolta a Rabat da Bruxelles, che ha preferito la formula prudente della cooperazione da rafforzare.
Ma la partita non si chiude con una videoconferenza d’agosto. Gli hub di rimpatrio saranno al centro del Consiglio europeo di ottobre, insieme alla revisione del bilancio pluriennale che dovrebbe finanziarli. È lì che si vedrà se ventuno adesioni di principio reggono alla prova delle risorse.
Resta la questione di fondo, che nessun vertice ha ancora affrontato: un’Europa delle Nazioni può accettare che la propria composizione demografica dipenda dalle decisioni di governi terzi? Finché la risposta resterà sospesa, ogni estate avrà la sua Ceuta.
Fonti
ANSA — Madrid attacca Roma, richiamo di von der Leyen all’unità sui migranti
Il Gazzettino — L’affondo di Albares e la replica del Viminale
La Verità — La proposta italiana all’Unione sui centri di rimpatrio in Africa
Euronews — Cosa sono i nuovi hub di rimpatrio dell’Unione europea
La Milano — L’Italia porta al vertice il piano sui centri di rimpatrio
Il Giornale d’Italia — Lo scontro sui numeri e il bilancio delle vittime

