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Medio Oriente

Trump dichiara vittoria, l’Iran risponde con i missili: giorno 25 di una guerra senza uscita

Redazione - Il Politico

Il presidente americano annuncia che "la guerra è stata vinta" e che Teheran offre "un premio significativo". L'Iran nega ogni trattativa, nomina un falco dei Pasdaran alla sicurezza nazionale e colpisce Tel Aviv, Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain. Il Pakistan si propone come sede dei colloqui. Hegseth: "Negoziamo con le bombe."

Riassunto dell'articolo

Al giorno 25 della guerra in Iran, Trump ha dichiarato vittoria e annunciato negoziati con Teheran, ma l'Iran nega ogni trattativa e continua a colpire Israele e gli Stati del Golfo. Il Segretario alla Difesa Hegseth ha dichiarato che gli USA "negoziano con le bombe". Il Pakistan si è proposto come sede dei colloqui, ma la diplomazia è complicata dalla nomina del falco dei Pasdaran Zolghadr come capo della sicurezza iraniana. Lo Stretto di Hormuz resta bloccato e l'Agenzia Internazionale dell'Energia avverte che la crisi è peggiore degli shock petroliferi degli anni Settanta.

Il 24 marzo 2026, giorno 25 della guerra iniziata con l’operazione Epic Fury, la distanza tra la narrazione americana e la realtà sul campo ha raggiunto un punto di rottura. Dall’Ufficio Ovale della Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha dichiarato che la guerra è stata vinta, che i negoziati con l’Iran sono in corso “proprio adesso” e che Teheran ha offerto agli Stati Uniti “un premio molto significativo” legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nelle stesse ore, i missili balistici iraniani colpivano un palazzo residenziale a Tel Aviv, l’Arabia Saudita abbatteva 19 droni sulla Provincia Orientale, il Kuwait subiva blackout parziali per i frammenti della contraerea e le sirene suonavano in Bahrain. Lo Stretto di Hormuz resta bloccato. L’82ª Divisione Aviotrasportata americana è in partenza per il Medio Oriente. I morti iraniani superano i 3.200 secondo le ONG, di cui oltre 200 bambini.
Questa non è una cronaca di avvicinamento alla pace. È l’anatomia di un metodo.

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Da “oblitereremo le centrali” a “conversazioni produttive”: 24 ore di inversioni

La sequenza dei fatti è la chiave per comprendere ciò che sta accadendo. Sabato 22 marzo, Trump aveva lanciato un ultimatum pubblico: se l’Iran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz entro lunedì sera, gli Stati Uniti avrebbero colpito le centrali elettriche iraniane fino a “obliterarle”. L’Iran aveva risposto con un’escalation: attacchi su Israele e sugli Stati del Golfo alleati degli USA, e la minaccia di minare l’intero Golfo Persico e di colpire le infrastrutture energetiche della regione.
Lunedì mattina, senza preavviso, Trump ha rovesciato la posizione. In un post in maiuscolo su Truth Social ha annunciato “conversazioni buone e produttive” con Teheran e ha rinviato l’ultimatum di cinque giorni. I mercati hanno reagito immediatamente: le borse asiatiche sono salite, il petrolio è sceso. Il Financial Times ha riportato che scommesse per mezzo miliardo di dollari sul mercato petrolifero erano state piazzate quindici minuti prima del post di Trump — un dettaglio che le autorità di regolamentazione non potranno ignorare.
Martedì, nell’Ufficio Ovale, Trump ha completato l’arco narrativo dichiarando vittoria: “Abbiamo vinto questa guerra. Questa guerra è stata vinta”, ha detto ai giornalisti. Ha affermato che l’Iran ha offerto un “premio molto significativo” senza specificarne la natura, ha descritto la situazione come “cambio di regime” perché “i leader sono tutti molto diversi da quelli con cui abbiamo iniziato”, e ha indicato che il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner guidano i negoziati.

“Negoziamo con le bombe”: la dottrina Hegseth

Il momento più rivelatore della giornata non è venuto dal presidente, ma dal suo Segretario alla Difesa. Parlando accanto a Trump nell’Ufficio Ovale, Pete Hegseth ha dichiarato che il Pentagono si considera parte integrante del negoziato: “La campagna aerea che abbiamo condotto, che Israele ha condotto al nostro fianco, è stata una campagna da libri di storia. Ed è perché abbiamo un presidente che, quando manda i suoi combattenti a combattere, gli slega le mani per andare a distruggere il nemico nel modo più feroce possibile dal primo momento. E per questo ci consideriamo parte di questo negoziato. Negoziamo con le bombe. Avete una scelta, mentre voliamo sopra Teheran, sul vostro futuro.”
Trump stesso ha aggiunto un dettaglio che in qualsiasi altro contesto sarebbe uno scandalo diplomatico: ha detto che Hegseth e il capo di stato maggiore, il generale Dan Caine, erano “le uniche due persone piuttosto deluse” dalla prospettiva di un negoziato, perché “non erano interessati a un accordo, erano interessati a vincere e basta”. Il presidente lo ha descritto come “un buon atteggiamento”.
La dichiarazione di Hegseth non è un eccesso retorico. È la formalizzazione pubblica di un metodo: la diplomazia americana nel conflitto iraniano non è separata dall’azione militare, ne è la conseguenza narrativa. Si bombarda, poi si dichiara di aver vinto, poi si offre la pace come concessione del vincitore. Il fatto che il Segretario alla Difesa americano dica esplicitamente “negoziamo con le bombe” davanti alle telecamere, in un ufficio dove siedeva chi ha firmato gli accordi di Camp David, è un dato che va registrato nella sua enormità.

Teheran nega, ma i messaggi passano: il ruolo del Pakistan

Sul versante iraniano, la posizione pubblica è di negazione totale. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha dichiarato che “non c’è alcun dialogo” con Washington. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha definito le notizie sui negoziati “fakenews”. Le Guardie Rivoluzionarie hanno chiamato Trump “un presidente americano bugiardo” il cui “comportamento contraddittorio non ci farà perdere di vista il campo di battaglia”. Il portavoce del comando supremo iraniano ha dichiarato che le forze armate combatteranno “fino alla vittoria completa”.
Ma sotto la superficie della retorica pubblica, i canali funzionano. Un alto funzionario del ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato a CBS News che Teheran ha “ricevuto punti dagli Stati Uniti attraverso mediatori” e che “li sta esaminando”. NPR ha confermato l’esistenza di canali indiretti: Pakistan, Egitto e Turchia stanno trasmettendo messaggi tra le parti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato durante la settimana con i suoi omologhi di diversi Paesi.
Il Pakistan è emerso come il mediatore principale. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha dichiarato pubblicamente che Islamabad “è pronta e onorata di ospitare colloqui” tra USA e Iran. Trump ha ricondiviso il post senza commento su Truth Social. Un funzionario israeliano ha confermato a NPR che sono in corso i preparativi per un incontro in Pakistan entro la fine della settimana. Secondo Axios, gli Stati Uniti e i mediatori ritengono possibile un incontro ad alto livello il 26 marzo, se l’Iran accetta. Ma tre funzionari pakistani hanno dichiarato a PBS che la “diplomazia silenziosa” è diventata più complicata dopo che la notizia è trapelata.
Il Pakistan è una scelta logica ma delicata: unico Stato nucleare musulmano, mantiene rapporti con Washington, con Teheran e con le monarchie del Golfo. Ma ha anche appena firmato un accordo di difesa con l’Arabia Saudita che impegna i due Paesi a trattare un’aggressione contro uno come una minaccia per entrambi — un vincolo che, in un contesto di guerra contro l’Iran, complica la presunta neutralità.

Zolghadr: il falco dei Pasdaran che sostituisce il pragmatico Larijani

Mentre Trump dichiara che in Iran è avvenuto un “cambio di regime”, la realtà punta nella direzione opposta. L’Iran ha nominato Mohammad Bagher Zolghadr come nuovo segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, in sostituzione di Ali Larijani, ucciso in un raid israeliano la settimana scorsa.
Zolghadr non è un pragmatico. È un ex brigadiere generale delle Guardie Rivoluzionarie che ha servito nella guerra Iran-Iraq, ha guidato lo stato maggiore congiunto dei Pasdaran per otto anni, ne è stato vice comandante per altri otto, ed è stato vice ministro dell’Interno per la sicurezza sotto Ahmadinejad — un incarico che all’epoca venne interpretato come un rafforzamento dell’influenza militare dei Pasdaran nella politica civile. L’analista Vali Nasr ha commentato che la nomina “conferma che tutto ciò che la decapitazione di Israele ha ottenuto è trasferire il potere a Teheran alla parte più intransigente dei Pasdaran”. Ghalibaf, il presidente del Parlamento che Washington sembra considerare un interlocutore possibile, “può essere il biglietto appetibile per la Casa Bianca, ma Zolghadr è la realtà sul terreno.”
La nomina è avvenuta con l’approvazione del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei — che non è apparso in pubblico da quando è succeduto al padre, assassinato all’inizio di marzo. Il segnale è univoco: il regime non si sta aprendo, si sta chiudendo attorno al suo nucleo più duro.

Lo Stretto resta chiuso, l’IEA avverte: peggio degli anni Settanta

Mentre la diplomazia produce dichiarazioni e controdichiarazioni, la realtà materiale della guerra si misura nello Stretto di Hormuz. La IRGC ha confermato martedì di aver respinto una nave container battente bandiera St. Kitts e Nevis in transito dallo Stretto, perché “priva di autorizzazione al transito”. Lo Stretto resta de facto sotto controllo iraniano. Intelligence americana ha identificato almeno una dozzina di mine sottomarine iraniane (modelli Maham 3 e Maham 7) nel passaggio. Dall’inizio della guerra sono state attaccate almeno 16 navi mercantili.
Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha dichiarato lunedì che la situazione è “molto grave” e che la crisi energetica attuale è “peggiore delle due crisi petrolifere degli anni Settanta e delle conseguenze della guerra in Ucraina messe insieme”. L’Eurozona registra i primi dati di stagflazione: i costi di produzione salgono, la produzione ristagna, la fiducia dei consumatori è al minimo da ottobre 2023.

La guerra come narrazione: dichiarare la vittoria per renderla vera

L’ex vice segretaria di Stato Wendy Sherman ha offerto la lettura più lucida della giornata in un’intervista a WBUR: “Vorrei essere più ottimista sul fatto che questo sia il momento per porre fine alla guerra attraverso un negoziato. Il nostro superbo apparato militare ha degradato il programma missilistico e nucleare dell’Iran, ma non ha ottenuto ciò che il presidente Trump spera. E certamente non ha riaperto lo Stretto di Hormuz, che è vitale per l’economia mondiale.” Sherman ha ricordato che l’Iran ha già negoziato due volte con gli Stati Uniti — a giugno e a ottobre 2025 — e che entrambe le volte i colloqui sono stati seguiti da un’aggressione militare. “Sono molto diffidenti nel negoziare con gli Stati Uniti.”
Il metodo Trump è un metodo narrativo prima che diplomatico. Si dichiara la vittoria per creare le condizioni politiche interne che la rendano sostenibile. Si annunciano negoziati per far scendere il prezzo del petrolio e calmare i mercati. Si lodano i propri generali per la loro riluttanza alla pace come dimostrazione di forza. Si bombarda e si offre contemporaneamente la mano tesa, costringendo l’avversario a scegliere tra due opzioni entrambe sfavorevoli: accettare condizioni dettate sotto le bombe o rifiutare e subire l’escalation.
Ma il metodo ha un limite strutturale: funziona solo se l’avversario collabora alla narrazione. L’Iran non lo sta facendo. Nega i colloqui, nomina falchi, continua a colpire, controlla Hormuz. E ogni giorno che passa senza una riapertura dello Stretto, il costo economico della guerra ricade non sull’Iran, ma sull’Europa e sull’Asia — le economie che dipendono dal transito energetico che l’Iran ha il potere di bloccare.

Fonti

NPR – Trump declares victory and claims Iran offers a ‘prize’ in talks Iran has denied having (24 marzo 2026)
CNN – Live updates: Iranian source says US initiated ‘outreach’ to end war (24 marzo 2026)
CBS News – Live Updates: Iran war rages with Pentagon expected to send troops (24 marzo 2026)
NBC News – Trump postpones attacks on Iran power plants, citing ‘productive’ talks (24 marzo 2026)
Washington Post – Trump declares Iran war ‘won’ as Tehran denies claims (24 marzo 2026)
Al Jazeera – Iran names Zolghadr as successor to security chief killed in US-Israeli attack (24 marzo 2026)
Al Jazeera – Trump postpones military strikes on Iranian power plants for five days (23 marzo 2026)
Euronews – Iran fires new wave of missiles after denying Trump talks (24 marzo 2026)
Newsweek – Iran war live updates: US, Iran could hold high-level talks this week (24 marzo 2026)
PBS – Strikes hit Iran while Tehran targets Israel and Gulf states amid mixed signals (24 marzo 2026)
WBUR – Why a former top diplomat says the Iran war isn’t likely to end anytime soon (24 marzo 2026)
Fox News – Pakistan struggles to stay neutral as the Iran war intensifies (23 marzo 2026)
The Week – Who is Mohammad Bagher Zolghadr? (24 marzo 2026)

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