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Italia

Garlasco e David Rossi: in un giorno crollano due verità giudiziarie

G. S.

Un Dna negativo sparito per 19 anni e un "suicidio" archiviato due volte che ora è un'aggressione. Tre domande a cui la giustizia deve rispondere.

Riassunto dell'articolo

Il 28 settembre 2026 la Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta le indagini su Andrea Sempio per l'omicidio di Chiara Poggi, rivelando che il Dna sui pedali della bici di Alberto Stasi era risultato negativo in due test del 2007 mai depositati agli atti. Lo stesso giorno a Roma la perizia della commissione parlamentare ha concluso che David Rossi fu aggredito da almeno due persone e non si suicidò. I due casi, letti insieme, pongono tre domande di sistema: chi custodisce la prova scientifica, chi risponde delle archiviazioni sbagliate, e quanto costa il tempo della giustizia.

Lunedì 28 settembre 2026 resterà una data scomoda per la giustizia italiana. Nello stesso giorno, a Pavia e a Roma, due casi lontanissimi tra loro hanno preso la stessa direzione: la chiusura delle indagini di Garlasco su Andrea Sempio e la perizia della commissione parlamentare sulla morte di David Rossi. Due vicende che, lette insieme, pongono una domanda semplice e brutale: come è possibile agire così, per anni, dentro le aule e i laboratori dello Stato?

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Le due svolte del 28 settembre

A Pavia la Procura ha notificato per la seconda volta l’avviso di conclusione delle indagini a carico di Andrea Sempio, 38 anni, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi del 13 agosto 2007. L’accusa è omicidio volontario aggravato. Insieme all’avviso, i pm hanno depositato nuove consulenze che riscrivono pezzi interi della storia processuale.

A Roma, nella palestra dell’Università del Foro Italico, i consulenti nominati dalla commissione parlamentare d’inchiesta hanno ricostruito in carne e ossa gli ultimi istanti di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra di Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013. La conclusione preliminare è netta: aggressione, non suicidio.

Due svolte, due tempi di attesa lunghissimi. Diciannove anni per Garlasco, tredici per Siena. Il punto non è chi ha ragione. Il punto è come siamo arrivati fin qui.

Garlasco, il Dna che non c’era

La notizia più pesante uscita dalla Procura di Pavia riguarda la bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Nel 2007 i consulenti della pubblica accusa attribuirono a Chiara Poggi il materiale genetico trovato sui pedali. Quel dato entrò nei processi che portarono alla condanna definitiva dell’allora fidanzato a 16 anni di carcere.

Oggi il procuratore Fabio Napoleone scrive un’altra storia. Dai dati grezzi recuperati al Ris di Parma risulta che il profilo determinato il 19 settembre 2007 era risultato totalmente negativo in due test di controllo eseguiti il giorno successivo. Di quelle due corse elettroforetiche non si è trovata traccia in alcun atto del procedimento contro Stasi.

L’analisi è stata rifatta due volte, dai genetisti della difesa Stasi e in autonomia da quelli della Procura. Il risultato è lo stesso. Nei giorni scorsi i pm hanno interrogato i militari che nel 2007 fecero le analisi e, venerdì, l’ex generale del Ris Luciano Garofano, sentito per oltre un’ora come persona informata sui fatti.

Garofano ha respinto ogni sospetto: dice di credere ciecamente nell’onestà dei suoi collaboratori ed esclude irregolarità, ricordando che le analisi si svolsero alla presenza dei consulenti di parte. È una difesa legittima. Ma non risponde alla domanda che conta: perché un esito negativo non è mai stato depositato?

Le altre consulenze su Sempio

Il comunicato della Procura aggiunge altri tasselli. I consulenti tecnici hanno depositato una nota su una scarpa modello Frau numero 42, compatibile con le misure del piede di Andrea Sempio, in relazione alla nota impronta con suola a pallini trovata sulla scena del delitto.

La consulenza affidata a Cristina Cattaneo e all’anatomopatologo Biagio Eugenio Leone ridisegna la dinamica dell’aggressione. Chiara Poggi si è difesa, almeno passivamente. I colpi al capo e al volto sono stati inferti in un’azione protratta nel tempo. La morte è sopraggiunta tra 15 e 30 minuti dopo le lesioni, con una sopravvivenza che potrebbe essere arrivata a un’ora.

La consulenza psichiatrica affidata a Roberto Catanesi è invece sospesa: Sempio ha rifiutato il colloquio clinico e l’esperto ha dichiarato di non avere elementi sufficienti per rispondere ai quesiti.

Le parti reagiscono su fronti opposti. Per Liborio Cataliotti, che difende Sempio con Angela Taccia, l’imputazione non è cambiata e non ci sono nuove prove: la difesa chiederà copia degli atti. Per Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali della famiglia Poggi, i dati sui pedali ripropongono temi già noti e la Corte d’Appello dovrebbe chiudere l’impropria ricerca di un colpevole alternativo.

Chi custodisce la prova?

Qui sta la prima domanda di sistema. In un processo penale la prova scientifica non appartiene a chi la produce. Appartiene al processo. Se un laboratorio dello Stato ottiene un risultato che smentisce il precedente e quel risultato non arriva mai al giudice, chi ne risponde?

Non è una domanda sulla colpevolezza di Alberto Stasi, che resta condannato in via definitiva e oggi è in affidamento in prova ai servizi sociali. È una domanda sulla catena di custodia della verità. Un dato grezzo dormiva negli archivi del Ris mentre tre gradi di giudizio si consumavano senza conoscerlo.

La Nazione ha costruito negli anni un culto della prova tecnica, del Dna, dell’impronta. Ma la tecnica non è neutra se chi la maneggia decide cosa depositare e cosa no. E il codice non prevede una sanzione chiara per l’omissione di un esito negativo. Serve una norma? Serve un controllo esterno sui laboratori delle forze dell’ordine? La politica finora non ha risposto.

David Rossi, tredici anni per una simulazione

Spostiamoci a Roma. Nella palestra del Foro Italico è stata ricostruita una finestra identica a quella dell’ufficio di David Rossi. Un atleta dei carabinieri, della stessa corporatura del manager, ha simulato le reazioni della vittima con uno, due o tre aggressori, in stato di coscienza e di incoscienza.

Le operazioni sono state condotte dal medico Robbi Manghi e dall’ortopedico Marco Nigrisoli, insieme al tenente colonnello Adolfo Gregori del Ris e con l’ausilio dei vigili del fuoco. Il quadro che ne esce esclude il gesto volontario.

Secondo i periti Rossi fu aggredito in modo violento e rapido da almeno due persone di grossa stazza. Era cosciente e ha cercato di difendersi. Le ferite da trascinamento e strisciamento indicano mani con notevole forza. Una volta fuori dalla finestra è rimasto appeso, tenuto dagli aggressori forse per intimidirlo, e poi la presa è mancata. Nigrisoli ipotizza che l’intento iniziale non fosse ucciderlo.

Il presidente della commissione, Gianluca Vinci, ha richiamato altri elementi: il volto schiacciato sulla sbarra di ferro esterna e sul cavetto, il ginocchio sbattuto con violenza. I consulenti saranno ascoltati in commissione martedì 29 settembre alle 10 a Palazzo San Macuto.

Chi giudica i giudici?

Ed ecco la seconda domanda. La Procura di Siena ha archiviato la morte di David Rossi come suicidio due volte, nel 2014 e nel 2017. Ci sono volute due commissioni parlamentari, una nella scorsa legislatura e una in questa, per arrivare a una simulazione fisica della dinamica. Il 3 marzo 2026 la commissione aveva già approvato all’unanimità una relazione intermedia che esclude il suicidio.

Una commissione d’inchiesta non è un tribunale. Non può condannare nessuno. Può solo accertare fatti e trasmettere atti. Ma quando è il Parlamento a fare, tredici anni dopo, il lavoro che una Procura avrebbe dovuto fare in tredici giorni, il problema non è più il singolo fascicolo. È l’equilibrio tra i poteri.

Chi risponde di un’archiviazione sbagliata? In Italia, nella pratica, nessuno. La responsabilità civile dei magistrati esiste sulla carta ma quasi mai si traduce in conseguenze concrete. E il tema torna, per forza, nel dibattito sulla riforma della giustizia: non come slogan, ma come domanda su chi controlla chi.

Il tempo come ingiustizia

La terza domanda riguarda il tempo. Nel caso di Garlasco, un uomo ha scontato la quasi totalità di una pena di 16 anni mentre un dato che poteva riaprire tutto restava sepolto. Nel caso Rossi, una famiglia ha atteso tredici anni per sentire dei periti dire che il padre e il marito non si era ucciso.

Una giustizia che arriva così tardi è ancora giustizia? Se Sempio è innocente, sta vivendo un incubo a 38 anni per un fatto avvenuto quando ne aveva 19. Se Stasi è innocente, nessuna revisione gli restituirà la vita. Se Rossi è stato ucciso, i responsabili hanno avuto tredici anni per sparire.

Non sono domande retoriche. Sono i costi concreti di un sistema che tollera l’omissione e premia la lentezza.

Cosa succede ora

Per Garlasco la strada è scritta nel codice. Dopo l’avviso di conclusione delle indagini, la difesa di Sempio ha venti giorni per depositare memorie e chiedere ulteriori accertamenti. Poi la Procura deciderà se chiedere il rinvio a giudizio, che appare probabile.

In parallelo, i legali di Alberto Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, lavorano da tempo a un’istanza di revisione della condanna, che potrebbe essere depositata a breve. Il procuratore Napoleone ha precisato che nessuna richiesta di revisione è mai stata rivolta alla Procura generale di Milano, che però è stata e sarà tenuta informata su ogni aspetto di interesse.

Per David Rossi, dopo l’audizione del 29 settembre, la commissione dovrà completare la perizia e decidere cosa trasmettere alla magistratura. Vinci parla di caso verso la soluzione. Ma la soluzione, in uno Stato di diritto, passa per un tribunale. E finora i tribunali, a Siena, hanno detto suicidio.

Le due svolte del 28 settembre non chiudono nulla. Aprono, semmai, un conto che la giustizia italiana non può più rinviare: chi custodisce le prove, chi controlla chi archivia, e quanto vale il tempo delle persone.

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G. S.
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