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Italia

La Camera nega le chat di Delmastro ai pm: cosa dice davvero l’articolo 68

Chiara Morganti

La Giunta della Camera respinge la richiesta della Procura di Roma. Il 30 luglio il voto in Aula. In gioco non c'è un uomo, ma una prerogativa costituzionale che le opposizioni hanno difeso quando toccava a loro

Riassunto dell'articolo

La Giunta per le autorizzazioni della Camera ha negato alla Procura di Roma l'accesso alle chat tra Andrea Delmastro, non indagato, e il ristoratore Mauro Caroccia. Il 30 luglio l'Aula voterà in via definitiva, mentre i pm valutano il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. L'articolo analizza cosa prevede l'articolo 68 della Costituzione, la sentenza 170/2023 della Corte costituzionale sulla messaggistica dei parlamentari, i precedenti in cui le opposizioni hanno invocato le stesse garanzie e il caso Cospito, dove il Pg di Roma ha chiesto l'assoluzione di Delmastro in appello.

Il caso delle chat Delmastro è arrivato al punto in cui la cronaca giudiziaria diventa questione costituzionale. Il 22 luglio la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le conversazioni tra Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e il ristoratore Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico dei Senese. Il 30 luglio l’Aula di Montecitorio voterà in via definitiva. E le opposizioni sono già passate all’occupazione dei banchi del governo e agli slogan sulla maggioranza che «aiuta la mafia».
Fermiamoci un momento. Perché in questa vicenda ci sono due piani che la propaganda sta deliberatamente confondendo: il giudizio politico su Delmastro e la garanzia costituzionale che protegge ogni parlamentare. Sul primo, questo giornale ha già scritto ciò che pensava, e non lo ritratta. Sul secondo, vale la pena ragionare a mente fredda.

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Perché la Giunta ha detto no

La relazione approvata dalla maggioranza, firmata dal forzista Pietro Pittalis, non è un atto di fede verso Delmastro. È un elenco di vizi tecnici della richiesta: genericità dell’oggetto, assenza di una delimitazione temporale, mancata dimostrazione che non esistessero strumenti investigativi meno invasivi.
Non sono cavilli. Sono esattamente i criteri fissati dalla Corte costituzionale con la sentenza 170 del 2023, nata dal caso Open. La Consulta ha stabilito che la messaggistica elettronica di un parlamentare costituisce corrispondenza, tutelata dall’articolo 68, e che il suo sequestro è ammissibile solo come extrema ratio: prima si esplorano tutte le altre strade investigative, poi — e solo poi — si chiede alle Camere l’autorizzazione.

Il dettaglio che cambia tutto: Delmastro non è indagato

C’è poi un fatto che nei titoli di questi giorni tende a sparire: Delmastro non è indagato. Lo ha messo per iscritto la stessa Procura di Roma, precisando in una nota inviata a Montecitorio che gli approfondimenti non lo riguardano.
L’indagine verte sui Caroccia, sulla vicenda della «Bisteccheria d’Italia» e sulle ipotesi di riciclaggio e intestazione fittizia. I magistrati vogliono le chat di un terzo estraneo al procedimento perché le ritengono utili. Ma la Costituzione non prevede una tutela a intensità variabile: la corrispondenza di un parlamentare non indagato è, se possibile, ancora più protetta di quella di un indagato, perché manca persino il presupposto che giustificherebbe l’intrusione.

Cosa prevede l’articolo 68 della Costituzione

L’articolo 68 non è uno scudo personale. È una garanzia dell’istituzione parlamentare contro le invasioni degli altri poteri. Nasce dall’esperienza storica: un Parlamento i cui membri possono essere perquisiti, intercettati o frugati nella corrispondenza senza autorizzazione è un Parlamento sotto tutela giudiziaria.
Per questo la norma impone l’autorizzazione della Camera di appartenenza per perquisizioni, arresti, intercettazioni e sequestri di corrispondenza. Non protegge l’uomo: protegge la funzione. E la protegge anche quando l’uomo è indifendibile.

Il doppio registro delle opposizioni

Chi oggi grida allo scudo dovrebbe rileggere i propri precedenti. Nel 2024 il Partito Democratico votò per negare l’autorizzazione all’acquisizione di chat ed email che riguardavano indagini su propri esponenti. E il senatore Roberto Scarpinato, Movimento 5 Stelle, componente della Commissione Antimafia, ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta per impedire che le sue conversazioni con un ex magistrato indagato fossero messe a disposizione della stessa Commissione.
Quando la garanzia serviva a loro, era sacra. Ora che copre un avversario, diventa complicità con la camorra. Questo doppio registro è la vera notizia politica della settimana: rivela un’opposizione che non crede nelle garanzie costituzionali, ma le usa come arma tattica.

Il precedente Cospito: tre anni di gogna, poi la richiesta di assoluzione

C’è un precedente che dovrebbe indurre tutti alla prudenza. Delmastro è stato condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione del segreto d’ufficio nel caso Cospito. Per tre anni quella vicenda è stata il simbolo della presunta arroganza del potere. Poi, in appello, il Procuratore generale di Roma ha chiesto l’assoluzione: il fatto non costituisce reato.
Non è un dettaglio. È la dimostrazione che il processo mediatico corre più veloce di quello reale, e quasi sempre nella direzione sbagliata. Chi oggi pretende le chat «per fare chiarezza» è lo stesso che ieri aveva già emesso la sentenza sul caso Cospito.

Cosa succede il 30 luglio

Giovedì 30 luglio l’Aula di Montecitorio voterà sulla richiesta della Procura, con un relatore di minoranza annunciato dal presidente della Giunta Devis Dori. Se il diniego sarà confermato, i pm di Piazzale Clodio valuteranno il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale: la procedura prevista quando un organo ritiene che un altro abbia invaso la propria sfera di competenza.
Sarebbe l’ennesimo capitolo di una stagione di tensione tra magistratura e politica che il referendum di marzo non ha chiuso. E sarà la Consulta, eventualmente, a dire l’ultima parola — come è giusto che sia in uno Stato di diritto.

La garanzia vale anche per chi non ci piace

Diciamolo senza infingimenti: Delmastro resta ciò che era. Le sue leggerezze sono costate care al governo e al ministero della Giustizia, e le sue dimissioni di marzo furono un atto dovuto, non un sacrificio. Nulla di quanto accade oggi lo riabilita politicamente.
Ma proprio per questo il caso è istruttivo. Le garanzie costituzionali si misurano sui casi scomodi, non su quelli facili. Difendere l’articolo 68 quando copre un alleato non costa nulla; difenderlo quando copre una figura politicamente compromessa è l’unico modo per dimostrare che si crede nella Costituzione e non nella convenienza. Il 30 luglio la Camera non voterà su Delmastro. Voterà su sé stessa, e su quanto vale ancora, in questa Nazione, la separazione dei poteri.

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