Nello stesso weekend l’Europa ha preso fuoco in tre punti diversi. A Milano piazza Duomo è diventata un campo di battaglia per due giorni di seguito. In Francia 550mila persone sono scese in strada e a Limoges il municipio storico è andato in fiamme. A Tirana le proteste contro il governo sono al sesto giorno. Le proteste contro il caro vita in Europa non sono più una serie di episodi nazionali: sono un’unica crisi che la classe dirigente del continente non sa leggere.
Questo Fondo tiene insieme i pezzi. Perché la cronaca, da sola, racconta una vetrina rotta e un ragazzino fermato. Non racconta che cosa c’è sotto.
Chi scende in piazza: i numeri di Milano
Partiamo dai fatti, che a Milano hanno una contabilità precisa. Sabato 17 ottobre il corteo “Italia in Piazza” contro il caro vita è finito nelle mani di centinaia di ragazzi vestiti di nero: bombe carta, barricate incendiate, negozi saccheggiati in corso Vittorio Emanuele, almeno quattro agenti feriti e una ventina di manifestanti soccorsi dal 118.
Dei circa 50 fermati, quasi la metà erano minorenni. Delle 72 persone accompagnate in Questura, 17 sono state arrestate: di queste, solo 7 sono cittadini italiani. Tra i fermati c’erano anche dodicenni. Domenica 18 è ricominciato tutto: sassi contro la polizia, lacrimogeni, idranti, un supermercato assaltato, oltre 70 fermati per identificazione.
Secondo la ricostruzione della polizia, molti di quei ragazzi sono arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province, organizzati in piccoli gruppi autonomi. Non erano i lavoratori che il caro vita lo pagano davvero. Erano i centri sociali, che a Torino il giorno prima avevano già provato a prendersi il corteo degli studenti, e accanto a loro la generazione cresciuta nei quartieri dell’immigrazione di seconda e terza generazione. È la stessa piazza che Salvini ha descritto con parole sue e che la sinistra milanese ha scelto di non vedere.
Francia e Albania: la geografia è la stessa
Oltralpe lo schema si ripete in grande. Il 17 ottobre le proteste francesi hanno portato in strada 550mila persone e oltre 400 fermi, come abbiamo raccontato nella cronaca della giornata del caos. A Limoges il municipio è stato incendiato e la guglia è crollata. A Lione è bruciato l’ufficio del turismo. A Parigi la mattina dopo si contavano negozi saccheggiati e biciclette carbonizzate. La mobilitazione era nata nelle scuole e sul caro vita; la devastazione ha avuto la geografia di sempre, quella delle banlieue, con la sinistra di Mélenchon a litigare con il prefetto invece di prendere le distanze.
A Tirana il premier Rama, al sesto giorno di scontri, attribuisce tutto a “mani straniere”. A Tunisi si protesta contro Saied per lavoro e servizi. Il Mediterraneo intero vibra sulla stessa frequenza: una crisi economica che morde e una piazza che non appartiene a chi la paga.
Non ci si piega: la violenza non è una rivendicazione
Qui serve chiarezza, perché l’ambiguità è già cominciata. C’è chi, a Milano, invita a “aprire le orecchie” verso cinquemila giovanissimi scesi in piazza. No. Una barricata in fiamme davanti al Duomo non è una rivendicazione sociale, è un attacco alla Nazione nel suo luogo più simbolico. Uno Stato che tratta con chi gli lancia bombe carta non è uno Stato comprensivo: è uno Stato che non esiste più.
Il sindaco Sala ha ammesso che le forze in campo erano insufficienti. È un’ammissione che pesa, a pochi mesi dalla corsa per Palazzo Marino: chi governa Milano non aveva previsto che una manifestazione nata “spontaneamente sul web” finisse nelle mani dei centri sociali. Meloni ha chiesto alle opposizioni di non essere reticenti, mentre il centro sociale Lambretta metteva gli avvocati a disposizione dei fermati. Schlein ha preso le distanze dai “delinquenti”, Landini intanto ha già fissato lo sciopero generale del 20 novembre contro una manovra che non ha ancora letto.
Ma condannare non basta. Serve dire che cosa c’è sotto.
La crisi è vera e i vertici europei sono lontani
Sotto c’è una crisi che comincia a farsi sentire sul serio. Benzina e gasolio costano quanto costano per due guerre che l’Europa non ha scelto e per un fisco che non le ha mai alleggerite. Il gas del Qatar, come abbiamo scritto da mesi, non tornerà per anni. Le bollette hanno già presentato il conto alle famiglie. In Sicilia i tir sono fermi, nel Mezzogiorno si protesta contro il caro carburanti. Le famiglie italiane e francesi non scendono in piazza con i passamontagna: stringono, tagliano, si indebitano. Sono loro la questione sociale.
E a questa questione sociale i vertici dell’Unione rispondono con il riarmo, con i sommersi del patto di stabilità e con un calendario di sanzioni dettato altrove. Bruxelles discute di difesa comune mentre Limoges brucia. Macron annuncia che gli autori delle violenze “ne risponderanno” dopo aver governato per nove anni le condizioni che le hanno prodotte. È una classe dirigente che non abita più le città che amministra.
La destra è l’unica che può guidare, a una condizione
Chi può guidare questa situazione? Non la sinistra, che a Milano come a Parigi deve scegliere ogni volta tra i lavoratori e chi devasta, e ogni volta esita. La risposta sta nelle forze di destra, le uniche che tengono insieme ordine e questione sociale, che in Germania sono al 30 per cento, che in Francia sono l’unica alternativa credibile a Macron e che in Italia governano da quattro anni con il più lungo esecutivo della storia repubblicana.
Ma c’è una condizione, ed è la più difficile da dire. La destra europea deve liberarsi dal giogo atlantico. Non per avversione agli Stati Uniti, ma perché gli Stati Uniti decidono da soli e l’Europa paga da sola. Nello stesso weekend delle piazze in fiamme, Trump ha congelato le sanzioni alla Russia firmate dal Congresso, Rubio ha risposto a Zelensky sullo Starlink con un “non sa di cosa parla”, e Washington ha sospeso i dazi all’India a un giorno dalla scadenza. Ogni decisione presa a Washington arriva in Europa come un costo: sull’energia, sul commercio, sulla sicurezza. E l’Europa la subisce, perché ha smesso di pensarsi come un soggetto.
Tornare a pensare al Vecchio Continente
Per trent’anni la classe dirigente europea, destra compresa, ha ragionato come se “Europa più Stati Uniti” fosse un pacchetto indivisibile, un blocco imprescindibile dentro cui l’interesse del continente veniva sempre dopo. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: un’Europa che ha tagliato i ponti con la sua fonte di energia più vicina su indicazione altrui, che ha perso la sovranità digitale, che vive la crisi del caro vita come un effetto collaterale di scelte prese a diecimila chilometri di distanza.
Tornare a pensare solo al Vecchio Continente e ai suoi popoli non è isolazionismo. È il presupposto perché la destra possa fare qualcosa di effettivo: una politica energetica europea, un controllo dei confini che non sia delegato a chi non li ha, una risposta alla questione sociale che non passi dal riarmo. Meloni ha detto che il rapporto con gli Stati Uniti resta solido: è il mestiere di chi governa. Ma la destra come famiglia politica europea deve dire una cosa diversa, e dirla prima: l’Europa delle Patrie viene prima dell’alleanza. Altrimenti la prossima piazza non sarà più soltanto dei teppisti.
La crisi del caro vita in Europa è il primo vero esame per la destra del continente. Chi lo supera non è chi condanna meglio la violenza. È chi riporta il governo dell’Europa in Europa.
Fonti
- ANSA – Scontri a Milano, circa 50 fermati, quasi la metà minorenni
- MilanoToday – Bombe carta, vetrine sfondate, agenti feriti: 60 fermati (metà minorenni)
- Il Fatto Quotidiano – Nuova guerriglia in zona Duomo, oltre 70 fermati
- Blitz Quotidiano – Milano, guerriglia in piazza Duomo: la ricostruzione della polizia
- Sky TG24 – Scontri Milano, Sala: “Condanna, ma forze in campo erano insufficienti”
- Agenzia DIRE – Le notizie del 18 ottobre 2026
- Euronews – Latest news bulletin, 18 ottobre 2026
- Al Jazeera – Macron to address nation after protests across France; Tirana sixth day of protests
- TBS News – Trump waives planned 100% tariffs targeting India

