65 Visualizzazioni
Europa

PP e Vox fanno liste comuni al Senato senza fondersi. In Italia serve la stessa linea con Vannacci

Federico Galli

Vox rinuncia a candidarsi in 12 circoscrizioni e i suoi nomi entrano nelle liste popolari: nessuna coalizione formale, solo coordinamento dove serve. A Madrid la destra risponde al «Senado de Progreso» della sinistra. Con lo Stabilicum e il premio al 42%, il centrodestra italiano ha lo stesso problema

Riassunto dell'articolo

PP e Vox stanno chiudendo un accordo per il Senato spagnolo in vista del voto del 29 novembre: Vox non presenterà candidati in 12 circoscrizioni e alcuni suoi nomi entreranno nelle liste del PP, senza registrare una coalizione formale. La mossa risponde al «Senado de Progreso» di PSOE e Frente Amplio e potrebbe valere fino a 15 senatori. L'articolo sostiene che il centrodestra italiano, con lo Stabilicum e il premio di maggioranza al 42%, abbia bisogno della stessa linea con Futuro Nazionale di Vannacci: non una fusione, ma un coordinamento elettorale che tenga identità separate e sommi i voti dove contano.

Punti chiave
  • Cantabria Press – PP y Vox ultiman un acuerdo para el Senado:…
  • Demócrata – Vox estudia no presentarse al Senado en algunas provincias para…
  • ESdiario – La izquierda se une por el Senado pero PP y…
  • Vozpópuli – PP y Vox podrían arrebatar hasta 15 senadores a la…

L’accordo tra PP e Vox per il Senato spagnolo è quasi chiuso. In vista delle elezioni del 29 novembre, i popolari di Alberto Núñez Feijóo e i nazionalisti di Santiago Abascal hanno trovato la formula: Vox rinuncia a presentare candidati propri in dodici circoscrizioni e alcuni suoi nomi entrano direttamente nelle liste del Partito Popolare. Nessuna coalizione registrata, nessun simbolo comune. Solo coordinamento dove i numeri lo impongono.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

È una notizia spagnola, ma la domanda che pone è italiana. Perché il centrodestra di Giorgia Meloni e il Futuro Nazionale di Roberto Vannacci si trovano, con la nuova legge elettorale, esattamente nella stessa condizione: divisi perdono, coordinati vincono. E la Spagna mostra che coordinarsi non significa fondersi.

Cosa prevede l’accordo tra PP e Vox per il Senato

La meccanica è semplice. Il Senato spagnolo si elegge con un sistema maggioritario a voto limitato: in ogni provincia peninsulare si assegnano quattro seggi e l’elettore può indicare al massimo tre nomi. Di norma il primo partito prende tre senatori e il secondo uno. Quando la destra si presenta divisa, in molte province il risultato è due seggi al PP e due al PSOE. Sommando i voti, i popolari possono arrivare a tre.

Da qui la lista delle dodici circoscrizioni in cui Vox non si presenterà: Siviglia, Badajoz, Cáceres, Huelva, Valencia, Tenerife, La Palma, Álava, Fuerteventura, Ibiza-Formentera, Barcellona e Tarragona. In Navarra il PP userà una formula analoga con l’Unión del Pueblo Navarro. Secondo i calcoli di Vozpópuli, l’operazione può valere fino a quindici senatori sottratti alla sinistra.

Il dettaglio decisivo è l’assenza di una coalizione formale. Nelle province interessate l’elettore troverà la scheda del Partito Popolare con dentro i nomi concordati con Vox. Nel resto della Spagna, e al Congresso ovunque, Vox corre con il proprio simbolo e la propria campagna. Due partiti, due identità, una sola direzione di marcia dove serve.

La risposta al «Senado de Progreso»

La mossa della destra non nasce nel vuoto. Pochi giorni fa PSOE e Frente Amplio hanno registrato la candidatura congiunta «Senado de Progreso», estesa a 47 circoscrizioni, con Podemos rimasta fuori dal patto nazionale. L’obiettivo dichiarato di Pedro Sánchez è semplice: anche perdendo le elezioni, conservare al Senato una forza sufficiente a condizionare le decisioni che richiedono maggioranze rafforzate.

Abascal ha risposto nel modo che più conta: assicurando che Vox avrebbe agito con «altura de miras», ampiezza di vedute, per evitare che un eventuale governo PP-Vox finisse ostaggio dei socialisti al Senato. Tradotto: la rinuncia a dodici liste proprie è il prezzo di una maggioranza che non dipenda dalla sinistra. E l’obiettivo ulteriore, scrivono i media spagnoli, è arrivare ai tre quinti della Camera alta.

I sondaggi, intanto, raccontano una destra che secondo le ultime rilevazioni può contare su un Vox a 66 seggi e un PP a 133, e che da settimane supera insieme il 50 per cento. Il problema non era il consenso. Era il modo di trasformarlo in seggi.

Perché la Spagna riguarda il centrodestra italiano

L’8 ottobre la Camera ha approvato in via definitiva la nuova legge elettorale, lo Stabilicum, con 227 voti favorevoli e 164 contrari. Il meccanismo è noto: proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato, fino a 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, con un tetto di 220 seggi su 400 e 113 su 200.

Il punto che cambia tutto è un altro: i voti di una lista che non fa parte della coalizione non contano ai fini del 42 per cento. Chi corre da solo non aiuta nessuno a prendere il premio. Lo si può verificare con il simulatore della legge elettorale costruito sulle regole reali del testo approvato.

I numeri di oggi dicono questo. La Supermedia YouTrend del 15 ottobre colloca il centrodestra in recupero sul campo largo e Futuro Nazionale al 7,2 per cento, fuori da entrambe le coalizioni. La media di Termometro Politico di inizio mese dava la maggioranza al 40,2 e il centrosinistra al 43,5. Un sondaggio Ipsos Doxa ha calcolato gli scenari: con Vannacci da solo, il campo largo prenderebbe 219 seggi alla Camera; con Vannacci dentro la coalizione, il centrodestra ne avrebbe 222 contro 154, e al Senato 110 contro 76.

Si può discutere di ogni decimale. Non si può discutere della struttura: il 42 per cento, con Futuro Nazionale fuori, è una soglia che il centrodestra oggi sfiora e non supera con certezza. Con Futuro Nazionale dentro, la supera.

Non la fusione, la stessa linea

Qui sta la lezione spagnola, ed è una lezione di metodo. PP e Vox non si piacciono. Competono per lo stesso elettorato, divergono su questioni di fondo, si sono accusati reciprocamente di slealtà per anni. Eppure hanno separato due piani: l’identità, che resta distinta, e il conteggio dei voti, che dove serve diventa comune.

In Italia il dibattito è rimasto schiacciato su un’alternativa falsa: o Vannacci «rientra» nel centrodestra, assorbito e disciplinato, oppure resta fuori come concorrente ostile. La Spagna indica la terza via, che è poi quella che la stessa legge elettorale italiana prevede: una coalizione in cui ogni lista tiene il proprio simbolo, il proprio programma, i propri candidati, e condivide l’indicazione del presidente del Consiglio e il programma di governo. Non una fusione. La stessa linea.

Il problema, come abbiamo scritto già a settembre dopo il voto in Sassonia-Anhalt, non è ideologico. È organizzativo. Vannacci a Orvieto ha definito Futuro Nazionale l’unico voto utile; Arianna Meloni, presentando la legge sul Corriere della Sera, l’ha descritta come lo strumento per chiudere l’epoca dei governi fragili e degli accordi di palazzo. Le due posizioni non sono incompatibili. Sono le posizioni di due soggetti che non hanno ancora deciso di contarsi insieme.

Le tre domande che restano aperte

Il coordinamento spagnolo funziona perché il Senato di Madrid è un gioco a somma precisa: dodici province, quindici seggi. In Italia la partita è più complessa e lascia aperte almeno tre questioni.

La prima riguarda Futuro Nazionale. Il partito è in calo da tre settimane e ha votato contro la legge elettorale, pur con aperture esplicite verso Meloni nella dichiarazione di voto di Edoardo Ziello. Un alleato che entra in coalizione mentre scende nei sondaggi tratta da una posizione diversa rispetto a uno che entra mentre sale: chi decide i tempi?

La seconda riguarda Fratelli d’Italia. Il recupero della coalizione negli ultimi sondaggi ha riaperto l’ipotesi di farcela senza Vannacci. È un’ipotesi legittima, ma il margine è di uno o due punti su una soglia che non ammette approssimazioni: quanto rischio è disposta ad assumersi la premier per non dividere il premio?

La terza riguarda il programma. Vox e PP hanno trovato l’intesa su una cosa sola, i seggi, rinviando il resto a dopo il voto. Lo Stabilicum chiede invece un programma comune e un candidato premier comune prima delle elezioni. Sulla guerra in Ucraina, sul riarmo voluto da Bruxelles, sulla politica europea, i deputati di Futuro Nazionale hanno già votato in modo diverso dalla maggioranza: quale linea comune regge il confronto con l’elettorato?

Nessuna di queste domande ha oggi una risposta. Ma la Spagna ha dimostrato che la risposta non passa dalla fusione, e nemmeno dalla resa di uno dei due. Passa dalla capacità di sedersi a un tavolo con una calcolatrice. A Madrid lo hanno fatto in una settimana. A Roma la scadenza è il 2027, e la calcolatrice è già sul tavolo.

Fonti

Tag: , , , ,
Scritto da
Federico Galli
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale