Sabato 10 ottobre, in via Rizzoli a Milano, Ilaria Salis ha scelto da che parte stare. E ha scelto anche sotto quale bandiera farsi vedere.
Nel video che l’eurodeputata di Avs ha pubblicato dal contropresidio del centro sociale Lambretta sventola un tricolore con la stella rossa al centro. In rete tutti la cercano ormai come la bandiera di Tito di Ilaria Salis. La definizione è imprecisa. La sostanza, purtroppo, no.
Cosa è successo in via Rizzoli
La Lega aveva convocato un presidio dal titolo “Milano più sicura”, con Matteo Salvini e Silvia Sardone, davanti all’edificio comunale affidato al Lambretta. L’obiettivo dichiarato era incontrare i residenti delle case popolari.
I centri sociali hanno risposto con una contromanifestazione, sostenuta da delegazioni di Avs e di Rifondazione Comunista. In piazza c’erano anche i consiglieri regionali Pierfrancesco Majorino (Pd) e Onorio Rosati (Avs).
Il sopralluogo leghista si è fermato alle transenne. Salis ha poi affidato ai social il suo messaggio: «Sempre con i centri sociali, sempre contro la Lega». Sopra quella scritta, la stella rossa sul bianco del tricolore.
Che cos’è la bandiera con la stella rossa di Ilaria Salis
Quel vessillo non è la bandiera jugoslava. È il tricolore delle Brigate Garibaldi, le formazioni partigiane organizzate dal Partito comunista.
Va detto con onestà: in gran parte del Nord quei reparti combatterono contro l’occupante tedesco, e molti dei loro uomini con il confine orientale non ebbero nulla a che fare.
Ma una bandiera porta con sé tutta la propria storia, non soltanto la parte comoda. E la parte scomoda di quella stella rossa si trova tra il Friuli, la Venezia Giulia e l’Istria.
Dal IX Korpus alle malghe di Porzûs
Alla fine del 1944 la divisione Garibaldi Natisone passò alle dipendenze operative del IX Korpus sloveno. Cioè dell’esercito di Tito, che su Trieste, Gorizia e l’Istria aveva mire di annessione dichiarate.
Nel febbraio 1945, alle malghe di Porzûs, un gruppo di gappisti comunisti uccise diciassette partigiani della brigata Osoppo. Erano italiani, erano antifascisti. La loro colpa era opporsi alla cessione di quelle terre alla Jugoslavia.
Poi vennero le foibe, i quaranta giorni di occupazione jugoslava di Trieste, le deportazioni. E l’esodo di centinaia di migliaia di istriani, fiumani e dalmati, cacciati dalle loro case perché italiani.
Sotto quella stessa stella rossa, dunque, ci fu anche chi stava dalla parte di chi infoibava. È un fatto storico, non un’opinione.
Un’eurodeputata non può non sapere
Ilaria Salis non è una militante qualsiasi. È un’insegnante, è stata eletta a Strasburgo con oltre 176mila preferenze, rappresenta l’Italia in un’assemblea internazionale.
Dal 2004 una legge dello Stato ha istituito il Giorno del Ricordo. Il capo dello Stato ha parlato più volte del muro di silenzio che per decenni ha coperto quella tragedia.
Le possibilità sono due. O l’eurodeputata ignora che cosa quel simbolo significhi per gli esuli e per i loro figli, e sarebbe grave. Oppure lo sa e lo esibisce lo stesso, e sarebbe peggio.
In entrambi i casi deve una spiegazione. Non alla Lega, non ai giornali. Alle famiglie di chi è finito in fondo a una cavità carsica con il filo di ferro ai polsi.
Il silenzio di Bonelli e Fratoianni
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, interpellati dalla stampa, hanno scelto di non commentare. È un silenzio che pesa quanto il video.
Un partito che siede in Parlamento e si candida a governare non può avere una memoria a geometria variabile. Severissima sui simboli altrui, distratta sui propri.
La stessa domanda riguarda il Pd milanese, che in quella piazza era presente con un suo esponente di primo piano. Chi punta a guidare Milano nel 2027 ha qualcosa da dire su quella bandiera, oppure va bene così?
La doppia misura sui simboli
Proviamo a rovesciare la scena. Un eurodeputato di centrodestra pubblica un video sotto un vessillo legato a un regime responsabile di stragi di italiani. Avremmo giorni di richieste di dimissioni, interrogazioni, appelli.
Qui invece nulla. Come se i morti del confine orientale valessero meno. Come se la memoria nazionale si potesse dividere in vittime di prima e di seconda categoria.
È questa doppia misura il vero scandalo. Più della bandiera in sé.
Via Rizzoli e la sicurezza che manca
Resta poi la questione da cui tutto è partito. In via Rizzoli ci sono case popolari e residenti che chiedono legalità e tranquillità.
L’eurodeputata sostiene che siano i centri sociali a rendere sicure le città. Chi vive nei quartieri popolari di Milano sa che la sicurezza la garantiscono lo Stato, le forze dell’ordine e regole uguali per tutti.
Stare «sempre» con i centri sociali, a prescindere, significa aver già deciso che quelle regole valgono per qualcuno e non per altri.
Una scelta di campo
La vicenda della cosiddetta bandiera di Tito di Ilaria Salis non è folclore da corteo. È una scelta di campo, fatta davanti a una telecamera e rivendicata sui social.
Chi rappresenta la Nazione in Europa può criticare chi vuole. Non può sventolare, o lasciar sventolare alle proprie spalle, un pezzo di storia che per migliaia di famiglie italiane significa lutto ed esilio. E poi tacere.
Aspettiamo una parola. Da lei, e da chi l’ha portata a Strasburgo.
Fonti
- Il Giorno – Milano, via Rizzoli blindata: presidio della Lega contro il centro sociale Lambretta
- MilanoToday – Via Rizzoli blindata: presidio della Lega e contestazione dei centri sociali
- LaPresse – Contestazione del Lambretta: salta la visita di Salvini e Sardone alle case popolari
- Il Fatto Quotidiano – Il presidio della Lega davanti al Lambretta
- Il Giornale – Salis e la bandiera dei partigiani, i leader Avs tacciono
- Agenzia Opinione – Nota del senatore Berrino (FdI)
- ANSA – Mattarella sul muro di silenzio attorno alle foibe

