Il Forum Ambrosetti di Cernobbio 2026 si chiude oggi sotto il volo delle Frecce Tricolori. Tre giornate a Villa d’Este, oltre duecento manager e imprenditori, il consueto rito di settembre in cui l’impresa italiana pesa la politica. Quest’anno il peso ha dato tre risultati, e nessuno dei tre è ambiguo.
Il verdetto della platea
Il primo verdetto è nei numeri del televoto. Chiamata a giudicare l’operato del governo su una scala da uno a nove, la sala ha risposto così: il 33 per cento assegna un 7, il 20 per cento un 8, il 6,7 per cento un 9. Nessuna sorpresa per chi segue i sondaggi di Cernobbio, che già nel 2025 avevano promosso l’esecutivo con oltre l’80 per cento di giudizi positivi. La novità è la tenuta: a quattro anni dall’insediamento, con una manovra d’autunno alle porte e una crescita che resta modesta, il consenso di chi produce non si è eroso.
Il giudizio sull’opposizione è speculare. Il 28 per cento dà 3, il 17 per cento dà 4. I voti dalla sufficienza in su sono talmente pochi che Matteo Renzi ha potuto scherzarci sopra dal palco, chiedendo di conoscere di persona chi aveva votato positivamente per offrirgli un caffè.
Va registrato, con la freddezza che il tema richiede, anche il dato su Washington: la politica estera di Donald Trump è bocciata da oltre il 90 per cento dei presenti. La platea di Cernobbio non è sovranista. È una platea che vuole stabilità, conti in ordine e un interlocutore prevedibile a Palazzo Chigi. E l’ha trovato.
L’opposizione nel suo giorno peggiore
Il secondo verdetto lo ha scritto l’opposizione da sola. La sessione tradizionalmente dedicata al campo largo si è aperta con Giuseppe Conte in collegamento, Carlo Calenda assente per protesta, Angelo Bonelli a elencare le colpe del governo sull’energia e Elly Schlein a rilanciare l’esercito comune europeo, accusando Meloni di voler «comprare più armi da Trump».
Ma la frase della segretaria del Pd che resterà è un’altra, pronunciata a margine dell’«altra Cernobbio» organizzata dalla sinistra in parallelo al Forum. A Roberto Vannacci, ha detto, «suggerirei di andare a fare visita a Dongo per ricordarsi la fine della storia di cui sembrano tanto nostalgici». Dongo è il luogo dove Mussolini fu catturato prima dell’esecuzione. La leader del principale partito di opposizione, davanti agli imprenditori del Nord, ha scelto di evocare una fucilazione come argomento politico. È il livello del confronto che il campo largo porta a Villa d’Este.
Conte ha attaccato sul riarmo e sulla crescita, Renzi ha infilzato Giorgetti sul golden power contro Unicredit. Proposte alternative di sistema, nessuna che abbia scaldato la sala. Il televoto è arrivato prima degli interventi e li ha già giudicati.
Monti contro Vannacci: chi accusa chi
Il terzo verdetto è il più interessante, perché non è quello che sembra. Il panel del sabato, «Il progetto europeo tra integrazione e sovranità», metteva sullo stesso palco Mario Monti e Roberto Vannacci. Il generale, al debutto a Cernobbio, ha parlato di un’Europa da rifondare, «più che ReArm Europe servirebbe Reborn Europe», ha difeso l’unanimità nelle decisioni comunitarie come «garanzia e non patologia», ha posto la natalità al centro con il dato del tasso di fertilità europeo a 1,41.
Monti non ha risposto nel merito. Ha risposto così: «Non mi resta molto da vivere, ma se lei continuerà così, spenderò le mie ultime energie per combattere la sua retorica fascista». Ha accusato il programma di Futuro Nazionale di violare la Costituzione, la Carta dei diritti dell’Unione e la parità di genere. Poi ha chiuso con una battuta sull’evirazione, riferita a un vecchio post di un collaboratore di Vannacci, che ha fatto ridere la platea.
Su come è andata, la cronaca va registrata senza sconti. Vannacci era il neofita, ha ammesso l’apprensione del «primo lancio col paracadute», è apparso più impacciato. La sala, per formazione e consuetudine, era la sala di Monti: nei capannelli sul lago la sintesi ricorrente era che «il professore ha messo al suo posto il generale». E Jordan Bardella, ospite del Forum, alla domanda su Vannacci ha risposto che la sua lealtà va a Matteo Salvini. Le domande che accompagnano Futuro Nazionale dalla nascita, e che abbiamo posto ieri nell’analisi sul sondaggio Youtrend sulla remigrazione, restano tutte aperte. Cernobbio non le ha chiuse in nessuna direzione.
Ma il punto non è chi ha vinto il dibattito. Il punto è chi ha condotto l’accusa.
Il curriculum del professore
Mario Monti è stato Commissario europeo per dieci anni, dal 1995 al 2004. Il 9 novembre 2011 fu nominato senatore a vita dal Quirinale; una settimana dopo era presidente del Consiglio, senza un voto degli italiani, nel pieno della crisi dello spread e dopo la lettera con cui la Banca centrale europea, nell’agosto di quell’anno, aveva dettato all’Italia la lista delle riforme da fare. Il suo governo le fece: la riforma Fornero delle pensioni, l’Imu sulla prima casa, un consolidamento fiscale che lui stesso, in un’intervista alla Cnn del febbraio 2012, descrisse con parole che nessun avversario avrebbe osato: «stiamo distruggendo la domanda interna». Nell’agosto dello stesso anno, allo Spiegel, teorizzò che i governi europei non dovessero lasciarsi «vincolare completamente» dai propri parlamenti, perché altrimenti la disgregazione dell’Europa sarebbe stata più probabile.
Questo è l’uomo che a Cernobbio accusa un altro di violare la Costituzione. L’uomo che ha governato per mandato esterno, senza legittimazione elettorale, applicando un programma scritto a Francoforte, che ha dichiarato di considerare i parlamenti nazionali un ostacolo all’integrazione, e che ha lasciato una Nazione più povera, più vecchia nelle pensioni e più debole nella domanda interna. Se esiste in Italia un simbolo della sovranità ceduta per obbedienza, si chiama governo Monti.
E c’è un dettaglio che merita attenzione. Il senatore a vita ha esordito precisando di non appartenere all’antifascismo militante. Ha poi usato la parola fascismo come clava, ha citato la parità di genere e la dignità della persona, e ha chiuso con una battuta sull’evirazione. La platea ha riso. Ma la pretesa di incarnare la sobrietà istituzionale contro la rozzezza altrui, dopo una battuta simile, non regge. Chi ha portato il registro più basso sul palco di Villa d’Este non è stato il generale.
Cosa resta di Cernobbio
Resta un governo che l’impresa italiana promuove con voti mai così netti, in un anno in cui l’energia costa e la crescita non corre. Resta un’opposizione che nel suo giorno dedicato non ha presentato un’alternativa e ha lasciato che la sua immagine fosse un riferimento a Dongo. E resta un confronto in cui il vecchio establishment europeo ha scelto di non discutere il sovranismo ma di scomunicarlo, affidando la scomunica al suo esecutore più fedele.
Questo dice più di qualsiasi televoto. Chi ha governato l’Italia per conto di Bruxelles non ha argomenti contro chi propone di governarla per conto degli italiani. Ha solo l’anatema. E l’anatema, a Cernobbio come altrove, funziona finché la sala è quella giusta.
Fonti
- LaPresse – Monti contro Vannacci a Cernobbio: «Combatterò la retorica del fascismo»
- Sky TG24 – Monti e Vannacci, il confronto al Forum Ambrosetti 2026
- Il Fatto Quotidiano – Vannacci a Cernobbio, Monti lo attacca
- Adnkronos – Vannacci-Monti, a Cernobbio il confronto fra due mondi lontanissimi
- Il Giornale – Cernobbio, il giorno delle opposizioni: il sondaggio premia Meloni
- LaPresse – Forum di Cernobbio, la diretta: il dibattito delle opposizioni
- ANSA – I big della politica a Cernobbio
- LaPresse – Bardella: «Vannacci? Mia lealtà va a Matteo Salvini»

