Sabato sera, 25 aprile 2026. Al Washington Hilton è in corso la cena annuale dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca — il rituale più antico del rapporto fra stampa e presidenza americana, ripreso da Donald Trump per la prima volta nel suo secondo mandato dopo averlo disertato per nove anni. Nella sala, oltre duemila persone: il presidente con Melania, il vicepresidente JD Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore dell’FBI Kash Patel, il procuratore generale ad interim Todd Blanche, la vedova di Charlie Kirk, Erika. Alle 20:36, Cole Tomas Allen — trentun anni, di Torrance, California — supera di corsa il metal detector all’ingresso principale, armato di un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli. Spara contro un agente del Secret Service, che sopravvive grazie al giubbotto antiproiettile. Vengono esplosi tra cinque e otto colpi. Allen viene neutralizzato — non ucciso — prima di raggiungere la sala da ballo. Trump e i membri del suo Gabinetto sono evacuati per uscite separate, secondo i protocolli di emergenza federale. Erika Kirk, la vedova del leader di Turning Point assassinato a settembre, è vista piangere mentre dice “voglio solo andarmene”.
Trump rientra alla Casa Bianca, parla in conferenza stampa ancora in smoking, definisce l’attentatore “un lupo solitario” e “una persona malata”. Aggiunge una frase che merita di essere letta con attenzione: “Non mi impediranno di vincere la guerra in Iran”. Ma il dato che cambia tutta la lettura dell’episodio non viene dalla conferenza stampa presidenziale: viene dalle dichiarazioni rese da Allen agli inquirenti dopo l’arresto. Secondo due fonti delle forze dell’ordine citate da CBS News, l’attentatore ha dichiarato di voler sparare a funzionari dell’amministrazione Trump. Movente politico esplicito. Non un disturbato a caso. Un uomo che è entrato al Washington Hilton sapendo cosa stava facendo.
Il terzo attentato in venti mesi: una sequenza che non è più cronaca, è statistica
Butler, Pennsylvania, 13 luglio 2024: Thomas Matthew Crooks, vent’anni, spara dal tetto di un edificio durante un comizio elettorale. Un colpo sfiora l’orecchio di Trump, un sostenitore muore, l’attentatore viene abbattuto dal Secret Service. West Palm Beach, Florida, settembre 2024: Ryan Routh, cinquantanove anni, si appostata tra i cespugli del campo da golf di Mar-a-Lago armato di fucile semiautomatico. Viene fermato prima di sparare e nel febbraio 2026 viene condannato all’ergastolo. Mar-a-Lago, 22 febbraio 2026: Austin Tucker Martin, ventun anni, della Carolina del Nord, tenta di entrare nel perimetro della residenza presidenziale armato di fucile da caccia e tanica di carburante. Viene ucciso dagli agenti. Washington Hilton, 25 aprile 2026: Cole Tomas Allen.
Quattro episodi in venti mesi. Tre tentativi mirati alla persona del presidente. Un uomo armato che cerca di penetrare nella sua residenza. Una sequenza che — se osservata con il distacco dello storico — non descrive incidenti isolati ma una costante operativa: la persona fisica del presidente degli Stati Uniti è diventata un bersaglio normalizzato. Non per gruppi organizzati, non per cellule terroristiche straniere, non per servizi segreti ostili: per cittadini americani, agenti individuali, aggressori che si muovono fuori da qualsiasi struttura.
Chi è Cole Allen: il volto inatteso della violenza politica americana
Il profilo dell’attentatore del Washington Hilton dovrebbe togliere il sonno a chiunque legga la cronaca americana attraverso le categorie del passato. Cole Tomas Allen non è il white trash del cliché hollywoodiano sui suprematisti del Midwest. Non è un veterano traumatizzato. Non è un disoccupato senza prospettive. Allen è laureato al California Institute of Technology — uno dei dieci atenei scientifici più selettivi al mondo — con una specializzazione in ingegneria meccanica nel 2017. Ha lavorato come insegnante per C2 Education, una catena di doposcuola di Torrance, dove è stato premiato come “insegnante del mese” nel dicembre 2024. Ha sviluppato videogiochi indipendenti, tra cui un titolo del 2018 e un top-down shooter in fase di sviluppo. Classe media istruita, californiana, professionalmente integrata.
Questo profilo non è un dettaglio. È il dato strutturale. La violenza politica americana sta risalendo gli strati della società. Non è più confinata alla marginalità sociale, agli ambienti delle milizie, ai gruppi razzisti rurali, ai veterani con sindrome post-traumatica. È arrivata dentro la classe educata, dentro le università tecniche d’élite, dentro le professioni intellettuali. Il Chicago Project on Security and Threats, diretto da Robert Pape — uno dei massimi studiosi americani di terrorismo — documenta da mesi questo spostamento sociologico: la violenza politica non è più periferica, è capillare. Il Toda Peace Institute ha calcolato che nella prima metà del 2025 si sono verificati circa centocinquanta attacchi politicamente motivati negli Stati Uniti — quasi il doppio dello stesso periodo del 2024. È il livello più alto registrato dagli anni Settanta del Novecento, l’epoca delle Black Panthers, dei Weathermen, del Symbionese Liberation Army. Solo che oggi, a differenza di allora, gli attacchi non hanno una causa unitaria: non c’è il Vietnam, non c’è il movimento per i diritti civili, non c’è un’ideologia condivisa. C’è una nebulosa.
I dati Pew e PRRI: il consenso americano sulla violenza politica si è incrinato
Il sondaggio del Pew Research Center pubblicato nell’ottobre 2025 — condotto subito dopo l’omicidio di Charlie Kirk — fotografa un Paese che ha smesso di considerare la violenza politica un’anomalia. L’85% degli americani ritiene che la violenza politicamente motivata sia in aumento: l’86% dei repubblicani e l’85% dei democratici. Un consenso bipartisan che non si registra praticamente su nessun’altra questione politica negli Stati Uniti contemporanei. Il dato più allarmante non è però la percezione: è il sostegno. Il Public Religion Research Institute ha documentato nel dicembre 2025 che il 19% dei repubblicani sostiene che “veri patrioti americani potrebbero dover ricorrere alla violenza per salvare il Paese”. Tra i democratici la percentuale è cresciuta dal 12% al 13% nello stesso anno — un aumento contenuto in valore assoluto ma significativo nella tendenza, perché tradizionalmente il sostegno democratico alla violenza politica è stato la metà di quello repubblicano. Tra i giovani sotto i ventinove anni, il 27% sostiene la violenza politica per “salvare il Paese”: la quota più alta dal 2021.
C’è poi il dato che inquadra meglio di ogni altro la dinamica psicologica della polarizzazione americana. Sean Westwood, direttore del Polarization Research Lab del Dartmouth College, ha mostrato che gli americani stimano che circa un terzo dei propri avversari politici sostenga l’omicidio politico — una percezione fantasma che non corrisponde alla realtà (il dato reale è inferiore al 3%) ma che genera un effetto di ritorsione preventiva: io credo che i miei nemici siano disposti a uccidermi, quindi giustifico in anticipo la mia disposizione a uccidere loro. È la grammatica della guerra civile a bassa intensità. Non quella combattuta con eserciti, ma quella combattuta con il sistematico misriconoscimento dell’altro come essere umano legittimo.
Una guerra fuori, una frattura dentro: la simultaneità che spiega tutto
C’è un dettaglio nelle dichiarazioni di Trump dopo l’attentato che andrebbe inciso nella memoria di chi legge questo passaggio storico. Il presidente americano, dopo aver ringraziato il Secret Service e aver parlato della “professione pericolosa” di chi guida una superpotenza, ha aggiunto: “Non mi impediranno di vincere la guerra in Iran”. Una frase apparentemente banale, in realtà rivelatrice. Trump lega esplicitamente l’attentato al conflitto in corso. Non lo dice come metafora: lo dice come constatazione politica. Sa che la guerra contro l’Iran — iniziata il 28 febbraio 2026 con l’Operazione Epic Fury, condotta senza autorizzazione del Congresso americano e senza mandato del Consiglio di Sicurezza ONU — ha spaccato il proprio movimento, ha fatto dimettere il direttore del National Counterterrorism Center Joe Kent (come abbiamo analizzato a marzo), ha generato la prima crisi reale di consenso del secondo mandato. E sa che tra coloro che oggi vorrebbero la sua morte — fisicamente — ci sono due tipologie: gli avversari progressisti che hanno demonizzato la sua presidenza fin dal 2016, e una frangia interna del proprio movimento che si sente tradita dalla deriva neoconservatrice della politica estera.
L’omicidio di Charlie Kirk a settembre 2025 fu attribuito — correttamente — a un giovane radicalizzato in ambienti progressisti. Ma il quadro complessivo della violenza politica americana mostra una pluralità di matrici: estremismo di destra, militanza di sinistra, attori solitari senza affiliazione politica chiara, individui in stato di alterazione psichica radicalizzati attraverso piattaforme digitali. Il Polarization Research Lab distingue con precisione: solo il 3% degli americani sostiene attivamente la violenza partitica, ma il 57% si dichiara “fortemente polarizzato”. Il problema non è una maggioranza violenta. È una minoranza che agisce dentro un ambiente culturale dove l’altro non è più avversario ma nemico, dove la disputa politica ha cessato di avere regole condivise, dove la sconfitta elettorale viene percepita come catastrofe esistenziale.
E qui il quadro si chiude in una geometria spietata: gli Stati Uniti combattono una guerra all’estero contro un Paese sovrano (l’Iran), senza copertura giuridica internazionale, mentre all’interno la propria società civile si militarizza al punto che il presidente non può più presenziare alla cena della stampa senza che un ingegnere del CalTech tenti di farsi strada con un fucile a pompa fino alla sala da ballo. Una Nazione che non controlla più né il proprio impero né se stessa.
L’errore della lettura “lupo solitario”: la grammatica della negazione strutturale
Trump ha definito Allen “un lupo solitario” e “una persona malata”. È la formula linguistica con cui da almeno due decenni — dall’epoca degli attentati di Anders Breivik in Norvegia del 2011 — le democrazie occidentali processano la violenza politica individuale: si depolitica l’atto attribuendolo alla psicopatologia del singolo. Si protegge così l’integrità simbolica del sistema politico, che non viene chiamato in causa come ambiente generatore. È una scelta comprensibile sul piano comunicativo immediato: serve a evitare che ogni episodio diventi pretesto per una guerra civile dichiarata. Ma è una scelta sbagliata sul piano analitico, perché impedisce di vedere il fenomeno per quello che è.
Cole Allen non è “un lupo solitario” nel senso di un soggetto isolato dalla società. È un soggetto pienamente integrato — laureato d’élite, insegnante premiato, sviluppatore di software — che ha scelto di trasformare il proprio dissenso politico in atto armato. La sua “malattia”, se di malattia si tratta, non è individuale: è la condizione media di una porzione crescente del corpo politico americano, che non riesce più a digerire la propria diversità interna se non attraverso fantasie di eliminazione fisica dell’avversario. Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Tyler Robinson — l’omicida di Kirk — che abbiamo già discusso a settembre, e per Thomas Matthew Crooks, l’attentatore di Butler la cui storia personale rimane in larga misura opaca ma le cui motivazioni — non risulta affiliato politicamente — appartengono allo stesso quadro di radicalizzazione individuale dentro un ambiente culturale degradato.
L’errore strategico è duplice. Da un lato, definire questi attentatori “lupi solitari” deresponsabilizza il sistema mediatico, l’industria dei social media, le retoriche dell’una e dell’altra parte politica che da anni descrivono l’avversario come minaccia esistenziale. Dall’altro, alimenta proprio quella percezione fantasma che il Polarization Research Lab ha identificato come motore della radicalizzazione: se ogni episodio è “isolato”, allora il prossimo non si può prevedere, non si può prevenire, può venire da chiunque, in qualsiasi momento. È una logica che produce paranoia e armamento privato. Negli Stati Uniti circolano oggi più armi da fuoco che cittadini. La domanda non è se ci sarà un quarto attentato. È quando.
Il dato europeo: cosa significa tutto questo per noi
L’attentato di Washington non è una notizia americana che riguarda gli americani. È il sintomo di una crisi sistemica di una superpotenza che orienta le scelte strategiche del mondo occidentale. Gli Stati Uniti che si stanno militarizzando dall’interno sono gli stessi Stati Uniti che hanno trascinato l’Europa nella crisi energetica generata dalla guerra in Iran, gli stessi Stati Uniti il cui presidente ha minacciato di uscire dalla NATO il 1° aprile 2026 (come abbiamo analizzato), gli stessi Stati Uniti il cui presidente ha attaccato pubblicamente Papa Leone XIV (analizzato qui) postando immagini blasfeme generate con intelligenza artificiale.
Una Nazione che combatte all’estero, che spacca il proprio movimento politico, che vede dimettersi i propri funzionari di intelligence per protesta contro la guerra, che subisce in venti mesi tre attentati al proprio presidente, che produce attentatori dentro le proprie università d’élite — non è una Nazione in salute. È una Nazione che attraversa una crisi di legittimità interna profonda, e che proprio per questo tende a esternalizzare le proprie tensioni in conflitti all’estero. Il rischio per l’Europa è duplice: da un lato, restare ostaggio energetico ed economico di un alleato che sta attraversando una crisi di stabilità interna; dall’altro, vedere replicate sul nostro continente — con l’inevitabile ritardo culturale — le stesse dinamiche di polarizzazione e violenza politica che oggi paralizzano l’America.
L’omicidio del candidato Robert Fico in Slovacchia nel 2024, l’attentato a Donald Tusk sventato in Polonia, le minacce sistematiche ai politici tedeschi dell’AfD, le aggressioni a esponenti della destra italiana — non sono ancora di dimensioni paragonabili al fenomeno americano, ma seguono la stessa logica: l’avversario politico come nemico da eliminare, non come interlocutore da battere alle urne. Quando questa logica si afferma, la democrazia rappresentativa entra in una zona grigia. Non muore. Si svuota.
Cosa resta da chiedersi
L’apparizione in tribunale di Cole Allen è prevista per lunedì 27 aprile. Le indagini stanno setacciando la sua residenza californiana, le sue chat, i suoi profili online. Sapremo nelle prossime settimane se la sua radicalizzazione è avvenuta in ambienti progressisti antitrumpiani, se appartiene a una qualche forma di militanza organizzata, se ha lasciato un manifesto, se ha agito davvero da solo come sostengono le prime ricostruzioni. Ma il punto politico vero non sta nelle risposte a queste domande. Sta nelle domande che il sistema americano dovrebbe porsi e che invece evita sistematicamente.
Perché un ingegnere del CalTech, “insegnante del mese”, premiato dai propri datori di lavoro, con una carriera professionale ordinaria, decide di entrare al Washington Hilton armato come per una guerra urbana? Cosa è accaduto nella sua vita interiore — ma soprattutto, cosa è accaduto nell’ambiente culturale in cui questa vita interiore si è formata — perché un atto del genere diventi pensabile, pianificabile, eseguibile? Quale narrazione politica, quale rappresentazione mediatica dell’avversario, quale architettura di odio digitale ha trasformato un cittadino integrato in un assassino mancato per ragioni politiche?
E soprattutto: cosa sta facendo la Repubblica americana per arrestare questa deriva? Trump ha invitato gli americani “a risolvere le proprie differenze pacificamente”. È una formula necessaria. È anche, esattamente, la formula che il sistema politico americano usa da almeno un decennio mentre la situazione peggiora di anno in anno. Le parole non bastano più. E nessuno, oggi, in nessuno dei due partiti americani, sembra avere la forza politica — o la volontà — di pronunciarne di diverse.
Fonti
TIME – Cole Tomas Allen Identified As Suspect in Shooting at White House Correspondents’ Dinner
Newsweek – Who is Cole Allen? Suspect Identified as Correspondents’ Dinner Shooter
NewsNation – Cole Tomas Allen: What we know about the suspect
PBS NewsHour – Trump holds press conference after shooting at White House Correspondents’ Dinner
ANSA – Spari durante il gala dei corrispondenti in Usa, Trump torna alla Casa Bianca
Avvenire – Gli spari, Trump in salvo, l’attentatore arrestato: cosa è successo a Washington
Sky TG24 – Usa, uomo spara alla cena di Trump con i giornalisti: arrestato. Ferito un agente
Pew Research Center – Political violence is up, most Americans say, but they disagree why
PRRI – Political Violence in America: Public Perceptions, Polarization, and Accountability

