All’Avana la corrente elettrica è diventata un evento. Arriva a tratti, a volte alle tre di notte, e quando arriva la gente si sveglia per cucinare i fagioli prima che se ne vada di nuovo. Nelle province interne il buio può durare giorni interi. La rete elettrica nazionale cubana è collassata sei volte dall’inizio del 2026, tre volte nel solo mese di luglio, e le interruzioni a rotazione superano ormai le venti ore al giorno.
Per capire cosa sta succedendo a Cuba non basta però guardare le centrali termoelettriche degli anni Ottanta che cadono a pezzi. Bisogna guardare a Washington, dove da gennaio è in corso un’operazione di strangolamento energetico che non ha precedenti nella storia recente dell’emisfero occidentale.
Sei blackout nazionali in otto mesi: l’isola paralizzata
I numeri della crisi cubana del 2026 raccontano una Nazione che ha smesso di funzionare. I trasporti pubblici dell’Avana sono di fatto fermi per mancanza di carburante. Gli ospedali installano pannelli solari per tenere accese le sale operatorie, e il governo ha dovuto rinviare decine di migliaia di interventi chirurgici. Il turismo, che valeva circa un decimo dell’economia dell’isola, si è azzerato. Nelle notti d’agosto, con temperature che sfiorano i quaranta gradi, migliaia di persone dormono sul lungomare del Malecón per sfuggire al caldo delle case senza ventilatori.
Le cause dei blackout a Cuba sono due, e si alimentano a vicenda. La prima è strutturale: sette centrali termoelettriche con oltre quarant’anni di servizio, prive di ricambi e di manutenzione. La seconda è politica: dall’inizio dell’anno l’isola non riceve più petrolio.
Il blocco petrolifero: come Washington ha chiuso i rubinetti
A gennaio l’amministrazione Trump ha annunciato dazi contro qualunque Nazione venda o fornisca greggio a Cuba. Non un embargo tradizionale, ma qualcosa di più efficace: una minaccia commerciale che ha convinto compagnie e governi terzi, compresa la messicana Pemex, a interrompere ogni consegna. Da allora Washington ha autorizzato l’arrivo di una sola petroliera russa, con centomila tonnellate di greggio, giunta a marzo e da tempo esaurita.
Il blocco petrolifero contro Cuba è stato possibile perché pochi giorni prima era caduto l’unico fornitore rimasto: il Venezuela. L’operazione militare americana di inizio gennaio, culminata con la cattura di Nicolás Maduro, ha privato L’Avana del petrolio di Caracas e del suo ultimo alleato economico nella regione. Cuba produce da sola circa il quaranta per cento del proprio fabbisogno: il resto, semplicemente, non esiste più.
È lo stesso principio che abbiamo analizzato per la crisi del gas tra Italia e Qatar: chi dipende dall’energia altrui non decide il proprio destino. La differenza è che a Cuba il principio è stato trasformato in arma, con lucidità chirurgica.
Dopo il Venezuela, il copione si ripete
La sequenza è ormai riconoscibile. Prima l’incriminazione giudiziaria del vertice politico da parte di una procura federale americana. Poi la pressione economica totale. Infine lo schieramento militare come argomento di persuasione. Con Maduro il metodo ha funzionato in poche settimane.
Su Cuba il copione è già alla seconda fase avanzata. A maggio la procura federale di Miami ha incriminato per omicidio Raúl Castro, novantaquattro anni, per l’abbattimento nel 1996 di due aerei civili dell’associazione degli esuli anticastristi Hermanos al Rescate. Un’accusa costruita per creare la base giuridica di un’eventuale operazione di prelievo, esattamente come avvenuto con il presidente venezuelano.
Nel frattempo un gruppo d’attacco con portaerei incrocia nei Caraibi, e Trump ha dichiarato che Cuba sarà la prossima. L’obiettivo dichiarato dagli ambienti dell’amministrazione è il cambio di regime entro la fine del 2026. I colloqui tra L’Avana e Washington, avviati in primavera, sono in stallo: le aperture al libero mercato concesse dal regime non bastano, perché l’oggetto della trattativa non è la riforma del castrismo ma la sua fine.
Un regime che muore senza che sia sparato un colpo
Sia chiaro: il castrismo non merita lacrime. Sessantasette anni di partito unico hanno consegnato agli Stati Uniti un’isola già in ginocchio, incapace di produrre l’elettricità per i propri ospedali e il cibo per la propria popolazione. Il regime che oggi denuncia l’assedio è lo stesso che ha represso nel sangue ogni protesta e ridotto una delle terre più ricche dei Caraibi alla fame razionata.
Ma la fredda osservazione dei fatti dice altro. Dice che per la prima volta una grande potenza sta abbattendo un governo ostile senza invasione, senza bombardamenti, senza nemmeno un’operazione coperta: solo chiudendo i flussi energetici. La dottrina Monroe è tornata, aggiornata all’epoca dell’interdipendenza. L’emisfero occidentale viene ripulito dei governi non allineati uno alla volta, e il petrolio è la leva che apre ogni porta.
La lezione per l’Europa: senza energia non esiste sovranità
Da Milano o da Roma, la fine del castrismo può sembrare una vicenda lontana. Non lo è. Cuba dimostra su scala di laboratorio cosa accade a chi dipende interamente dall’energia altrui: prima le luci si spengono, poi si spegne la politica. Una Nazione che non controlla i propri approvvigionamenti può essere spenta da fuori, letteralmente, con un comunicato del Dipartimento del Tesoro.
L’Italia, che ha vissuto sulla propria pelle la fragilità delle forniture di gas e che dipende dallo Stretto di Hormuz per una parte decisiva del proprio approvvigionamento energetico, dovrebbe leggere la cronaca cubana come un avvertimento. Le Nazioni europee discutono di transizioni e di regolamenti mentre le grandi potenze usano l’energia come si usava un tempo l’artiglieria. Chi produce, stocca e controlla energia decide. Chi non lo fa, aspetta che la corrente torni. Magari alle tre di notte, giusto il tempo di cucinare i fagioli.
Fonti
- Al Jazeera – Cuba’s power grid collapses again
- PBS News – Cubans sleep on Havana’s seaside boulevard amid blackouts
- AGI – Cuba sempre più al buio, l’Avana: “Siamo nella morsa degli USA”
- The Week – The US, Raúl Castro and regime change in Cuba
- ISPI – Cuba tra blackout e sanzioni: l’isola sotto assedio
- Ambasciata USA all’Avana – Security Alert, 3 agosto 2026

