La missione di Gallagher in Russia è il fatto diplomatico della settimana, anche se le cancellerie ne parlano a mezza voce. Dal 24 al 28 agosto monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, è a Mosca: è la prima visita ufficiale di un rappresentante della Segreteria di Stato vaticana dall’inizio della guerra in Ucraina. Un viaggio preparato con cura, annunciato ufficialmente dalla Segreteria di Stato e definito da Vatican News «una missione di dialogo e di pace». Dietro la formula di rito c’è una realtà che merita di essere guardata da vicino: mentre il conflitto entra nel suo quinto anno, la Santa Sede è tra i pochissimi attori al mondo ancora in grado di sedersi ai tavoli di entrambe le parti.
Perché la missione di Gallagher in Russia arriva adesso
Il tempismo non è casuale. Gallagher arriva a Mosca dopo essere stato in Ucraina dal 13 al 16 agosto: un doppio passaggio, Kiev prima e il Cremlino poi, che è la firma del metodo vaticano. Ascoltare tutti, riferire a tutti, non escludere nessuno. La posizione della Santa Sede non è mai cambiata dall’inizio del conflitto: condanna dell’invasione, richiesta di risolvere per via diplomatica le questioni all’origine della guerra, canali aperti verso entrambe le capitali. Papa Leone è arrivato a offrire il Vaticano come sede di eventuali negoziati, un’ipotesi che avevamo raccontato quando fu lo stesso Trump a rilanciarla.
E il momento è delicato. Sul terreno, come documentato nella nostra analisi sul fronte, la dinamica militare continua a favorire Mosca, mentre il negoziato diretto tra le parti resta bloccato dalle condizioni poste da Putin. È esattamente in questo vuoto che la diplomazia pontificia si muove: non quando la pace è a portata di mano, ma quando nessun altro riesce nemmeno a parlare.
Cosa prevede il programma: Lavrov, Ushakov e il Patriarcato
L’agenda dei cinque giorni è densa e costruita su una precisa gerarchia. Martedì 25 agosto il colloquio con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il volto della diplomazia russa da oltre vent’anni. Mercoledì 26 l’incontro con Jurij Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera: un passaggio che pesa forse più del primo, perché Ushakov non rappresenta l’apparato ma l’orecchio diretto del presidente. Giovedì 27 la dimensione pastorale: l’incontro con il clero, la Messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Mosca, il confronto con i vescovi di una comunità cattolica piccola e dispersa su un territorio immenso. Venerdì 28 il rientro a Roma.
Lo stesso ministero degli Esteri russo ha indicato in anticipo i due temi dei colloqui: la collaborazione bilaterale tra Federazione Russa e Santa Sede da un lato, la guerra in Ucraina dall’altro. E da Mosca sono arrivate aspettative esplicite: il presidente della Commissione Esteri del Consiglio della Federazione, Grigorij Karasin, ha detto di attendersi da Gallagher «proposte concrete e interessanti». Parole che vanno maneggiate con prudenza — la Russia ha interesse a presentarsi come parte disponibile al dialogo — ma che confermano un dato: Mosca considera il canale vaticano un interlocutore reale, non una cortesia protocollare.
Il doppio binario: la diplomazia e la Chiesa
Accanto agli incontri politici c’è il secondo binario, quello ecclesiale: il colloquio con il metropolita Antonij di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. È il passaggio meno visibile e forse il più strategico. Il rapporto tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa è uno dei pochissimi fili che legano ancora il mondo russo all’Occidente, e la Santa Sede lo sa: dove la politica ha rotto, la religione può ancora tenere. Non è ecumenismo di facciata. È la consapevolezza, antica quanto la diplomazia pontificia, che le civiltà si parlano prima di tutto attraverso ciò che hanno di più profondo — la fede, la memoria, il senso del sacro — e solo dopo attraverso i comunicati congiunti.
L’ultima visita di Gallagher a Mosca risaliva al novembre 2021, pochi mesi prima dell’invasione. Allora incontrò Lavrov e il metropolita Hilarion. Cinque anni dopo, i nomi sono in parte cambiati, la guerra ha travolto tutto, ma la geografia degli interlocutori è identica: il ministero e il Patriarcato. La continuità è il messaggio.
Cosa può ottenere davvero la Santa Sede
Serve realismo. L’agenda ufficiale non parla di mediazione formale e nessun piano di pace vaticano è sul tavolo. La missione di Gallagher in Russia serve a verificare se esistano le condizioni minime per un processo diplomatico: un cessate il fuoco, uno scambio di prigionieri, il ritorno dei bambini ucraini deportati — i dossier concreti su cui la Santa Sede lavora da anni, spesso in silenzio e con risultati che nessun altro ha ottenuto. La forza del Vaticano è anche il suo limite: non ha divisioni, non ha sanzioni da togliere, non ha miliardi da promettere. Ha soltanto l’autorità di chi non ha nulla da guadagnare. In un tempo in cui la diplomazia si è ridotta a ultimatum e pacchetti di aiuti — come dimostra il nostro recente approfondimento sugli stanziamenti a Kiev — quella autorità torna a essere una moneta rara.
Il viaggio di Gallagher non fermerà la guerra questa settimana. Ma tiene aperta l’unica porta che nessuno è riuscito a chiudere. E nella storia dei conflitti, le paci non nascono mai dai vincitori: nascono da chi ha continuato a parlare quando tutti gli altri avevano smesso.
Fonti
- SettimanaNews — Santa Sede: missione diplomatica in Russia
- EWTN Italia — Gallagher in Russia per una missione di dialogo e pace
- Euronews — C’è chi ancora parla con Mosca: il Vaticano torna al Cremlino
- Ansa — Affondo del Papa per la pace, missione di Gallagher in Russia

