Il fatto: un dibattito senza precedenti
La sequenza che ha portato all’11 marzo è lineare e istruttiva. Il 12 febbraio 2026 a Lione, Quentin Deranque — studente ventitreenne — viene pestato a morte da un gruppo di individui mascherati riconducibili all’area della Jeune Garde Antifasciste, organizzazione sciolta d’autorità dal governo francese nel giugno 2025 per attività violente. Deranque si trovava nei pressi dell’Istituto di studi politici dove si teneva una conferenza dell’eurodeputata de La France Insoumise Rima Hassan, come parte di un gruppo che garantiva la sicurezza del presidio organizzato dal collettivo femminista Némésis.
Due settimane dopo, il gruppo Patrioti per l’Europa chiede al Parlamento europeo un minuto di silenzio in memoria di Deranque durante la sessione straordinaria del 25 febbraio, dedicata all’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. La presidente Roberta Metsola respinge la richiesta, motivandola con l’estraneità del tema rispetto all’ordine del giorno. Il gruppo ECR, copresieduto dall’italiano Nicola Procaccini, si associa alla richiesta e annuncia che chiederà un dibattito in plenaria a marzo sulla violenza politica legata all’estremismo di sinistra.
Il 4 marzo, la conferenza dei capigruppo — con il voto favorevole di PPE, ECR, Patrioti per l’Europa e Europa delle Nazioni Sovrane — inserisce nell’agenda della plenaria di Strasburgo del 9-12 marzo un punto dedicato alla “recrudescenza della violenza politica, in particolare da parte di organizzazioni di estrema sinistra”. Il dibattito si tiene mercoledì 11 marzo in sessione serale, con dichiarazione della Commissione affidata al Commissario Hoekstra. Non è prevista alcuna risoluzione — si tratta di una dichiarazione senza voto — ma il punto d’agenda è un precedente.
Il fatto che il Parlamento europeo abbia dedicato un dibattito autonomo alla violenza dei gruppi cosiddetti antifascisti non era mai accaduto. Per anni, l’unica risoluzione parlamentare sul tema della violenza politica era stata quella del 25 ottobre 2018, che chiedeva la messa al bando dei gruppi neofascisti e neonazisti. Il quadro che l’Eurocamera aveva costruito era unidirezionale: la violenza politica in Europa era esclusivamente di destra. Mercoledì sera, quel quadro è stato formalmente superato.
L’omicidio di Lione: anatomia di una violenza strutturale
L’omicidio di Quentin Deranque non è un episodio isolato. È il prodotto finale di una catena di violenza organizzata che a Lione — e in altre città francesi — si era consolidata da anni, con un’escalation progressiva di aggressioni, intimidazioni e scontri di strada attribuiti a gruppi che operano sotto l’etichetta “antifascista”.
La Jeune Garde Antifasciste era stata fondata nel 2018 da Raphaël Arnault, oggi deputato de La France Insoumise all’Assemblea Nazionale. Il governo francese ne aveva chiesto lo scioglimento nel 2025, ottenuto d’autorità per la pericolosità delle sue attività. L’organizzazione aveva formalmente sospeso ogni iniziativa, in attesa del ricorso alla Corte amministrativa suprema. Nella pratica, i suoi ex militanti erano ancora attivi.
Tra gli undici arrestati nell’ambito dell’indagine per omicidio volontario aperta dalla Procura di Lione figurano Jacques-Elie Favrot e Adrien Besseyre, entrambi stretti collaboratori del deputato Arnault. Favrot era il suo assistente parlamentare — un ruolo istituzionale, pagato con fondi pubblici, al servizio di un eletto della Repubblica. La presidente dell’Assemblea Nazionale, Yael Braun-Pivet, ne ha sospeso il diritto d’accesso al Parlamento francese a titolo preventivo.
Le indagini sono ancora in corso. Ma la struttura dei fatti è già eloquente: un’organizzazione sciolta per violenza i cui membri continuano ad agire, con legami diretti e documentati con un partito rappresentato in Parlamento. Non è attivismo. Non è protesta. È violenza politica organizzata con coperture istituzionali.
Cosa si nasconde dietro l’etichetta “antifascista”
Ciò che si muove oggi sotto l’etichetta “antifascista” nel panorama della militanza di strada europea non ha alcun rapporto con la lotta al fascismo storico, per la semplice ragione che il fascismo come regime, come struttura di potere, come minaccia organizzata alle istituzioni democratiche, non esiste più. Quello che esiste è un arcipelago di gruppi anarco-comunisti che hanno trovato nella parola “antifascismo” uno scudo morale: un lasciapassare retorico che consente di praticare la violenza sistematica, l’intimidazione fisica, la soppressione del dissenso politico, presentandosi come difensori della democrazia.
È un meccanismo collaudato. Si definisce “fascista” chiunque si collochi a destra — un partito conservatore, un collettivo femminista identitario, uno studente di ventitré anni che accompagna un presidio pacifico. Una volta applicata l’etichetta, la violenza diventa legittima: non si aggredisce una persona, si “combatte il fascismo”. Non si pesta a morte uno studente, si “difende la democrazia”. Il linguaggio crea la giustificazione preventiva dell’atto.
Questa dinamica non è nuova. È la trasposizione contemporanea di una prassi che appartiene alla tradizione rivoluzionaria comunista e anarchica: la designazione del nemico di classe — oggi ribattezzato “fascista” — come prerequisito per la violenza politica. Il metodo è identico a quello degli anni di piombo, con una differenza: negli anni Settanta, almeno, i gruppi che praticavano la violenza rivendicavano apertamente la propria matrice ideologica. Oggi si nascondono dietro un termine — “antifascismo” — che evoca la Resistenza per coprire un progetto che della Resistenza non ha nulla: non difende la democrazia, la aggredisce.
I numeri che nessuno voleva leggere
Il rapporto Europol TE-SAT (Terrorism Situation and Trend Report) relativo al 2024 documenta 21 attentati di matrice anarchica e di sinistra radicale nell’Unione Europea, con 28 arresti e una sola condanna. Il dato è il secondo per entità dopo la minaccia jihadista. Non si tratta di episodi casuali o disorganizzati: Europol identifica reti strutturate a livello transnazionale, con tattiche ricorrenti, coordinamento tra cellule di diversi Stati membri e una capacità operativa che richiede pianificazione.
Ventuno attentati in un anno. Ventotto arresti. Una condanna. Il divario tra arresti e condanne è di per sé un dato politico: racconta un sistema giudiziario che fatica — o non vuole — portare a termine il percorso repressivo. I gruppi operano, vengono individuati, talvolta fermati, quasi mai condannati. È un ciclo che produce impunità strutturale.
Questi numeri erano disponibili da tempo. Europol li pubblica annualmente. Eppure fino all’11 marzo 2026 nessun dibattito parlamentare europeo li aveva mai presi in considerazione come problema autonomo. La violenza di sinistra radicale era trattata come un fenomeno residuale, una nota a piè di pagina nei rapporti sulla sicurezza, un dato che non meritava attenzione politica. L’omicidio di Lione ha reso quella rimozione insostenibile.
Il filo italiano: Salis, Lucano e l’appello della Jeune Garde
La vicenda di Lione non è rimasta confinata alla Francia. Ha avuto un’eco immediata al Parlamento europeo e nel dibattito politico italiano, per una ragione precisa: pochi giorni prima dell’omicidio di Deranque, due europarlamentari italiani di Alleanza Verdi e Sinistra — Ilaria Salis e Mimmo Lucano — avevano firmato un appello internazionale insieme a Cem Yoldas, portavoce della Jeune Garde Antifasciste, che chiedeva il rafforzamento dell’azione antifascista e antimperialista in Europa attraverso “azioni concrete”.
L’appello non conteneva una chiamata esplicita alla violenza. Ma il contesto è inequivocabile: è stato sottoscritto insieme al portavoce di un’organizzazione sciolta d’autorità per attività violente, i cui ex membri sono ora sotto indagine per omicidio volontario. Firmare un documento congiunto con quella sigla significa riconoscerle legittimità politica. Significa dire, con il proprio nome e il proprio ruolo istituzionale: questa organizzazione è un interlocutore credibile.
Nicola Procaccini, copresidente del gruppo ECR, ha tracciato il parallelo con l’omicidio di Sergio Ramelli — il militante missino diciottenne ucciso a Milano nel 1975 da militanti di Avanguardia Operaia — e ha chiesto ad Alleanza Verdi e Sinistra e al Movimento 5 Stelle di dissociarsi pubblicamente. Carlo Fidanza, capodelegazione FdI al Parlamento europeo, ha definito i membri della Jeune Garde “para-terroristi legati a doppio filo con La France Insoumise”. La sinistra italiana non ha mai prodotto una presa di distanza netta.
Questo silenzio è il dato politico più significativo della vicenda italiana. Non è un caso giudiziario — nessuno accusa Salis e Lucano di complicità nell’omicidio. È un caso di responsabilità politica: la scelta di legittimare pubblicamente un’organizzazione violenta, e l’incapacità di ammettere l’errore dopo che quella stessa organizzazione ha prodotto un morto.
La “maggioranza Venezuela” detta anche l’agenda
Il dibattito dell’11 marzo non è arrivato a Strasburgo per caso. È il prodotto di una dinamica politica che sta ridefinendo gli equilibri del Parlamento europeo: la cosiddetta “maggioranza Venezuela” — PPE, ECR, Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane — che dal settembre 2024 vota compatta su ogni dossier sensibile, bypassando la coalizione ufficiale che sostiene la Commissione von der Leyen.
Questa alleanza informale aveva già dimostrato la propria efficacia sul piano legislativo: dalla risoluzione sul Venezuela all’indebolimento della normativa sulla deforestazione, dal pacchetto Omnibus di semplificazione normativa fino al regolamento rimpatri approvato in commissione LIBE il 9 marzo. Ma con l’inserimento in agenda del dibattito sulla violenza di sinistra radicale, la “maggioranza Venezuela” ha dimostrato qualcosa di nuovo: non si limita a legiferare — decide l’agenda politica dell’aula.
È un salto qualitativo. Controllare l’agenda significa decidere di cosa si parla, quali problemi esistono e quali no, quale vocabolario istituzionale è ammesso. Per anni, il Parlamento europeo ha discusso esclusivamente di violenza neofascista. La risoluzione del 2018 chiedeva lo scioglimento dei gruppi neonazisti, il contrasto alla xenofobia, la lotta al razzismo strutturale. Nessun punto d’agenda ha mai affrontato la violenza di sinistra come fenomeno autonomo, meritevole di analisi e risposta istituzionale. L’11 marzo, quella asimmetria è stata spezzata.
La presidente Metsola, nell’apertura della plenaria del 9 marzo, ha condannato la violenza politica “da qualunque parte provenga”, invitando gli eurodeputati a dare l’esempio nel comporre le differenze politiche attraverso il dibattito pubblico e non la violenza. È una formula di equilibrio, ma il fatto stesso che sia stata pronunciata — e che il dibattito sia stato calendarizzato — rappresenta una rottura con il passato.
L’impotenza della sinistra europea
Il dato più rivelatore dell’11 marzo non è ciò che la destra europea ha ottenuto. È ciò che la sinistra europea non è riuscita a produrre: una risposta credibile.
Il gruppo socialdemocratico, i Verdi, la Sinistra parlamentare si sono trovati nella posizione più scomoda possibile. Il dibattito era stato formulato in termini che rendevano qualsiasi opposizione frontale politicamente suicida: chi può opporsi a una discussione sulla violenza politica senza apparire complice di quella violenza? La formulazione scelta — “recrudescenza della violenza politica, in particolare da parte di organizzazioni di estrema sinistra” — era chirurgica: non diceva “esclusivamente”, diceva “in particolare”. Lasciava uno spiraglio retorico per allargare il discorso, ma il baricentro era inequivocabile.
La sinistra non ha saputo né dissociarsi dalla violenza con la nettezza necessaria, né proporre un controdiscorso convincente. Ha oscillato tra la minimizzazione — “un episodio tragico ma isolato” — e il tentativo di ribaltare il frame, riportando la discussione sulla violenza di destra. In entrambi i casi, ha mostrato un’incapacità strutturale di fare i conti con la propria area grigia: quella zona in cui la militanza di piazza sfuma nell’intimidazione, in cui l’attivismo diventa aggressione, in cui la “lotta al fascismo” giustifica la violenza fisica contro persone in carne e ossa.
Questa incapacità non è nuova. È la stessa che ha impedito alla sinistra francese di dissociarsi dalla Jeune Garde quando i suoi membri erano già sotto indagine per aggressioni precedenti. La stessa che ha portato il leader di La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, a difendere pubblicamente il collettivo dalle accuse di estremismo. La stessa che consente a europarlamentari in carica di firmare appelli congiunti con organizzazioni sciolte per violenza. Non è un deficit comunicativo. È un deficit morale.
Dalla cronaca alla struttura: cosa sta cambiando a Strasburgo
L’11 marzo 2026 segna un passaggio che va oltre il singolo dibattito. Segna l’ingresso formale della violenza anarco-comunista nel vocabolario istituzionale europeo come problema autonomo, distinto e irriducibile alla violenza di matrice neofascista.
Per chi osserva le dinamiche del Parlamento europeo, la destra europea sta dimostrando una capacità che le era storicamente estranea: trasformare un fatto di cronaca in un tema istituzionale nel giro di un mese. L’omicidio di Deranque è del 12 febbraio. La richiesta di minuto di silenzio è del 25 febbraio. L’inserimento in agenda è del 4 marzo. Il dibattito in plenaria è dell’11 marzo. Quattro settimane dalla strada all’aula parlamentare. È una velocità di reazione che il centrosinistra europeo non ha mai mostrato su nessun dossier comparabile.
L’interrogazione parlamentare presentata dall’eurodeputato Fabrice Leggeri — a nome della delegazione francese di Patrioti per l’Europa, con cofirmatari di ECR, ESN e persino del PPE — chiede alla Commissione quali azioni intenda intraprendere per garantire la protezione delle attività politiche e del dibattito pubblico legittimo. È una domanda semplice che contiene una tesi precisa: la violenza cosiddetta antifascista non colpisce il fascismo, colpisce la democrazia.
È una tesi che il Parlamento europeo non aveva mai formulato. Ora è agli atti.
Fonti
Parlamento europeo – The rise of political violence (9 marzo 2026)
Parlamento europeo – Apertura della plenaria 9-12 marzo, dichiarazione Metsola (marzo 2026)
Parlamento europeo – EP Today, 11 marzo 2026: Rise of political violence (marzo 2026)
ANSA – Asse PPE-destre, al PE dibattito sulla violenza politica dell’estrema sinistra (4 marzo 2026)
Euronews – Il Parlamento europeo ha respinto la richiesta di minuto di silenzio per Deranque (23 febbraio 2026)
Internazionale – Lione al centro degli scontri tra estrema destra e antifascisti (19 febbraio 2026)
Il Post – In Francia l’omicidio di un militante di estrema destra è diventato un caso politico (17 febbraio 2026)
Il Sole 24 Ore – Francia, omicidio di uno studente di destra e bufera politica (febbraio 2026)
Il Giornale – Lione, 23enne ucciso dagli antifa. Sospeso l’assistente di un deputato di Mélenchon (febbraio 2026)
Libero Quotidiano – Ilaria Salis e Mimmo Lucano, la loro firma: pestato a morte a Lione, il caso deflagra (febbraio 2026)
Parlamento europeo – Interrogazione parlamentare E-000925/2026: Anti-fascist movements and political violence (2026)
The European Conservative – Patriots for Europe initiate parliamentary debate on far-left violence (marzo 2026)

