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Italia

Sempre più poveri, sempre più soli: la fotografia che l’Italia evita di guardare

Carlotta De Marchi

Il Report Caritas 2026 fotografa una povertà ormai cronica: over 65 quasi triplicati, lavoratori poveri raddoppiati, salari reali in caduta. Ma dietro i numeri c'è una crisi che non è solo economica.

Riassunto dell'articolo

Il Report statistico nazionale 2026 della Caritas registra 282.539 assistiti nel 2025, record storico (+48% in dieci anni). Crescono gli anziani (+191% di over 65) e la solitudine (un assistito su tre vive solo), mentre i lavoratori poveri raddoppiano (dal 13,3% al 24%) sulla scia di salari reali calati dell'8% tra 2019 e 2024. L'articolo legge la povertà come fenomeno strutturale e decennale, prodotto dalla concorrenza globale al ribasso e dall'atomizzazione sociale, e sostiene che la sola risposta redistributiva non basta: la questione sociale è anzitutto la dissoluzione dei legami comunitari.

Duecentoottantaduemilacinquecentotrentanove. È il numero di persone che nel 2025 si sono rivolte alla rete dei centri di ascolto Caritas per chiedere aiuto. Mai così tante. Il Report statistico nazionale 2026, presentato oggi a Roma, lo dice con una formula che pesa più di qualsiasi commento: la povertà ha perso il carattere dell’eccezionalità ed è diventata «strutturale normalità».

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Una povertà che non è più emergenza, ma condizione

Il dato di per sé è un record: +1,7% rispetto al 2024, +48% nell’arco di dieci anni. A spaventare, però, non è il picco di un anno. È il radicamento. Oltre un assistito su quattro è seguito da almeno cinque anni. Gli interventi della rete sfiorano i 4,8 milioni: cibo, vestiario, alloggio, ascolto.

C’è un dettaglio che ribalta i luoghi comuni: l’aumento più forte si registra al Nord, +61,8%, l’area che concentra oggi la quota più alta di assistiti. La povertà non è più soltanto una questione del Mezzogiorno. Ha risalito la penisola.

Il volto nuovo della povertà ha i capelli bianchi

Il numero più allarmante riguarda gli anziani. In dieci anni gli over 65 accompagnati dalla Caritas sono cresciuti del 191%: erano il 7,7% dell’utenza, oggi sono il 15,4%. Quasi triplicati.

E quasi sempre sono soli. Le persone che vivono da sole sono passate dal 23,8% al 32,9% degli assistiti: un utente su tre è un nucleo di una persona soltanto. La solitudine, avverte il rapporto, non è un contorno: è un moltiplicatore. Quasi il 60% di chi vive solo sperimenta forme di povertà multipla — economica, sanitaria, abitativa insieme.

È qui che la fotografia diventa scomoda. Perché racconta che la povertà, oggi, è anche e soprattutto un progressivo assottigliarsi dei legami. Un vecchio che non ha più nessuno.

Quando il lavoro non basta più

L’altra metà del quadro è il lavoro che non protegge. I lavoratori poveri sono raddoppiati: gli occupati erano il 13,3% degli assistiti nel 2015, oggi sono il 24%. E il fenomeno morde proprio nelle fasce centrali dell’età produttiva: il 31,7% tra i 35 e i 44 anni, il 31% tra i 45 e i 54.

Dietro c’è un numero che spiega quasi tutto: tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni reali in Italia sono calate dell’8%, il dato peggiore tra i grandi della scena europea. L’ISEE medio di chi bussa alla Caritas è inferiore ai cinquemila euro. Più della metà degli assistiti convive con figli minori.

Una povertà che viene da lontano

Sarebbe facile, e disonesto, ridurre tutto al governo di turno. I numeri raccontano l’opposto. L’arco è decennale — dal 2015 al 2025 — e attraversa esecutivi di ogni colore. L’erosione salariale più pesante è quella del quinquennio 2019-2024. Non è la stagione di un avversario politico: è il prodotto di un modello.

Quel modello ha un nome: la concorrenza al ribasso. Salari compressi da una competizione globale che ha messo i lavoratori delle diverse nazioni gli uni contro gli altri, mentre le élite progressiste celebravano l’apertura e lo smantellamento dello Stato-nazione. È un meccanismo che abbiamo già raccontato per esteso, e a cui rimandiamo in chiusura. La povertà di oggi è il conto, arrivato con anni di ritardo, di scelte fatte altrove e prima.

Ciò che una certa lettura non sa vedere

Davanti a questi dati la risposta più immediata è già pronta: salario minimo, misura universale di contrasto, Stati generali del sociale. Sono le proposte che la stessa Caritas avanza, e che meritano discussione seria. Ma si fermano al portafoglio.

Il dato più grave del rapporto non è economico, è relazionale. È l’anziano che vive solo. È il nucleo di una persona. È la rete di prossimità che si sfilaccia fino a sparire. Una povertà che si combatte erogando un sussidio in più? In parte. Ma una solitudine non si redistribuisce. Si ricostruisce — e si ricostruisce solo dove esiste ancora una comunità.

Chi legge la povertà unicamente come questione di reddito coglie il sintomo e perde la malattia. La malattia è l’atomizzazione: la dissoluzione della famiglia, del vicinato, dei legami che per secoli hanno fatto da ammortizzatore prima ancora dello Stato.

La questione sociale è una questione nazionale

Una comunità che lascia morire soli i propri vecchi e scivolare sotto la soglia della dignità i propri lavoratori — pur avendo un impiego — non ha soltanto un problema di bilancio. Ha un problema di tenuta. Di identità. Di destino.

La questione sociale, prima che un capitolo di spesa, è la misura di quanto una Nazione tiene insieme i suoi. I numeri della Caritas non chiedono solo più risorse. Chiedono di tornare a essere un popolo, e non una somma di individui soli che invecchiano in silenzio.

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Carlotta De Marchi
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