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Europa

Decreto bollette, Meloni: «Chiusa la trattativa con Bruxelles». Ma la UE lascia fuori gli ETS

Federica Leonardi

La premier annuncia l'intesa con la Commissione al termine del Consiglio europeo. L'aiuto coprirà solo il rincaro del gas, non il costo della CO2: la «scelta coraggiosa» di febbraio resta ferma. Sulla flessibilità, per ora, solo ottimismo.

Riassunto dell'articolo

Il 16 ottobre 2026, al termine del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha annunciato la chiusura della trattativa con la Commissione europea sul decreto bollette (DL 21/2026). L'intesa rientra nel quadro temporaneo per gli aiuti di Stato legato alla crisi mediorientale: l'Italia notificherà le misure e Bruxelles le valuterà in via prioritaria. Un portavoce della Commissione ha però precisato che l'aiuto compenserà solo l'aumento dei costi del gas, senza coprire i costi del sistema ETS, cioè la parte che il governo a febbraio aveva presentato come la scelta strutturale del decreto. Sulla flessibilità di bilancio e sull'uso dell'extragettito Iva non c'è alcuna intesa: Meloni si dice «ottimista». Entità del risparmio e tempi di applicazione restano da definire.

«Abbiamo chiuso con la Commissione europea la trattativa sul decreto bollette». Con queste parole Giorgia Meloni ha lasciato Bruxelles al termine del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Sul decreto bollette l’intesa con la UE arriva otto mesi dopo l’approvazione del provvedimento in Consiglio dei ministri. Ma la Commissione ha subito precisato il perimetro: l’aiuto coprirà l’aumento del costo del gas, non quello delle quote di CO2. E sulla flessibilità di bilancio, per ora, c’è solo l’ottimismo della premier.

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Cosa ha detto Meloni a Bruxelles

Nel punto stampa finale Meloni ha definito la trattativa «lunga ma costruttiva». Il risultato, ha spiegato, consente di intervenire sulla formazione del prezzo dell’elettricità e sul peso che il gas ha su quel prezzo. Quindi, «soprattutto nell’attuale contesto», di abbassare le bollette.

La premier ha aggiunto di aver parlato con Ursula von der Leyen anche delle richieste italiane di maggiore flessibilità sui conti pubblici. «Sono ottimista», ha detto. «Penso ci siano i margini».

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di un «primo passo importante» in una fase ancora segnata da forti incertezze sui mercati.

Cosa prevede l’intesa con la Commissione

La nota di Palazzo Chigi descrive l’accordo come l’esito di «intensi e costruttivi scambi» con i servizi della Commissione. L’intesa si muove dentro il quadro temporaneo di crisi per gli aiuti di Stato legato alla guerra in Medio Oriente, il cosiddetto METSAF.

Il percorso ora è questo: l’Italia notifica formalmente le misure temporanee a Bruxelles. La Commissione le valuta «in via prioritaria» e intende approvarle «quanto prima». La decisione formale, quindi, non c’è ancora.

L’obiettivo del meccanismo è neutralizzare l’impatto del rincaro del gas sul prezzo finale dell’elettricità. In Italia il prezzo marginale dell’energia elettrica è fissato quasi sempre dalle centrali a gas. Per questo ogni rialzo del metano si scarica per intero sulla bolletta della luce, come abbiamo ricostruito nell’analisi su la crisi del gas e le forniture del Qatar.

Gli ETS restano fuori: il cuore del decreto è ancora fermo

Qui sta il punto che la nota di Palazzo Chigi non dice. Un portavoce della Commissione ha precisato che l’aiuto compenserà «esclusivamente l’aumento dei costi del gas», senza coprire i costi legati al sistema ETS, con i benefici interamente trasferiti ai consumatori finali.

Il 18 febbraio, presentando il decreto, Meloni aveva descritto lo scorporo del costo degli ETS dal prezzo dell’elettricità come una «scelta strutturale» e «molto coraggiosa». Era la misura destinata, nelle parole della premier, ad avere «un impatto decisivo sul costo delle bollette». Le centrali a gas acquistano un permesso per ogni tonnellata di CO2 emessa e oggi scaricano quel costo sul prezzo all’ingrosso. Secondo i dati della stessa Unione europea, gli ETS incidono per circa l’11 per cento sui costi dell’energia.

Quella misura, oggi, resta fuori dall’intesa. La trattativa chiusa riguarda il gas. Sulla CO2, Bruxelles non concede nulla.

Otto mesi per cinque miliardi che non sono ancora arrivati

Il decreto-legge 21/2026 è stato approvato il 18 febbraio e convertito in legge ad aprile. Il governo lo aveva presentato come un intervento da oltre 5 miliardi di benefici per famiglie e imprese. Un artigiano o un piccolo ristoratore, secondo gli esempi di Palazzo Chigi, avrebbe risparmiato in media oltre 500 euro l’anno sulla luce e 200 sul gas.

Una parte di quei benefici è rimasta ferma proprio in attesa del via libera europeo, tanto che Confindustria ne aveva sollecitato l’applicazione. Lo abbiamo documentato nel conto dei 60 miliardi contro il caro energia rivendicati dalla premier ad Assolombarda.

Oggi restano aperte le tre domande che contano per chi paga: quanto scenderà la bolletta, da quando, e con quale meccanismo il risparmio arriverà in tariffa. Né Palazzo Chigi né la Commissione hanno dato una cifra.

Flessibilità ed extragettito Iva: per ora solo ottimismo

Il secondo fronte è quello dei conti pubblici. Nelle comunicazioni al Senato del 14 ottobre Meloni aveva ricordato di aver scritto a von der Leyen due richieste precise. La prima: che lo choc energetico e inflazionistico sia considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee. La seconda: che gli Stati possano usare almeno una parte dell’extragettito Iva generato dall’aumento dei prezzi per misure temporanee a favore di famiglie e imprese.

«Sarebbe difficile spiegare ai cittadini», aveva detto la premier, che non si possono usare neppure le maggiori entrate che lo choc ha generato. Su questo punto, però, da Bruxelles non è arrivato alcun sì. Meloni ha parlato di margini e di ottimismo. Nulla di più.

È la stessa dinamica già vista con il taglio delle accise sui carburanti, finanziato di proroga in proroga con l’extragettito Iva e con i proventi delle aste sulle emissioni: soldi spostati da una voce all’altra, dentro vincoli che il governo non controlla.

Il nodo politico: le bollette italiane le decide Bruxelles

Il dato di fondo è semplice. Un governo con una maggioranza solida approva un decreto a febbraio, lo fa convertire ad aprile e aspetta fino a ottobre il permesso di applicarne la parte più incisiva. Quando il permesso arriva, copre il gas e lascia fuori la CO2.

Non è una colpa di Meloni, che su questo ha tenuto il punto per mesi insieme a Praga, Varsavia e altri governi dell’Est. È il funzionamento delle regole UE: il sistema ETS, concepito per far pagare le emissioni, nella crisi attuale fa pagare le famiglie. La premier lo aveva detto chiaramente alla Camera: la battaglia non è contro la transizione ecologica, ma contro la transizione ideologica.

Il risultato di ieri è vero e va riconosciuto: la trattativa è chiusa, le misure sul gas potranno partire. Ma la «scelta coraggiosa» di febbraio resta un annuncio. Finché il prezzo della CO2 lo fissa la finanza e il permesso di sterilizzarlo lo rilascia la Commissione, le bollette italiane le decide ancora Bruxelles.

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Federica Leonardi
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