Il ministro Piantedosi nega legami con reti di propaganda fondamentalista. Ma la mail inviata all’università apre un piano che il paradigma psichiatrico non chiude: la schizofrenia non spiega perché l’odio si sia indirizzato proprio contro i cristiani.
C’è una frase, in tutta la vicenda di Salim El Koudri, che il quadro ufficiale fatica a riassorbire. Non è un grido lanciato durante la corsa folle in via Emilia. Non è una scritta su un muro. È una mail. Spedita dall’attentatore di Modena all’università presso cui aveva studiato, in cui il trentunenne nato a Bergamo da famiglia marocchina si scagliava contro i «bastardi cristiani», con espressioni che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito blasfeme. Poco dopo, El Koudri si era scusato. Quella mail, però, esiste. E pesa.
Il ministro, intervistato dal Giornale, ha tracciato un quadro lineare: nessuna radicalizzazione strutturata, nessun collegamento con reti di propaganda fondamentalista, nessun profilo classico del terrorista che pianifica un’azione violenta. Disturbo schizoide diagnosticato, rancore sociale, percezione di discriminazione subita. Il tutto raccolto sotto la categoria — più ampia e più scivolosa — del cosiddetto lupo solitario. Va riconosciuto a Piantedosi un atteggiamento misurato, lontano dalle semplificazioni di chi vorrebbe ridurre tutto a follia individuale o a complotto islamista. Eppure proprio quella misura, se presa sul serio, costringe a porsi una domanda che il paradigma psichiatrico, da solo, non risolve.
La mail che il Viminale ha letto
Il dato è stato reso pubblico dal capo del Viminale stesso, dunque non frutto di indiscrezione. El Koudri, nei mesi precedenti all’attentato, aveva indirizzato un messaggio elettronico alla propria università in cui usava l’espressione «bastardi cristiani» insieme ad altre formule blasfeme. Il ministro lo ha collocato dentro il quadro del risentimento personale, della percezione di aver subito discriminazioni, di un rancore per la condizione lavorativa e sociale. Un’interpretazione plausibile, certo. Ma anche un’interpretazione che richiede un passaggio non scontato: la traduzione di un odio religiosamente connotato in un odio puramente sociale.
Perché la mail non parla di «italiani» o di «occidentali», parole che la cornice del razzismo subito spiegherebbe agevolmente. Parla di cristiani. E quella scelta lessicale, in un cittadino italiano laureato e mai praticante dichiarato di una moschea, non è neutra.
Cosa dice Piantedosi e cosa non esclude
La posizione del Viminale è precisa: El Koudri non è inserito in reti di propaganda jihadista, i suoi dispositivi non hanno restituito tracce di radicalizzazione organizzata, l’imam di Ravarino ha dichiarato di non averlo mai visto al centro islamico locale. Tutto vero. E va detto che Piantedosi, in un altro passaggio dell’intervista, ha riconosciuto come la minaccia dei lupi solitari sia oggi tra le più insidiose, perché si tratta di soggetti che si radicalizzano in solitudine, consumano propaganda online e colpiscono senza una struttura organizzata alle spalle. Parole sue.
Qui sta il punto. Il ministro non sta affatto dicendo che la dimensione religiosa è irrilevante. Sta dicendo che non è organizzata. Sono due cose diverse. La radicalizzazione contemporanea, come ammettono da anni le stesse intelligence europee, non passa più necessariamente attraverso cellule strutturate o moschee sorvegliate. Passa per processi individuali, opachi, alimentati da contenuti digitali e da sedimenti culturali familiari che riemergono nei momenti di crisi personale. Riconoscere questo non significa accusare Piantedosi di reticenza: significa prenderlo sul serio.
Perché la follia non spiega la direzione dell’odio
Il disturbo schizoide di personalità è una diagnosi clinica seria, documentata, che spiega in parte la fragilità del soggetto, la sua difficoltà nel mantenere relazioni, la sua deriva delirante una volta interrotti i farmaci. Lo psichiatra Mario Bertolino, sentito dalla Gazzetta del Mezzogiorno, ha ipotizzato che la sospensione della terapia possa aver scatenato deliri e convinzioni persecutorie. È una lettura clinicamente solida.
Ma la psichiatria spiega il come, non il cosa. Spiega perché un soggetto fragile possa passare al gesto violento, non perché quel gesto si organizzi attorno a una specifica iconografia del nemico. La schizofrenia non distribuisce a caso oggetti d’odio. Quando un soggetto delirante costruisce il proprio nemico, lo pesca dal proprio universo culturale. E nell’universo culturale di El Koudri il termine «bastardi cristiani» non è arrivato per generazione spontanea. È un lessico, prima ancora di essere un sintomo.
Il lupo solitario nell’era post-organizzativa
La categoria del lupo solitario è nata, nel lessico dell’intelligence, proprio per descrivere quei soggetti che agiscono senza affiliazione ma all’interno di una cornice ideologica diffusa. È il modello che ha colpito Nizza nel 2016, Berlino in più occasioni, Vienna, Stoccolma, Reading. Ognuna di quelle vicende ha sviluppato un profilo psichiatrico complicato, ognuna ha avuto componenti di marginalità sociale, frustrazione lavorativa, fragilità identitaria. E ognuna, ciononostante, è stata letta come terrorismo perché il bersaglio era culturalmente determinato.
Nel caso italiano siamo davanti, ad oggi, a otto feriti, due donne con le gambe amputate, una in pericolo di vita. Un’auto lanciata a oltre cento chilometri orari contro pedoni inermi nel centro di una città dell’Emilia. Un coltello da venti centimetri tirato fuori dopo lo schianto. Una mail contro i «bastardi cristiani». Stabilire se tutto questo configuri o meno il reato di terrorismo è compito della magistratura, e la procura di Modena per ora ha contestato strage e lesioni aggravate, non terrorismo. È una scelta legittima, fondata sulle attuali risultanze. Ma il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico e culturale.
Una seconda generazione e la frattura identitaria
Il dato anagrafico merita attenzione, non per chiudere il caso ma per aprirlo. El Koudri è nato in Italia, ha frequentato scuole italiane, si è laureato in Economia all’Università di Modena e Reggio Emilia, parla italiano come lingua madre. Sulla carta è il successo dell’integrazione. Nella realtà è il prototipo di una frattura ricorrente: la seconda generazione che non si riconosce nella patria d’origine dei genitori, non viene riconosciuta come pienamente italiana dalla società circostante, e cerca un’identità di sostituzione dove la trova.
Le ricerche sociologiche europee documentano da almeno quindici anni questo schema. Non è una colpa dei giovani in questione, non è un’accusa indistinta alle comunità immigrate. È un dato strutturale che le politiche di accoglienza acritica hanno preferito ignorare. Quando l’identità si frattura senza che ne emerga una nuova solida, il vuoto si riempie. A volte di ideologia politica, a volte di nichilismo, a volte di religiosità di compensazione che pesca direttamente nel patrimonio culturale familiare, anche in soggetti che non hanno mai messo piede in una moschea.
Cristiani come bersaglio: un dato che resta
Al netto delle indagini ancora in corso, una circostanza non si cancella. Un cittadino italiano in stato di disagio mentale ha scelto, mesi prima del gesto, di scrivere a un’istituzione della nostra Nazione chiamando «bastardi» non un’etnia, non una classe sociale, non un partito, ma una fede. La fede maggioritaria della Nazione in cui era nato, cresciuto, laureato, curato gratuitamente dal servizio sanitario.
Nessuno chiede di trasformare questo dato in una guerra di religione. Ma cancellarlo dal racconto, archiviarlo come bizzarria di un soggetto schizoide, significa rifiutare di vedere ciò che da almeno un decennio l’Europa fatica a riconoscere: il fondamentalismo islamico contemporaneo non si presenta più solo con la bandiera nera e i comunicati di rivendicazione. Si presenta in forme molecolari, individuali, mescolate al disagio personale, al rancore sociale, alla malattia mentale. E proprio per questo è più difficile da intercettare, e più pericoloso da minimizzare.
Piantedosi ha ragione a dire che non c’è radicalizzazione strutturata. Ma la struttura, oggi, non è più il punto. Il punto è che l’odio religioso, quando affiora dentro una mente in crisi, non è un effetto collaterale della crisi: è il suo contenuto. E quel contenuto, in Italia, qualcuno deve avere il coraggio di nominarlo.
Fonti
- Il Giornale — Intervista esclusiva a Piantedosi sulla mail contro i «bastardi cristiani»
- ANSA — Profilo di Salim El Koudri e indagini Digos
- Il Sole 24 Ore — Chi è Salim El Koudri, italiano di seconda generazione
- Il Resto del Carlino — Nella mente di Salim, dalla laurea alla schizofrenia
- Gazzetta del Mezzogiorno — Lo psichiatra Bertolino sulla sospensione dei farmaci
- SulPanaro — Studi interrotti e due anni senza cure
- Il Politico Web — Modena, auto sulla folla: l’Italia indifesa davanti alla follia in libertà

