Ogni estate torna la stessa scena. I giornali annunciano l’arrivo dell’anticiclone africano, qualcuno controlla il barometro di casa e trova la pressione nella media, a volte persino sotto. E allora viene da chiedersi perché l’anticiclone africano si chiami così, e soprattutto chi abbia deciso di dargli un nome. La risposta racconta molto più del clima: racconta come funziona la macchina dell’allarme.
Un marchio nato nel 2012
Il battesimo delle ondate di calore non arriva da un’autorità scientifica. Arriva da una società meteo privata. Nel giugno del 2012 il fondatore di un noto portale diede a un’ondata africana il nome di «Scipione l’Africano». Da allora è diventata una consuetudine.
Sono seguiti Caronte, Cerbero, Flegetonte, Minosse: nomi presi dall’inferno dantesco e dalla mitologia, scelti spesso con sondaggi tra i lettori sulle pagine online. Perfino d’inverno, nel gennaio del 2024, un’alta pressione mite è stata ribattezzata Zeus.
Chi decide i nomi delle ondate di calore, dunque, non è un ente pubblico. È un ufficio di comunicazione. La formula è copiata dall’uso americano di battezzare gli uragani, ma con uno scopo diverso: rendere memorabile, e vendibile, ogni fiammata estiva.
Cosa dice davvero la fisica
Qui bisogna essere onesti, perché è il punto in cui tanti scivolano. L’anticiclone africano, come struttura di alta pressione al suolo, quasi non esiste: alle nostre latitudini la pressione estiva è pressoché livellata. Lo ha ripetuto anche un decano dei meteorologi televisivi, formatosi alla scuola dell’Aeronautica.
La verità è che il fenomeno esiste, ma in quota: sono gli altissimi valori di geopotenziale a spingere l’aria rovente dal Sahara. E c’è un dato che nessuno può negare. Per decenni l’estate italiana era governata dall’anticiclone delle Azzorre, oceanico, più fresco e ventilato.
Oggi quell’anticiclone si è indebolito e lascia campo libero a quello africano, continentale e molto più caldo. La differenza vale anche cinque gradi. A Milano il picco tipico di luglio è passato dai trentatré gradi di fine Novecento ai trentasette di oggi. Il caldo, insomma, è reale. Il punto è un altro.
La temperatura percepita, ovvero come si gonfia un numero
Prendiamo la temperatura percepita. Cos’è, davvero? È il tentativo di misurare quanto il corpo soffre il caldo tenendo conto dell’umidità: con aria molto umida il sudore evapora meno e il calore si accumula.
Fin qui è corretto. Trentacinque gradi con forte umidità si sopportano come quarantacinque. Ma nei titoli la percepita diventa altro: una cifra gonfiata, sparata in prima pagina per trasformare una giornata calda in una minaccia mortale.
La sfumatura fisica sparisce. Resta il numero che spaventa.
La fabbrica dell’emergenza permanente
Messi insieme, questi ingredienti compongono un dispositivo preciso. Il nome dantesco, la percepita gonfiata, il bollino che passa dal giallo al rosso, il sindaco che intima «non uscite di casa». È il vocabolario di un’emergenza senza fine.
Ogni estate diventa la peggiore di sempre. Ogni caldo è «africano», quindi estraneo, quindi ostile. E il cittadino non è più un adulto capace di bere acqua e cercare l’ombra, ma un fragile da istruire ora per ora.
Nasce persino un lessico nuovo per alimentare la macchina: si parla ormai di «povertà del fresco» come di una categoria sociale. L’allarme si autoalimenta, perché l’allarme fa notizia, e la notizia porta lettori.
Il 2003, la memoria che si vuole cancellare
Eppure una misura esiste, ed è la memoria. L’estate del 2003 fu davvero un’altra cosa: in Europa si contarono decine di migliaia di morti, molte migliaia solo in Italia. Fu una strage vera, silenziosa, fatta soprattutto di anziani soli.
Allora non c’erano i nomi mitologici né i bollettini a ogni ora. C’era una Nazione che ha attraversato la prova con sobrietà, e che dopo ha imparato: piani sanitari, sorveglianza, assistenza ai fragili. La lezione fu seria proprio perché il dolore fu reale.
Oggi accade il rovescio. Il caldo fa meno vittime di allora, ma fa infinitamente più rumore. Una Nazione che ha superato il 2003 senza isteria viene trattata come una folla da mettere in guardia ogni pomeriggio.
Difendersi dal caldo è saggezza antica. Farsi governare dalla paura è la novità — e a inventarla non è stato l’anticiclone africano, ma chi gli ha dato un nome.
Fonti
Treccani — La denominazione delle ondate di calore
Virgilio — Sottocorona sull’anticiclone africano e la percepita
Wikipedia — Anticiclone subtropicale africano
Meteo Giornale — Azzorre, geopotenziale e differenza termica
Leggo — Milano, dai 33°C ai 37°C di picco
Il Resto del Carlino — Bollini e «povertà del fresco»

