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Italia

Sofo parla di «patto tra antifa e maranza» nato in Francia. A Milano il Lambretta difende i fermati: la domanda è lecita

Chiara Morganti

L'ex europarlamentare di FdI sostiene che la guerriglia del 17 ottobre sia stata preparata e coordinata tra Parigi e Milano. Nessuna prova, per ora. Ma l'hub legale del centro sociale per i cinquanta fermati di piazza Duomo rende legittimo porsi la domanda.

Riassunto dell'articolo

Il 18 ottobre 2026 Vincenzo Sofo, ex europarlamentare di Fratelli d'Italia, ha pubblicato un reel Instagram in cui sostiene che gli scontri di Milano del 17 ottobre non siano protesta spontanea ma una «giornata di guerra civile» coordinata a livello internazionale, frutto di un «patto terroristico tra antifa e maranza» nato in Francia e arrivato in Italia. L'articolo riporta la tesi sempre attribuita a Sofo, senza farla propria, e la confronta con i fatti: la Questura descrive i violenti del Duomo come ragazzini auto-organizzati su TikTok senza bandiere né struttura; la stessa sera, però, il centro sociale Lambretta e il collettivo Deriva hanno aperto un hub legale per gli oltre cinquanta fermati, quasi la metà minorenni. La coincidenza tra le piazze francesi (oltre 1.200 fermi) e quelle italiane nello stesso giorno, la richiesta di Meloni alle opposizioni di condannare «senza ambiguità» e la rete di assistenza legale rendono legittima la domanda sull'esistenza di un coordinamento, senza che ciò la trasformi in un fatto accertato. Per i fermati vale la presunzione di innocenza.

Le parole di Vincenzo Sofo arrivano domenica 18 ottobre, in un reel Instagram con una didascalia che suona come un avvertimento: «Se volete capire che cosa davvero sta succedendo, vi consiglio di ascoltare con attenzione». La tesi sta tutta in maiuscolo: un «patto terroristico tra antifa e maranza nato in Francia e arrivato in Italia». Secondo Sofo, la guerriglia di piazza Duomo non sarebbe protesta sociale, ma una «giornata di guerra civile» coordinata a livello internazionale. È una lettura pesante e senza prove, lo diciamo subito. Ma un fatto emerso la sera stessa degli scontri rende lecito porsi la domanda.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa sostiene Sofo nel reel

Sofo, ex europarlamentare di Fratelli d’Italia e marito di Marion Maréchal, sostiene che la violenza non sia esplosa spontaneamente: sarebbe partita dalla Francia e sarebbe stata esportata in Italia, frutto di un’alleanza tra estrema sinistra radicale e altri soggetti «uniti da caos e terrore sociale».

Secondo Sofo, il bacino di reclutamento sarebbe doppio: studenti e centri sociali da una parte, una manovalanza fomentata dalle Nazioni d’origine dall’altra. È la saldatura che in Francia chiamano convergenza tra antifa e racailles, e che Sofo da mesi applica all’Italia parlando di antifa e maranza. Già a febbraio, dopo l’omicidio di Quentin Deranque a Lione, aveva scritto di una «strategia della tensione pianificata» contro le destre di governo in vista del voto del 2027 in entrambe le Nazioni.

Quello che dicono i fatti di Milano

La cronaca di sabato 17 ottobre, per ora, racconta altro. Verso le cinque del pomeriggio decine di ragazzi incappucciati si sono staccati dal corteo di «Italia in Piazza» contro il carovita e hanno trasformato piazza Duomo in un campo di battaglia: transenne, sampietrini, bombe carta, le vetrine di corso Vittorio Emanuele sfondate.

Il bilancio è di oltre cinquanta fermati, quasi la metà minorenni, e venticinque feriti, dieci tra le forze dell’ordine. Le posizioni dei fermati sono al vaglio delle Procure: per tutti vale la presunzione di innocenza. La Questura li descrive come ragazzini delle periferie, auto-organizzati su TikTok, senza bandiere e senza struttura. È il contrario di un commando coordinato, ed è il primo dato che pesa contro la tesi di Sofo.

Il Lambretta mette gli avvocati ai fermati

Il secondo dato va nella direzione opposta. Sabato sera, a scontri ancora in corso, il centro sociale Lambretta e il collettivo Deriva hanno attivato un hub legale per i fermati: una mail, la promessa di un avvocato, l’appello a far girare il messaggio. Assistere un fermato è lecito. Ma il Lambretta non è un soggetto qualsiasi: è il centro sociale frequentato dai sei antagonisti colpiti da misure cautelari per gli scontri della Centrale del 22 settembre 2025, lo stesso dove Ilaria Salis si è fatta fotografare sotto il tricolore con la stella rossa.

La Questura dice che i violenti del Duomo non avevano struttura. La struttura, però, è arrivata lo stesso: non per portarli in piazza, ma per tirarli fuori dalla Questura. Questo non dimostra il patto di cui parla Sofo. Dimostra che tra la manovalanza senza bandiere e la sinistra antagonista organizzata esiste almeno un punto di contatto, attivato in poche ore. È lecito chiedersi se sia l’unico.

Francia e Italia, lo stesso giorno

Il terzo elemento è il calendario. Sabato 17 ottobre la Francia ha vissuto la sua giornata più dura dall’inizio dell’autunno: oltre 1.200 fermi, il municipio di Limoges in fiamme, Place de la République occupata, redazioni bloccate perché indicate nelle chat dei manifestanti come «canali di propaganda nemica». Lecornu e Le Pen hanno puntato il dito su Mélenchon, che a sua volta accusa il prefetto.

La mobilitazione italiana era stata convocata in concomitanza con quella francese. Che una data si diffonda da Parigi a Milano via TikTok non prova un coordinamento: è il funzionamento normale dei social. Ma che nello stesso giorno, con gli stessi metodi, in due Nazioni che votano nel 2027 con la destra favorita, la protesta sul carovita degeneri nello stesso modo è una coincidenza che merita una domanda. Sofo la trasforma in certezza. Noi ci fermiamo alla domanda, e la rabbia sociale che brucia da Milano a Parigi resta reale a prescindere da chi la cavalca.

Meloni chiede una condanna, la sinistra risponde con i «però»

Giorgia Meloni ha scritto su X che manifestare è un diritto ma mettere a ferro e fuoco le città no, e ha chiesto alle opposizioni di non essere ambigue: «Ogni reticenza diventa giustificazione». Da Schlein e Conte, impegnati a Roma con la Cgil, nessuna risposta diretta. Beppe Sala ha parlato di ragioni comprensibili e violenze ingiustificabili, avvertendo di non strumentalizzare.

È in questo vuoto che la tesi di Sofo prende spazio. Finché la sinistra ufficiale non dice che il Lambretta non la rappresenta, la domanda sul patto tra antifa e maranza resta aperta. Non perché Sofo l’abbia dimostrata, ma perché nessuno, a sinistra, ha interesse a chiuderla.

La domanda resta, la prova no

Il reel di Sofo non porta documenti, chat, nomi. Porta una lettura politica, e va trattata come tale. I fatti disponibili dicono tre cose: i violenti del Duomo erano ragazzini senza struttura; una struttura è intervenuta subito per difenderli; la Francia ha bruciato lo stesso giorno. Nessuna delle tre è un patto. Insieme, sono una domanda che un giornale ha il dovere di porre, e che la magistratura, non un reel, dovrà chiudere.

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Chiara Morganti
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