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Europa

AfD al 30%, la sinistra minaccia: «Gli immigrati scapperanno». Ma li vuole solo come manodopera

Hans Keller

L'El País lancia l'allarme sull'ascesa di Weidel: senza stranieri la Germania si ferma. È la stessa paura che da anni fa chiudere ospedali e fabbriche, e non viene da Weidel

Riassunto dell'articolo

Con l'AfD al 30% nel sondaggio INSA per Bild am Sonntag e la CDU/CSU al 18,5%, El País apre con un allarme economico: l'ascesa di Alice Weidel allontanerebbe i lavoratori stranieri di cui la Germania ha bisogno. L'articolo ribalta la lettura: la sinistra europea descrive l'immigrato solo come forza lavoro per gli ingranaggi del sistema, mentre gli studi IW e IAB mostrano che chi lascia la Germania lo fa per burocrazia, tasse e case, e che l'emorragia di lavoratori UE è iniziata nel 2024. La paura del crollo economico e delle tensioni sociali diventa l'ultimo argomento di chi ha smantellato il nucleare, rinunciato al gas russo e ignorato per decenni la natalità.

I sondaggi AfD sono diventati la notizia economica del giorno. Domenica 18 ottobre l’El País apre il suo sguardo sulla Germania non con la politica, ma con la contabilità: l’ascesa di Alice Weidel, scrive il quotidiano di Madrid, «mette in fuga i lavoratori che la Germania non può perdere». Industria in crisi, buco demografico, e un clima anti-immigrazione che rischierebbe di allontanare la manodopera straniera di cui Berlino ha bisogno.

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È un angolo nuovo, e va letto con attenzione. Perché per la prima volta la sinistra europea non difende più l’immigrazione in nome dei diritti o dell’accoglienza. La difende in nome del PIL. E così, senza accorgersene, dice la verità su come ha sempre guardato l’immigrato: come un ingranaggio.

I numeri che spaventano la sinistra europea

Il punto di partenza è il sondaggio INSA per Bild am Sonntag pubblicato oggi. L’AfD resta al 30 per cento, il massimo storico raggiunto a inizio ottobre. La CDU/CSU si ferma al 18,5 per cento, la SPD scende al 13,5, i Verdi sono al 14, la Linke al 10.

Alle elezioni federali del febbraio 2025 l’Unione aveva il 28,5 per cento e l’AfD il 20,8. In venti mesi il rapporto si è rovesciato. Il distacco tra il primo e il secondo partito è il più ampio mai misurato dall’istituto.

Non è un’anomalia dell’Est. Dopo il 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt e il sorpasso in Meclemburgo, i dati di Berlino hanno mostrato che a votare AfD non sono i “tedeschi contro gli immigrati”, ma i quartieri che nessuno ascolta. Il consenso è nazionale e strutturale.

L’immigrato come ingranaggio

Qui sta il rovesciamento. L’argomento che l’El País mette in prima pagina è lo stesso che Friedrich Merz ha usato al Bundestag contro Weidel a settembre: senza stranieri l’artigianato si fermerebbe, nessuna casa di riposo potrebbe restare aperta, nessun ospedale potrebbe funzionare.

È una frase che andrebbe letta due volte. Non parla di persone, di famiglie, di comunità. Parla di turni da coprire. L’immigrato esiste in quanto serve a far girare la macchina: corsie, cantieri, cucine. Quando smette di servire, o quando minaccia di andarsene, diventa un problema di bilancio.

Per anni la sinistra ha accusato la destra di “disumanizzare” chi arriva. Ora è lei a ridurre l’immigrato a forza lavoro, a carne da ingranaggio. La destra sociale ha sempre detto un’altra cosa: che l’immigrazione va governata nei numeri perché le persone si integrano, i flussi no. Chi oggi agita la fuga della manodopera sta confessando di non aver mai creduto all’integrazione, ma solo alla produttività.

Chi lascia la Germania e perché

C’è poi un problema di fatti. La fuga dei lavoratori stranieri dalla Germania non comincia con l’AfD al 30 per cento. Secondo i dati citati dai media tedeschi, dal 2024 i lavoratori dell’Unione Europea che lasciano la Germania superano quelli che arrivano, per la prima volta in quindici anni. L’ultimo censimento ha scoperto 1,4 milioni di residenti in meno del previsto, in gran parte stranieri partiti senza che nessuno se ne accorgesse.

Le motivazioni le raccontano gli stessi interessati nelle indagini dell’IAB, l’istituto dell’Agenzia federale per il lavoro, e in quelle commissionate dal governo: burocrazia, tasse, affitti, un sistema che punisce chi apre un’impresa, carriere bloccate per chi non è madrelingua. Un terzo degli immigrati pensa di andarsene. Tra quelli di seconda e terza generazione la quota sale al 37 per cento.

Dunque chi se ne va non scappa da Weidel. Scappa dalla Germania che hanno costruito SPD, Verdi e la CDU di Merkel: cara, lenta, soffocata da regole, con case introvabili. Il clima politico è l’ultimo degli addebiti. Ma è l’unico che permette di non parlare degli altri.

La paura come programma

Il secondo segnale è ancora più rivelatore. Una sinistra che perde consenso ovunque, da Berlino a Madrid, non ha più un’idea da proporre. Ha solo una minaccia da agitare. Se vince l’AfD, l’economia crolla. Se vince l’AfD, i lavoratori fuggono. Se vince l’AfD, le periferie esplodono.

Quest’ultimo è il ricatto più antico, già visto in Francia: l’ombra delle banlieue che bruciano, agitata ogni volta che il voto rischia di spostarsi a destra. Ma le tensioni nei quartieri sono il frutto di decenni di immigrazione senza integrazione, figlie di una politica che ha riempito le città di persone e le ha lasciate senza una Nazione a cui appartenere. Usare quelle tensioni come argomento elettorale è ammettere il fallimento e trasformarlo in arma.

La paura non è un programma. È ciò che resta quando il programma è finito. E un sistema che si difende minacciando il proprio crollo sta dicendo che non ha più nulla da offrire se non la propria sopravvivenza. Lo stesso riflesso lo si è visto quando Merz ha risposto al 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt evocando bando e commissariamento: contro gli elettori, non contro un avversario.

Chi ha messo in ginocchio la Germania

Resta la domanda che nessuna prima pagina pone. Chi ha portato l’industria tedesca al punto in cui una variazione nei flussi migratori diventa una questione di vita o di morte?

Non è stata l’AfD a spegnere le ultime tre centrali nucleari nell’aprile 2023, in piena crisi energetica, per ragioni ideologiche. Non è stata l’AfD a rinunciare al gas russo a basso costo su cui si reggeva il modello esportatore tedesco. Non è stata l’AfD a caricare sull’industria i costi di una transizione verde che ha fatto dell’energia tedesca una delle più care d’Europa, spingendo Volkswagen a parlare per la prima volta di chiusure di stabilimenti in patria.

E non è stata l’AfD a ignorare per trent’anni il buco demografico. La sinistra tedesca, come quella italiana, ha sempre avuto una sola risposta alla denatalità: importare lavoratori. Mai sostenere le famiglie, mai alzare i salari, mai rendere la Nazione un posto in cui vale la pena fare figli. Il risultato è una Germania che invecchia, non fa più nascere nessuno e ora scopre di dipendere da chi le hanno detto di accogliere senza chiedere nulla.

La lezione per l’Italia

L’argomento arriverà presto anche qui, se non è già arrivato. «Senza immigrati chi raccoglie i pomodori, chi assiste gli anziani, chi lavora nei cantieri». È lo stesso ragionamento, e nasconde la stessa idea: l’immigrato come strumento, mai come persona che chiede una comunità in cui inserirsi.

La risposta della destra nazionale non è chiudere tutto. È invertire l’ordine delle priorità: prima la natalità e i salari, poi un’immigrazione scelta e governata, con chi arriva messo nelle condizioni di diventare parte della Nazione, non di restarne ai margini a coprire i turni. Anche il muro tedesco contro l’AfD si sta sgretolando, come ha riconosciuto Manfred Weber archiviando la Brandmauer. Quando cade quel muro, cade anche il ricatto.

I sondaggi AfD dicono che un tedesco su tre ha smesso di credere alle minacce. L’El País, nel tentativo di spaventarlo, gli ha appena spiegato perché aveva ragione.

Fonti

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Hans Keller
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