Per oltre un mese Pietrangelo Buttafuoco aveva scelto il silenzio. Davanti agli ispettori del Ministero della Cultura, alle dimissioni della giuria internazionale, al boicottaggio dell’inaugurazione del 9 maggio, alle dichiarazioni del ministro Alessandro Giuli che lo definiva “fratello sbagliato” e “espressione di un ancien régime isolazionista”, il presidente della Fondazione Biennale aveva risposto soltanto attraverso il discorso ufficiale del 6 maggio. Su WhatsApp, come lo stesso Giuli ha rivelato al Corriere, non aveva mai risposto.
Oggi quel silenzio si rompe. E si rompe dove Buttafuoco ha deciso che dovesse rompersi: non in un editoriale, non in un’intervista al Corriere o a Repubblica, non in una conferenza stampa. Su un podcast. Il Fienile, ideato e condotto da Luca Zaia nel campus H-FARM di Roncade, in provincia di Treviso. Una piattaforma che, secondo i dati riportati dallo stesso ex governatore, genera oltre ottanta milioni di visualizzazioni al mese contando i rilanci social. Un’audience che molti quotidiani nazionali non raggiungono.
Buttafuoco Zaia podcast Fienile: perché il canale conta più del contenuto
La scelta del canale è il primo segnale politico. Buttafuoco non parla al sistema dell’informazione tradizionale che lo ha presidiato per mesi. Parla a Zaia, dunque al Veneto, dunque a un’area conservatrice che da settimane si è schierata pubblicamente in sua difesa. L’ex governatore aveva già dichiarato a La Verità di averne discusso privatamente con Buttafuoco prima ancora del discorso del 6 maggio, e di trovarsi “perfettamente d’accordo” con la sua linea sull’autonomia della Fondazione.
Quel dialogo privato diventa oggi puntata pubblica. È un gesto che bypassa Roma, bypassa il Collegio Romano, bypassa il circuito Giuli-Repubblica-Corriere dentro cui era stata costruita la cornice del conflitto. Buttafuoco trasforma una vicenda gestita finora come faccenda di governo in una conversazione tra due figure di area che condividono la stessa diagnosi sul modello di comando europeo.
E lo fa scegliendo un format che non lascia margini di interpretazione mediata: novanta minuti di conversazione, niente domande aggressive, niente costruzione del titolo. Il messaggio arriva senza filtri.
L’istituzione ridotta a fureria: la metafora che cambia registro
La metafora della fureria, Buttafuoco l’aveva già introdotta nel discorso del 6 maggio: “Se le autorità politiche fossero fureria dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni, avremmo altro esito”. Era un’ipotesi controfattuale, una difesa preventiva.
Oggi quella stessa immagine diventa accusa frontale. La fureria — il locale militare dove si distribuiscono ordini con voce alta e modi spicci — è ciò che la classe dirigente europea e romana è diventata: “L’istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti. Non c’è più decoro e rispetto istituzionale, non ti fai spiegare, c’è solo il grugnire”.
L’escalation di registro è netta. Il Buttafuoco del 6 maggio citava Mattarella, Pound, i poeti arabi dell’anno Mille. Il Buttafuoco del Fienile parla di rutti, di grugniti, di “venerandi somari che si dilettavano dei versi alessandrini”. È un passaggio dal lessico alto a quello quotidiano che funziona come dichiarazione politica: la dignità del confronto, dice implicitamente, l’hanno persa loro per primi. Lui si limita a registrarlo.
Il bersaglio non è soltanto il governo italiano. Anzi: il governo italiano è quasi sullo sfondo. Buttafuoco prende di mira due livelli precisi. Il primo è il Partito Democratico, e in particolare il “capo delle politiche culturali del Pd” che avrebbe parlato della partecipazione russa come di uno “stand” da revocare. “Lo stand. Come se fosse una fiera campionaria”. Il vocabolario amministrativo, mercantile, da fiera del libro, applicato alla Biennale di Venezia: questo è ciò che Buttafuoco denuncia come degradazione della cultura italiana.
Il secondo bersaglio è l’Unione Europea, che ha minacciato il taglio dei due milioni di euro di finanziamento. “Anche loro non sanno come funziona”, dice Buttafuoco. “Pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno caccia quel direttore, non portare in scena quella ballerina”. L’idea che si possa governare la cultura europea con la logica dell’epurazione personale, dell’ordine telefonico, della pressione amministrativa: questa è la fureria di Bruxelles.
L’asse trasversale: Renzi, Salvini, Mauro, Ferrara, Travaglio
Buttafuoco rivendica nel podcast una geometria di sostegno che è essa stessa la dimostrazione della sua tesi. “Di grande aiuto sono stati pezzi di mondi lontanissimi uniti in soccorso: Renzi e Salvini, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara, Marco Travaglio”.
Un ex premier centrista, un vicepremier leghista, due direttori di testate antagoniste, e Travaglio che del governo Meloni è critico sistematico. È un’alleanza orizzontale che attraversa lo spettro politico e quello giornalistico. Ed è esattamente l’opposto della cornice costruita da Giuli — “Buttafuoco isolato, espressione di un ancien régime” — che si rivela rovesciata dai fatti.
A questo elenco va aggiunto Luciano Canfora, che nei giorni scorsi ha definito gli attacchi a Buttafuoco “un autogol del governo Meloni” e ha bollato come “ricattatoria” la minaccia europea sui due milioni di finanziamento. E va aggiunto, naturalmente, lo stesso Zaia, che ospitando Buttafuoco nel suo podcast certifica pubblicamente l’esistenza di un’area di centrodestra non subalterna alla linea Giuli.
La saldatura Veneto-Sicilia di cui Buttafuoco parla — quel ricordo dei “comunisti siciliani diversi” come Pio La Torre ed Emanuele Macaluso, con cui ci si scambiava la colla per i manifesti — non è nostalgia. È la rivendicazione di una grammatica politica fondata sul rispetto del confronto, non sul ricatto burocratico. Una grammatica che Buttafuoco vede oggi più viva nel Veneto di Zaia che in certi corridoi romani della maggioranza.
“Il re è nudo”: l’accusa che non è solo cultura
L’immagine più affilata Buttafuoco la riserva per la fine. Parla dei suoi avversari, ma soprattutto del meccanismo che li muove: “Ci sono i venerandi somari che si dilettavano dei versi alessandrini e non accettavano che il villano potesse interrompere la recita e dare il suo gusto. Ma c’è sotto un agguato: il re è nudo”.
L’allusione è duplice. Da una parte i critici del premio del pubblico — quella formula introdotta dopo le dimissioni della giuria internazionale, in cui i visitatori sostituiranno gli esperti nella valutazione di artisti e padiglioni. Una scelta che Buttafuoco descrive come obbligata (“non potendo nominare una nuova giuria perché compete alla curatrice scomparsa”) ma che apre un fronte di rottura con l’establishment culturale.
Dall’altra parte, e in modo molto più ampio, l’accusa che il re sia nudo: che dietro la retorica sanzionatoria europea, dietro l’ostracismo selettivo, dietro la grammatica del “non si invita la Russia” si nasconda una classe dirigente che non sa più amministrare, che non sa più scegliere, che si limita a urlare ordini in una fureria perché ha smarrito ogni autorità sostanziale.
Non a caso, nello stesso podcast, Buttafuoco apre una digressione sulla Sicilia che è tutto fuorché casuale. Parla del “ricatto del consenso” con cui è “impossibile governare noi siciliani”. Cita la possibilità del commissariamento e la scarta. È la stessa logica della Biennale: chi non riesce a comandare nel merito, vorrebbe commissariare nella forma. Ma quella strada — sembra dire Buttafuoco — è la confessione della propria irrilevanza.
Cosa succede adesso
Il 20 maggio Giuli sarà a Venezia. Visiterà il Padiglione Italia, non quello russo (che resterà chiuso al pubblico, nel rispetto delle sanzioni). Buttafuoco non ha confermato la sua presenza all’incontro. Lo stesso ministro al Corriere lo aveva ipotizzato: “Non so se Buttafuoco in agenda avrà altri impegni”.
Quel “non so” suona oggi più definitivo di una rottura formale. Buttafuoco ha scelto Zaia. Ha scelto il podcast. Ha scelto un registro che dice, con tutta la forza dei rutti e dei grugniti, che il dialogo con il Ministero della Cultura sulla sua presidenza non c’è più. C’è la conduzione della Biennale, c’è la difesa dell’autonomia della Fondazione, c’è il calendario fino al 22 novembre. Ma il negoziato politico con il Collegio Romano, quello no.
Resta una domanda aperta, e Buttafuoco la formula senza rispondere: una vicenda “scappata di mano”? “Non lo so dire”, commenta. È la stessa cifra del personaggio: dove altri commenterebbero, lui lascia in sospeso. Sapendo che la sospensione, in italiano, è già un giudizio.
Fonti
Corriere della Sera Roma, “Buttafuoco alza il muro: non c’è più rispetto, si comanda coi grugniti”, 12 maggio 2026
Canale ufficiale YouTube “Il Fienile” di Luca Zaia
La Verità, intervista a Luca Zaia: “Mentre gli States parlano con Putin l’Ue pensa ai quadri esposti a Venezia”, maggio 2026
Il Fatto Quotidiano, “Buttafuoco alla Biennale: ‘Non si selezionano passaporti'”, 7 maggio 2026
Sky TG24, “Biennale, Giuli: ‘Buttafuoco per me è più di un amico, ma ha sbagliato'”, 8 maggio 2026
Il Difforme, “Biennale, Buttafuoco azzera le polemiche”, 6 maggio 2026
Il Fatto Quotidiano, Canfora: “Buttafuoco ha perfettamente ragione, dalla destra un autogol”, 9 maggio 2026

