Il 20 gennaio 2025, poche ore dopo il secondo insediamento di Donald Trump, un ordine esecutivo istituiva il Department of Government Efficiency. L’acronimo — DOGE — non era casuale: richiamava il meme del cane Shiba Inu caro a Elon Musk e la criptovaluta Dogecoin che il miliardario aveva contribuito a rendere popolare. Era un segnale: questa non sarebbe stata una commissione di esperti in giacca e cravatta. Sarebbe stata una disruption, una rottura, un’irruzione del privato nella cosa pubblica. Musk aveva promesso di tagliare fino a 2.000 miliardi di dollari dal bilancio federale — circa un terzo della spesa complessiva annua degli Stati Uniti. L’obiettivo era preciso: “smantellare la burocrazia governativa, tagliare le spese inutili e ristrutturare le agenzie federali”. La data di scadenza era altrettanto simbolica: il 4 luglio 2026, duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Un regalo alla Nazione, nelle parole di Trump. Un anno dopo, quel regalo si è rivelato una ferita.
La promessa: la Silicon Valley entra nel governo
Per comprendere cosa il DOGE ha rappresentato, bisogna partire dalla visione che lo animava. Non si trattava di una spending review ordinaria, né di un’iniziativa parlamentare di razionalizzazione della spesa. Il DOGE era un esperimento ideologico: l’applicazione del modello imprenditoriale della Silicon Valley — velocità, disruption, licenziamenti chirurgici, ottimizzazione algoritmica — alla macchina dello Stato federale americano. Musk, nominato come “special government employee” per evitare le regole sui conflitti di interesse, portava con sé un metodo già collaudato: quello usato dopo l’acquisizione di Twitter nel 2022, quando aveva licenziato circa il 75% dei dipendenti dell’azienda e chiesto ai superstiti di giurare fedeltà alla nuova linea.
Il modello Twitter venne replicato quasi alla lettera. Il 28 gennaio 2025, una mail dal titolo “Fork in the Road” — lo stesso usato da Musk per i dipendenti di Twitter — venne inviata a circa due milioni di funzionari federali: chi non voleva adeguarsi alla nuova linea su ritorno in ufficio, performance e lealtà poteva dimettersi mantenendo stipendio e benefit fino a settembre 2025. Circa 75.000 persone accettarono entro metà febbraio. Era solo l’inizio. Squadre di giovani ingegneri informatici reclutati da Musk vennero inserite nelle agenzie federali con mandato di accedere a tutti i sistemi informatici non classificati, individuare sprechi e cancellare contratti. L’approccio era quello del venture capital applicato alla pubblica amministrazione: si entra, si taglia, si vede cosa resiste.
Vivek Ramaswamy, inizialmente indicato come co-direttore del DOGE, venne estromesso prima ancora che l’operazione decollasse — frizioni interne con lo staff di Musk, secondo le ricostruzioni. La direzione formale passò a un’oscura funzionaria repubblicana, Amy Gleason, ma il comando reale era nelle mani di Musk e del suo circolo di fedelissimi.
I numeri: dalla contabilità creativa al fallimento verificabile
Il bilancio del DOGE è la storia di una cifra che si sgonfia. Da 2.000 miliardi di dollari annui promessi al comizio del Madison Square Garden, l’obiettivo scese a 1.000 miliardi nelle settimane successive all’insediamento. In aprile 2025, Musk dichiarò di aver tagliato 150 miliardi nel primo anno fiscale — il 7,5% della promessa originaria. Al momento della dissoluzione operativa del DOGE, il sito ufficiale doge.gov dichiarava risparmi complessivi per 215 miliardi di dollari.
Ma le verifiche indipendenti raccontano una storia diversa. Un’analisi di NPR condotta incrociando i dati del “Wall of Receipts” — la lavagna digitale dei contratti cancellati esibita come prova di trasparenza — con i registri federali trovò che i 13 maggiori risparmi dichiarati erano tutti inesatti. Il caso più clamoroso: un contratto dell’ICE da 8 milioni di dollari era stato registrato come 8 miliardi — un errore di tre ordini di grandezza, corretto solo dopo le segnalazioni della stampa. Un contratto della Treasury da 1,9 miliardi era già stato cancellato durante l’amministrazione Biden, prima che il DOGE esistesse. NPR calcolò risparmi reali verificabili nell’ordine di 2-2,3 miliardi. L’American Enterprise Institute — un think tank conservatore, non un’organizzazione progressista — stimò risparmi effettivi di circa 10 miliardi, una frazione del dichiarato. Il Cato Institute, libertario, calcolò che un taglio del 10% della forza lavoro federale avrebbe potuto generare al massimo 40 miliardi di risparmi — perché gli stipendi rappresentano solo il 6% delle uscite federali, un dato che il DOGE sembrò non aver mai considerato.
L’altro lato del bilancio è ancora più impietoso. La Partnership for Public Service stimò che il costo complessivo delle operazioni DOGE — licenziamenti, riassunzioni, congedi retribuiti, perdita di produttività — raggiungesse i 135 miliardi di dollari. Lo Yale Budget Lab calcolò che la fuoriuscita di 22.000 dipendenti dall’IRS avrebbe causato una perdita di entrate fiscali di 8,5 miliardi nel solo 2026, per la riduzione del personale dedicato agli audit. L’IRS stessa previde perdite di gettito superiori a 500 miliardi di dollari legate ai tagli. Nel frattempo, un’analisi del Tesoro rilevò che la spesa federale dall’insediamento era stata di 154 miliardi superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sotto Biden.
In sintesi: il DOGE ha dichiarato di aver risparmiato 215 miliardi. Le verifiche indipendenti attestano risparmi reali tra 2 e 10 miliardi. I costi generati dall’operazione stessa potrebbero aver superato i 135 miliardi. Lo stesso Ufficio per la Gestione del Personale ha ammesso che le riduzioni erano state eccessive, annunciando programmi di riassunzione. “Probabilmente abbiamo bisogno di riassumere alcune competenze, francamente”, ha dichiarato il direttore dell’OPM Scott Kupor al Washington Post. “Quando si effettuano ristrutturazioni, a volte si esagera.”
La prova della guerra: uno Stato svuotato di fronte alla crisi
Se i numeri raccontano il fallimento contabile del DOGE, la guerra in Iran ne ha esposto il fallimento strategico. Il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione contro l’Iran, le conseguenze dei tagli si sono materializzate con una chiarezza che nessun rapporto del Congressional Budget Office avrebbe potuto raggiungere.
Al Dipartimento di Stato, svuotato dal DOGE e dalle fuoriuscite successive, la capacità di evacuazione dei cittadini americani bloccati in Medio Oriente si è rivelata gravemente compromessa. Ex funzionari hanno descritto un’agenzia incapace di rispondere alla crisi con la rapidità e la chiarezza necessarie. Ma il problema andava oltre le mancanze operative: i tagli avevano generato una cultura interna del terrore, in cui i funzionari di carriera evitavano di opporsi alle decisioni politiche per paura di ritorsioni.
Al Dipartimento della Sicurezza Interna, i tagli al personale cyber della CISA — l’agenzia per la cybersicurezza — hanno ridotto lo scambio di informazioni con le aziende che gestiscono infrastrutture critiche sulle minacce iraniane. Quando la Russia aveva invaso l’Ucraina nel 2022, l’amministrazione Biden aveva creato una task force CISA-FEMA per monitorare le potenziali minacce al territorio americano. Nessuna struttura equivalente è stata attivata per la crisi iraniana. Un alto funzionario FEMA ha dichiarato a CNN che metà delle energie disponibili viene impiegata per coprire i buchi organizzativi creati dai tagli, anziché per la preparedness.
Al Pentagono, un’unità informatica responsabile della connessione sicura tra il comando e gli asset militari nel mondo — comprese le capacità nucleari — è stata compromessa dai tagli al punto da non riuscire a procurarsi i software necessari. A Fort Greely, un impianto di intercettazione missilistica in Alaska, il personale ha avuto difficoltà ad alimentarsi per la perdita di funzionari civili essenziali. West Point ha rischiato la discontinuità nel servizio mensa.
Lo stesso Brian Fitzpatrick, deputato repubblicano della Pennsylvania ed ex agente FBI, ha ammesso che il DOGE aveva usato un “martello” sulle agenzie, e ha chiesto ai colleghi di verificare se i tagli abbiano prodotto “implicazioni negative per la sicurezza nazionale e la difesa”. Non è una critica che viene dall’opposizione: è una constatazione interna al campo repubblicano.
La frattura: Musk se ne va, le contraddizioni restano
Il 24 maggio 2025, a quattro mesi dall’insediamento, Elon Musk annunciò il suo ritiro dal DOGE — pochi giorni prima della scadenza oltre la quale avrebbe dovuto sottoporsi agli obblighi di trasparenza del Congresso. Motivò la decisione con la necessità di tornare a guidare Tesla (le cui vendite stavano crollando anche a causa della sua impopolarità politica), SpaceX e xAI. Prima di andarsene, sferrò un attacco al “One Big Beautiful Bill” di Trump — il maxi pacchetto fiscale che, secondo il Congressional Budget Office, avrebbe aggiunto 2.300 miliardi al deficit in dieci anni. “Sono deluso”, dichiarò a CBS. “Questa legge aumenta il deficit e mina il lavoro del DOGE.”
L’ironia della scena era quasi perfetta: l’uomo che aveva promesso di eliminare gli sprechi federali usciva di scena criticando il presidente che lo aveva nominato per aver speso troppo. Trump, dal canto suo, inscenò un saluto nello Studio Ovale, lodò i “cambiamenti colossali” ottenuti e assicurò che Musk sarebbe rimasto un alleato. Poi affidò a JD Vance una nuova task force anti-frode, segnalando che il tema dell’efficienza non era archiviato — solo il suo interprete più rumoroso.
Ma le contraddizioni generate dal DOGE non se ne andarono con Musk. Lo stesso Congresso che aveva celebrato i tagli si trovò a dover chiedere decine di miliardi supplementari per finanziare la guerra in Iran. Le agenzie che erano state svuotate avviarono programmi di riassunzione — la General Services Administration, l’IRS, il National Park Service, il Dipartimento del Lavoro. Centinaia di dipendenti licenziati nel blitz iniziale vennero ricontattati mesi dopo e invitati a tornare, dopo quello che per molti era stato un congedo retribuito a spese del contribuente. Il sistema aveva espulso le persone che lo facevano funzionare, e poi aveva dovuto richiamarle pagando due volte.
Lo Stato non è un’azienda: il nodo che il DOGE non ha mai capito
Il fallimento del DOGE non è un incidente tecnico. È il fallimento di una visione del mondo. La visione secondo cui lo Stato è un’azienda inefficiente che un buon manager può rimettere in sesto tagliando i rami secchi e ottimizzando i processi. È la visione del liberalismo tecnocratico nella sua forma più radicale: quella che nasce nella Silicon Valley, attraversa l’Atlantico con il fascino dell’innovazione e arriva nei programmi elettorali delle destre occidentali sotto forma di “spending review”, “efficientamento”, “Stato snello”.
Questa visione ha un difetto strutturale che il DOGE ha dimostrato empiricamente: lo Stato non è un’azienda perché la Nazione non è un mercato. Un’azienda ha clienti: li serve in cambio di denaro, e se il servizio non è redditizio lo elimina. Lo Stato ha cittadini: li serve perché esistono, indipendentemente dalla loro redditività. Un’azienda può licenziare il 75% del personale e verificare se il prodotto regge — se non regge, la perdita è dell’azionista. Quando lo Stato licenzia il funzionario dell’IRS che conduceva gli audit, la perdita non è dell’azionista: è del contribuente, che vedrà meno servizi e più deficit. Quando lo Stato licenzia il tecnico informatico del Pentagono che manteneva sicure le comunicazioni nucleari, la perdita non è misurabile in dollari: è misurabile in vulnerabilità strategica.
Il metodo Musk — entra, taglia, vedi cosa resiste — presuppone un ambiente in cui il fallimento è tollerabile, in cui la distruzione creatrice produce innovazione e in cui il mercato punisce chi sbaglia e premia chi ha ragione. Niente di tutto questo è vero per lo Stato. Lo Stato non può fallire: il suo fallimento è il fallimento della comunità che lo esprime. Le sue funzioni non sono servizi negoziabili: sono obblighi costituzionali. Il personale federale che il DOGE ha trattato come costo da eliminare non era un “ramo secco”: era il tessuto connettivo che permetteva allo Stato di funzionare — dalla riscossione delle imposte alla cybersicurezza, dall’assistenza ai veterani al coordinamento delle emergenze.
La destra europea lo sa, anche se non sempre lo dice con chiarezza. La tradizione comunitarista che anima i movimenti sovranisti del continente — da Vox al Rassemblement National, dall’AfD a Fratelli d’Italia — ha sempre posto al centro non l’individuo atomizzato del liberalismo, ma la comunità come soggetto politico. Lo Stato, in questa visione, non è il nemico da ridimensionare né la macchina da ottimizzare: è l’espressione organizzativa della comunità nazionale, lo strumento attraverso cui una Nazione si protegge, si amministra, si perpetua. Chi lo demolisce in nome dell’efficienza non lo sta riformando: lo sta amputando. E con lo Stato, amputa la comunità che in esso si riconosce.
Esiste una differenza abissale tra rendere lo Stato più efficace e smantellarlo. La prima operazione richiede competenza, tempo, dialogo con chi quello Stato lo conosce dall’interno — i funzionari di carriera che il DOGE ha espulso senza consultare. La seconda richiede solo un mandato politico e una motosega — quella che Javier Milei regalò simbolicamente a Musk, e che Musk brandì alla CPAC come un trofeo.
La lezione per l’Europa: quando la tentazione americana incontra i nostri vincoli
Il DOGE è morto, ma la sua eredità intellettuale è viva. Lo stesso direttore dell’OPM ha rivendicato che i “principi” del DOGE — deregolamentazione, guerra agli sprechi, centralità dell’efficienza — continueranno a vivere dentro la burocrazia federale. Alcuni Stati americani a guida repubblicana, come Florida e Idaho, stanno creando entità locali ispirate al modello. E in Europa, la tentazione è presente.
La retorica anti-burocrazia è il terreno più fertile della politica occidentale contemporanea. Nessun elettore difende la burocrazia; nessun programma elettorale promette più Stato. La domanda di efficienza è legittima e trasversale. Ma il DOGE dimostra che la risposta sbagliata a una domanda giusta può essere peggiore del problema. Tagliare lo Stato senza ricostruirlo non produce efficienza: produce vulnerabilità. E in un’epoca in cui le guerre tornano a bussare alle porte dell’Occidente — dall’Ucraina all’Iran, dal Mediterraneo allo Stretto di Hormuz — la vulnerabilità dello Stato è la vulnerabilità della Nazione.
La destra europea che guarda all’America con ammirazione dovrebbe guardare al DOGE con attenzione. Non per respingere la domanda di efficienza — che resta sacrosanta — ma per distinguere tra due visioni dello Stato radicalmente incompatibili. Da un lato, la visione liberale-tecnocratica che vede nello Stato un costo da comprimere, nel cittadino un cliente da servire al minimo, nel funzionario un peso da eliminare. Dall’altro, la visione comunitarista che vede nello Stato lo specchio della Nazione, nel cittadino un membro della comunità politica con diritti non negoziabili, nel funzionario un servitore di quella comunità. La prima ha prodotto il DOGE. La seconda deve ancora produrre la sua risposta. Ma ora ha un laboratorio — fallito — a cui guardare per sapere cosa non fare.
Fonti
CNN – How Trump and Musk’s spending cuts are hampering US government readiness amid the Iran war (10 marzo 2026)
Fortune – DOGE staffer says Musk’s cost-cutting agency was unable to lower the federal deficit (16 marzo 2026)
NPR – DOGE’s savings page fixed old mistakes and added new ones (1 marzo 2025)
Facta – Cosa lascia il DOGE, il “dipartimento” guidato da Musk che ha chiuso i battenti nell’indifferenza generale (27 novembre 2025)
FIRSTonline – Il fallimento del DOGE e la questione dello Stato amministrativo (16 giugno 2025)
Wikipedia – Department of Government Efficiency
PBS – Federal employees purged by DOGE asked to return (24 settembre 2025)
The Intercept – DOGE cuts impacted critical Pentagon unit (19 gennaio 2026)
CNBC – One year after DOGE cuts, former federal workers find new roles (12 febbraio 2026)
Government Executive – Pushed out by DOGE, former feds now feel ‘unleashed’ (21 gennaio 2026)
Pew Research Center – Confidence in Trump dips in 2026 (29 gennaio 2026)

