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Italia

Vannacci, basta fare l’opposizione: nel 2029 il Quirinale può essere di destra, ma solo con Meloni

Marcello De Santis 9 min di lettura

Meloni chiude «senza ricatti», il generale apre «dentro le linee rosse». Intanto i voti di Futuro Nazionale finiscono con Schlein e Conte. La posta non è solo il 2027: è il primo Presidente della Repubblica non di sinistra. La destra di Alemanno serve dentro la coalizione, non contro.

Riassunto dell'articolo

Il 30 ottobre 2026 Giorgia Meloni ha escluso l'alleanza con Roberto Vannacci («governare senza ricatti»); il giorno prima il generale aveva aperto a un confronto «dentro le linee rosse». I sondaggi Ipsos per il Corriere danno il centrodestra al 39,4% senza Futuro Nazionale e il campo largo al 44,9%, con la coalizione al 47,3% se Vannacci entrasse. L'editoriale sostiene che la posta non è solo il voto del 2027 ma l'elezione, nel 2029, del successore di Mattarella da parte del Parlamento che uscirà da quelle urne: la prima occasione di un Presidente non di centrosinistra, come la stessa Meloni ha detto a giugno a «10 minuti». Chiede a Vannacci di smettere di votare con l'opposizione e di portare dentro la coalizione la linea di Alemanno, identità e valori sociali, come contraltare alla componente liberale. Tre domande restano aperte: chi fa il primo passo, quale programma comune, quale collocazione europea.

Punti chiave
  • ANSA – Meloni chiude a Vannacci, chiederò agli italiani di governare senza…
  • Gazzetta del Sud – Meloni stoppa l'alleanza con Vannacci: «Voglio continuare a…
  • ANSA – Meloni non arretra su Kiev e chiude a Vannacci: «Voglio…
  • ANSA – Vannacci lancia un segnale a Meloni, «vuol far vincere la…

L’alleanza tra Vannacci e Meloni questa settimana si è allontanata di nuovo, e stavolta per iscritto. Nel libro di Bruno Vespa in uscita il 2 novembre la premier risponde alla domanda sul perché non intenda allearsi con Futuro Nazionale con una frase che non lascia margini: «voglio chiedere agli italiani di continuare a governare senza ricatti». Il giorno prima, da Trecenta, il generale aveva detto di essere disponibile a discutere «all’interno di quelle che sono le nostre linee rosse». Due porte socchiuse, nessuno che entri. Questo editoriale è rivolto a lui, perché è lui che oggi ha la chiave in mano e la sta usando dalla parte sbagliata.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa hanno detto Meloni e Vannacci questa settimana

Le parole di Meloni vanno lette per intero. La premier vuole «tornare al governo con il centrodestra che conosciamo, arricchito da nuovi movimenti civici». Vannacci, ricorda, era vicesegretario della Lega e ha scelto lui di lasciare la coalizione; i parlamentari che lo hanno seguito «votano ormai costantemente contro il governo in compagnia di Conte e Schlein, Renzi e Fratoianni». Un «campo larghissimo», lo chiama.

La replica del generale è arrivata nel giro di poche ore: «gli sgherri di Meloni sono stati lanciati», con i nomi di La Russa, Ronzulli, Tajani e Occhiuto. Il giorno prima aveva detto un’altra cosa, più interessante: che il programma di Futuro Nazionale è «all’82 per cento analogo» a quello di Fratelli d’Italia del 2018, e che il suo atteggiamento verso l’Europa «è quello di Meloni di qualche anno fa». È un’ammissione. Chi ha un programma all’82 per cento uguale al tuo non è un avversario: è un alleato che non ha ancora deciso di esserlo.

I numeri che nessuno dei due può ignorare

I sondaggi li abbiamo analizzati ieri, con la regola del 42 per cento in mano, e non serve ripeterli. Basta la rilevazione di Pagnoncelli per il Corriere: Futuro Nazionale al 7,9 per cento, il centrodestra senza di lui al 39,4, il campo largo al 44,9. Con Vannacci dentro, la coalizione salirebbe al 47,3 e passerebbe davanti di oltre due punti.

Lo Stabilicum, approvato in via definitiva l’8 ottobre, assegna il premio alla coalizione che supera il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato, e chi corre da solo non vi concorre. Il generale può chiamare «farlocchi» i sondaggi che lo danno in calo da settimane, ma la struttura non cambia con un decimale in più o in meno: oggi il suo 7-8 per cento è esattamente la differenza tra una destra che governa e un’armata Brancaleone di Schlein, Conte, Renzi e Fratoianni che torna a Palazzo Chigi senza aver vinto niente, solo perché la destra si è presentata divisa.

La posta vera è il Quirinale del 2029

Qui sta il punto che il dibattito di questi giorni trascura. Il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio 2029. A eleggere il successore sarà il Parlamento uscito dalle urne del 2027, con i delegati regionali. Chi vince le politiche del prossimo anno non sceglie solo il governo per cinque anni: sceglie il Capo dello Stato per sette.

Lo ha detto la stessa Meloni il 29 giugno, a «10 minuti» da Nicola Porro: «nessuno ha detto che non possa cambiare anche questo, che non possa superarsi anche questo altro grande tabù di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra». E ha aggiunto: «chi non è di sinistra non è figlio di un dio minore». Che il tabù esista o no, è la premier a dirlo in pubblico, e lo dice perché per la prima volta nella storia repubblicana una maggioranza di destra potrebbe eleggere il Presidente senza chiedere il permesso a nessuno.

Questa è l’occasione. Non si ripresenterà presto: un settennato è lungo, e chi perde il 2027 non elegge nessuno fino al 2036. Un Vannacci che resta fuori dalla coalizione non regala alla sinistra solo Palazzo Chigi. Le regala il Colle, con tutto ciò che il Colle significa: le nomine, le firme sulle leggi, gli incarichi di governo nelle crisi. Il generale dovrebbe chiedersi se i valori in cui dice di credere siano meglio difesi da otto deputati all’opposizione o da un Presidente della Repubblica che non li consideri un’anomalia.

Difendere i valori si fa al tavolo, non dai banchi con Schlein

Vannacci sostiene di stare fuori per non annacquarsi. È un argomento serio, e merita una risposta seria, non un «traditore» urlato dal palco. La risposta sta in ciò che Gianni Alemanno ha detto a Orvieto, il 20 settembre, chiudendo il forum di Futuro Nazionale: «se non ripetiamo gli errori del passato, se non andiamo al centro e se mettiamo insieme l’identità con i valori sociali, entro dieci anni Roberto Vannacci sarà presidente del Consiglio». Stato, comunità, lavoro, famiglia, sovranità. È la tradizione che Alemanno rappresenta da quarant’anni, dal Campidoglio al carcere al ritorno, e che ha portato in dote a Vannacci facendo confluire Indipendenza in Futuro Nazionale, a fine marzo. Il 24 giugno, uscito da Rebibbia, la prima sera l’ha passata a cena con il generale.

Ora, quella destra ha un compito preciso dentro il centrodestra, ed è un compito che nessun altro svolge. La coalizione di governo ha una componente liberale forte: Forza Italia, il Ppe, la linea economica di Bruxelles accettata come dato di natura. Non ha un contraltare organizzato che tenga insieme identità e questione sociale, che parli del carrello della spesa e delle famiglie prima che del riarmo, che porti al tavolo il mondo agricolo di cui lo stesso Vannacci ha parlato a Trecenta. Quel contraltare, costruttivo e non distruttivo, è lo spazio naturale di Futuro Nazionale. Ma lo si occupa stando al tavolo. Dai banchi dell’opposizione, votando con Fratoianni, si ottiene solo di rafforzare la componente liberale che si dice di voler bilanciare, perché a Meloni non resta nessun altro.

Il 30 ottobre, mentre a Roma sfilava lo sciopero generale contro il carovita, Alemanno ha denunciato di essere stato circondato in auto da un gruppo di manifestanti con i caschi: sputi e calci contro la macchina, «odio antifascista». Non c’è miglior fotografia di dove stia il confine. Da quella parte della piazza non c’è nessuno che aspetti Vannacci come alleato: a Orvieto, a settembre, il presidio antifascista lo aveva messo a testa in giù sul manifesto. L’unico posto in cui la sua destra può contare è l’altro.

Cosa dovrebbe fare il generale

Tre cose, in ordine. La prima è smettere di votare contro il governo sui provvedimenti che non riguardano le linee rosse: il voto con l’opposizione è l’argomento che Meloni usa, e il 27 ottobre, quando gli otto deputati di Futuro Nazionale hanno tenuto in piedi la maggioranza sui medici radiati nel Covid, il generale ha mostrato di poterlo smontare. La seconda è trasformare il «dentro le linee rosse» del 29 ottobre in una proposta scritta, con i punti non negoziabili e quelli trattabili, invece di lasciare che a parlare siano gli «sgherri» da una parte e i «traditori» dall’altra. La terza è accettare che la coalizione ha un candidato premier, e che la guida del governo «entro dieci anni» che Alemanno prevede per lui si costruisce governando, non facendo cadere chi governa.

La Spagna ha mostrato che coordinarsi non significa fondersi: PP e Vox non si piacciono, ma dove i numeri lo impongono si contano insieme. Lo Stabilicum prevede esattamente questo: liste separate, con un programma e un candidato premier comuni. Vannacci può tenere il simbolo, i candidati, il partito. Deve rinunciare a una cosa sola: all’idea che l’unico voto utile sia il suo, perché l’unico voto davvero utile, nel 2027, sarà quello che eleggerà anche il Presidente del 2029.

Le tre domande che restano aperte

La prima riguarda il primo passo. Vannacci ha aperto il 29 ottobre, Meloni ha chiuso il 30, e da allora le due posizioni sono pubbliche. Chi telefona a chi, e con quale mediatore, visto che i nomi che il generale indica come «sgherri» sono gli stessi con cui dovrebbe trattare?

La seconda riguarda il programma. Un’intesa elettorale richiede un testo comune e un candidato premier comune. Sull’Ucraina, sul riarmo di Bruxelles e, in commissione, sul disegno di legge sull’antisemitismo Futuro Nazionale ha già votato in modo diverso dalla maggioranza: quali di questi punti sono linee rosse e quali no?

La terza riguarda il Quirinale stesso. Se nel 2029 la destra eleggerà il Presidente, con quale nome lo farà, e la componente di Alemanno avrà voce in quella scelta o verrà chiamata solo a votare? È la domanda che il generale dovrebbe porre a Meloni al tavolo. Ma per porla, al tavolo bisogna sedersi.

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Marcello De Santis
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