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Italia

Vannacci a Orvieto: «L’unico voto utile è Futuro Nazionale». Alemanno: «Premier entro dieci anni»

Carlotta De Marchi

Al Palazzo del Capitano del Popolo l'ex sindaco di Roma ricuce la storia di Orvieto con il partito del generale e chiede a Meloni di scegliere tra Ppe e sovranismo. Vannacci risponde a La Russa e Molinari, rilancia il programma e rovescia l'accusa di favorire la sinistra. Tre domande restano aperte.

Riassunto dell'articolo

Il 20 settembre 2026 Gianni Alemanno e Roberto Vannacci hanno chiuso a Orvieto il Forum dell'indipendenza italiana, la prima edizione sotto l'egida di Futuro Nazionale. Alemanno ha collocato il partito nella tradizione di una destra che «non va al centro» e mette insieme identità e valori sociali, ha chiesto a Meloni di scegliere tra Ppe e sovranismo e ha previsto Vannacci premier entro dieci anni. Il generale ha risposto a La Russa e a Molinari, ha accusato il centrodestra di preferire la sconfitta a un'alleanza con lui, ha ribadito i punti divisivi del programma (patriarcato mediterraneo, femminicidio, antisemitismo) e ha lanciato l'appello al «voto utile» per Futuro Nazionale. L'analisi osserva che la giornata ha alzato il prezzo da entrambe le parti mentre l'aritmetica elettorale continua a rendere necessario il dialogo, e lascia aperte tre questioni: il perimetro dell'alleanza, la collocazione europea e il rapporto tra programma e crescita del consenso.

Punti chiave
  • Domani – Vannacci attacca Meloni: «Darà il paese alla sinistra piuttosto che…
  • Il Fatto Quotidiano – Diretta Meloni, Salvini e Vannacci: la domenica dei…
  • ANSA – Vannacci: «Guardiamo all'AfD. Pontida non mi manca»
  • ANSA – A Orvieto il manifesto di Vannacci-Alemanno della nuova destra. «Meloni…

Da ventisette anni, a settembre, Gianni Alemanno riunisce la sua destra a Orvieto. Il Palazzo del Capitano del Popolo è rimasto lo stesso, le sigle sono cambiate: Forum dell’indipendenza italiana dal 1999, il Manifesto lanciato dalla stessa sala nel luglio 2023, e ora la prima edizione sotto l’egida di Futuro Nazionale. Il discorso di Vannacci a Orvieto, che ha chiuso la tre giorni di «Orvieto ’26», va letto dentro questa continuità. Perché prima del generale, sul palco, Alemanno ha spiegato quale destra intende portare in dote al partito che ha scelto.

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Alemanno e la destra che non va al centro

L’ex sindaco di Roma ha aperto i lavori sabato e li ha chiusi domenica con una previsione: «se non ripetiamo gli errori del passato, se non andiamo al centro e se mettiamo insieme l’identità con i valori sociali, entro dieci anni Roberto Vannacci sarà presidente del Consiglio».

La frase contiene una genealogia. L’«errore del passato» è la stagione in cui la destra italiana ha creduto di dover diventare accettabile, liberale nel linguaggio economico e compatibile con Bruxelles nel posizionamento europeo. Lorenzo Gasperini, l’ideologo che ha scritto il programma di Futuro Nazionale, l’ha detto senza giri di parole: «non vogliamo morire come Gianfranco Fini». Applausi lunghi.

La differenza con la destra liberale sta tutta qui. Da una parte una destra di governo che si colloca nell’area dei Conservatori, dialoga con il Ppe, tiene la linea atlantica sull’Ucraina e gestisce l’immigrazione con gli strumenti ordinari. Dall’altra una destra che mette insieme identità e questione sociale: Stato, comunità, lavoro, sovranità, famiglia. È la tradizione che Alemanno ha rappresentato per quarant’anni, dal ministero dell’Agricoltura al Campidoglio, fino al carcere e al ritorno con Indipendenza, confluita in Futuro Nazionale a fine marzo. Chi vuole capire il peso simbolico di quel rientro può rileggere il gesto della croce celtica che ne ha segnato il primo pranzo politico.

«Meloni scelga tra il Ppe e il sovranismo»

Sul terreno politico Alemanno ha fissato tre punti. Il primo è la critica all’UE, «non astratta, non ideologica», misurata sugli effetti delle politiche di Bruxelles sull’economia italiana. Il secondo è la remigrazione, che «non è un tema estremistico» ma un’immigrazione «rotazionale» con la prospettiva del rientro in patria. Il terzo, dopo la sua esperienza detentiva, sono le carceri: la sicurezza delle città è legata a un sistema penitenziario che funzioni anche nella sua funzione rieducativa.

Poi il messaggio alla premier. Giorgia Meloni «deve decidere cosa vuole fare da grande»: la conservatrice che si inserisce nel Ppe, o una protagonista del sovranismo «che sta montando in tutta Europa». A sostegno della seconda strada Alemanno ha citato l’AfD, «non un gruppo di pazzi neonazisti» ma un partito che si pone «realisticamente» rispetto ai problemi tedeschi, e la corsa di Marine Le Pen verso l’Eliseo, che «marcia sulle gambe dei popoli europei».

Su Fratelli d’Italia il tono è stato quello di chi si sente rifiutato. «Abbiamo invitato tutto il centrodestra di governo e anche la sinistra. Non siamo stati noi a escludere nessuno». Il partito della premier, secondo Alemanno, si è «autoescluso» senza nemmeno rispondere. Su Salvini, invece, il giudizio è netto: ha promesso il sovranismo, ha raccolto il 35 per cento dell’elettorato e non ha mantenuto né sull’UE né sull’Ucraina. «Non è Vannacci che ha tradito Salvini, è Salvini che ha tradito le promesse».

La domenica dei tre palchi

Vannacci è arrivato a Orvieto nella mattinata in cui Meloni chiudeva Fenix a Roma e Salvini parlava dal pratone di Pontida. Tre comizi quasi in contemporanea, il primo giorno effettivo della corsa alle politiche 2027. Fuori dal Palazzo, in piazza Gualterio, il presidio dell’Anpi e di Articolo 21, quello del volantino con il generale a testa in giù.

Prima di salire sul palco, a margine, il leader di Futuro Nazionale ha risposto a Ignazio La Russa, che in mattinata aveva ripetuto «mai con Vannacci». Non è lui ad aver tradito principi ed elettori. Le alleanze «si fanno a ridosso delle elezioni», di cui non si conoscono né la data né la legge. Le linee rosse restano «non negoziabili», ma dentro quelle linee «sono disposto a parlare con chiunque». E una telefonata di Meloni? Sarebbe «normale tra chi ha valori convergenti».

Sul palco è salito anche l’eurodeputato AfD Marc Jongen, che ha liquidato come «una stupidaggine» le presunte mire sul Sudtirolo evocate da Tajani: «tra l’altro era austriaco, non tedesco». Il legame con il partito tedesco, che avevamo analizzato dopo la costituente di giugno, è stato confermato come modello: un’esperienza «da studiare» per la crescita di Futuro Nazionale.

Cosa ha detto Vannacci a Orvieto su Meloni

Il passaggio politico del discorso è arrivato quando Vannacci ha fatto proiettare uno stralcio di Otto e mezzo e lo ha riassunto così: «meglio perdere che vincere con Vannacci, questa è la strategia di questo centrodestra annacquato».

Da lì il rovesciamento dell’accusa che la premier gli rivolge da agosto, quando definì il suo progetto un’operazione per favorire la sinistra. Nessuno, ha detto il generale, gli venga a dire che se non va a prostrarsi da Meloni consegna l’Italia alla sinistra: è lei che ha già pianificato di lasciarla in mano agli avversari. «Noi non facciamo la tombola elettorale, la strategia ce l’ha qualcun altro».

La chiusura è stata un appello: «l’unico voto utile è quello per Futuro Nazionale». E una dichiarazione di intenti: «non voglio amministrare il declino della nostra società, non voglio amministrare la distruzione dell’Europa. Noi vogliamo governare, e vogliamo governare bene».

La replica alla Lega: «Dal letame nascono i fiori»

Mentre Vannacci parlava, da Pontida Riccardo Molinari lo accusava di aver «lordato» quel palco l’anno scorso e di avere un programma «scritto in una birreria di Monaco negli anni Venti». Il generale ha risposto in diretta, citando De André: «Molinari, vi ho fatto un favore. Ricordatevi: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori».

Una stoccata anche a Luca Zaia, che aveva commentato la sua uscita dalla Lega con «natura non facit saltus». Ma il registro verso il Carroccio è rimasto quello della mattina: «Pontida non mi manca», dispiace che le strade si siano divise, nessun rancore, con l’augurio che Salvini superi «questa crisi» di consenso. È lo stesso travaso che i sondaggi registrano da febbraio.

Il partito-caserma e i punti divisivi del programma

Vannacci ha confermato di volere un partito «autoritario e organizzato come una caserma», retto però dal principio del mission command: l’obiettivo lo fissa il capo, la strada per raggiungerlo la decide ciascuno sul proprio territorio. Alle contestazioni ha risposto con la sua consueta durezza: i «difensori della democrazia a parole» sono quelli che vogliono vietare un convegno e mettono l’avversario a testa in giù. Sui libri acquistati dai russi: «nessuna prova». Filorusso? «Sono cavaliere della Repubblica italiana, non del Cremlino».

Sul programma il generale ha scelto di ribadire i punti che più dividono il centrodestra. Il «patriarcato mediterraneo», definito come «rispetto, dovere, sacrificio, determinazione, fedeltà», con Ulisse ed Enea come modelli di uomo. Il reato autonomo di femminicidio, contestato in nome dell’uguaglianza: «non neghiamo la violenza sulle donne». Il disegno di legge sull’antisemitismo, sul quale Futuro Nazionale voterà contro, «non perché ce l’abbiamo con gli ebrei» ma perché non può passare il principio che offendere un ebreo sia più grave che offendere altri credenti.

Sono esattamente i temi che La Russa, poche ore prima, aveva detto di respingere «in toto». Vannacci lo sa e li ha messi al centro. La distanza, oggi, non è tattica: è di merito.

Cosa cambia dopo Orvieto

La giornata ha alzato il prezzo da entrambe le parti. Alemanno aveva aperto il Forum chiedendo a Meloni di alzare il telefono. Il generale l’ha chiuso trasformando la premier in bersaglio del «voto utile». Dall’altra parte, La Russa e Molinari hanno chiuso con altrettanta nettezza, e la premier, nella stessa ora, ha annunciato da Fenix un tetto agli studenti stranieri per classe e il divieto del velo integrale a scuola: senza nominarlo, ha occupato il terreno su cui Vannacci costruisce il consenso.

L’aritmetica però non è cambiata. Un centrodestra senza Futuro Nazionale resta dietro il campo largo in tutti i sondaggi, e questo è il dato che nessun palco di domenica ha smentito. Il punto è che la convergenza sui temi, immigrazione, sicurezza, identità, convive con una divergenza sul metodo e su alcune linee di principio che entrambe le parti hanno deciso di rendere pubbliche prima ancora di conoscere la legge elettorale.

Orvieto ha detto una cosa chiara: Vannacci non chiede di entrare nel centrodestra, chiede che il centrodestra si sposti. Meloni ha risposto che non intende farlo. In mezzo restano quattordici mesi e una legge elettorale ancora da scrivere.

Le tre domande aperte

La prima riguarda il perimetro. Alemanno ha detto «non andiamo al centro» e Vannacci ha detto «l’unico voto utile». Se il centrodestra di governo è ormai il centro da cui tenersi lontani, quale spazio resta per un’alleanza a ridosso del voto, come lo stesso generale continua a ipotizzare?

La seconda riguarda l’Europa. Il forum ha scelto l’AfD come modello e Le Pen come orizzonte. È una collocazione che rende Futuro Nazionale incompatibile con i Conservatori di Meloni, o è un’apertura di credito sui sovranisti europei che la premier, in caso di vittoria di Le Pen, potrebbe dover rivedere lei stessa?

La terza riguarda il programma. Patriarcato mediterraneo, femminicidio, antisemitismo sono i punti che il centrodestra rifiuta e che Vannacci ha voluto ripetere dal palco. Servono a consolidare un elettorato che oggi lo premia nei sondaggi, o fissano il tetto sopra il quale Futuro Nazionale non può salire?

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