C’è un nome nuovo nella corsa a Palazzo Marino, ed è il più spiazzante di tutti. A lanciarlo è stata Daniela Santanchè, in questi giorni, non in una sede di partito ma a una cena: quella per i sessant’anni di giornalismo di Vittorio Feltri, al ristorante Baretto di Milano. «Io avrei un nome per il candidato sindaco: Antonio Di Pietro». Così, tra un brindisi e l’altro, la senatrice di Fratelli d’Italia ha indicato l’ex pm di Mani Pulite come possibile candidato sindaco di Milano per il centrodestra.
La stessa Santanchè l’ha presentata come una suggestione personale, non concordata né con l’ex magistrato né con i vertici del partito. «Credo sia il momento di sparigliare le carte», ha aggiunto. Ma è proprio quel gesto — sparigliare per stupire, a tavola, davanti agli amici giusti — a fotografare qualcosa che va molto oltre il singolo nome.
Chi è davvero l’uomo lanciato per Palazzo Marino
Antonio Di Pietro non è un candidato qualsiasi da proporre a Milano. Per una parte larga di questa città il suo nome resta legato alla stagione che azzerò la classe dirigente che aveva fatto grande la Milano produttiva. Mani Pulite non fu soltanto una pagina di lotta alla corruzione: fu il terremoto che decapitò una intera generazione di amministratori, imprenditori e dirigenti, aprendo il vuoto in cui è poi cresciuta l’egemonia della sinistra che governa Palazzo Marino da quindici anni.
Proporre quell’uomo come candidato del centrodestra a Milano non è audace: è la certificazione che chi lo propone non ha più in mente né la storia della città né il sentire di chi la vive. È un’idea che può sedurre solo chi guarda alla politica come a un gioco di sorprese mediatiche, non come alla rappresentanza di un popolo.
Una destra che non sa più chi rappresenta
Il punto non è Di Pietro. Il punto è la distanza. Mentre a Milano crescono l’insicurezza nei quartieri, l’emergenza casa che espelle i redditi normali, il lavoro che non basta più a tenere una famiglia in città, la risposta che arriva dall’alto è un nome pescato a cena come una battuta brillante.
C’è una parola che oggi manca a chi occupa i salotti e non i marciapiedi: popolo. Non l’astrazione dei sondaggi, ma le persone reali che aspettano l’autobus in periferia, che chiudono la saracinesca alle sette per paura, che non arrivano a fine mese. La destra è forte quando parla a loro. Diventa una caricatura di se stessa quando pesca i candidati tra i commensali giusti e li annuncia come una trovata da prima serata.
Milano non ha bisogno di essere sorpresa. Ha bisogno di essere governata da chi la conosce.
Meloni le aveva chiesto di andarsene: la destra seria e la sua caricatura
Non è la prima volta che Daniela Santanchè mette in imbarazzo la parte politica che dice di rappresentare. A marzo, dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, fu Giorgia Meloni a chiederle pubblicamente il passo indietro dal governo. Un comunicato ufficiale, nero su bianco, che invocava la stessa sensibilità istituzionale già mostrata da chi si era dimesso poche ore prima. La presidente del Consiglio scelse la coerenza e la serietà. Santanchè resistette finché poté, poi lasciò l’incarico.
Quel gesto di Meloni segnò una linea netta tra due modi di stare a destra. Da un lato una guida che chiede rigore ai suoi, che mette la credibilità della Nazione davanti alle convenienze personali. Dall’altro una figura che di sociale conosce soltanto i social, osservati dall’alto dei suoi salotti, e che ha collezionato negli anni imbarazzi e giravolte — l’ultima delle quali, appunto, questa proposta.
C’è una coerenza, quasi, in tutto questo. Secondo una ricostruzione circolata più volte, fu la stessa Santanchè, all’inizio degli anni Duemila, a cercare proprio Antonio Di Pietro per dare vita a un movimento contro Silvio Berlusconi, allora alleato della destra. Chi ha attraversato tanti partiti quanti ne ha attraversati lei difficilmente potrà spiegare al popolo di destra perché oggi il candidato ideale sia il simbolo della stagione che la sinistra ha usato per prendersi Milano.
La città reale non si cerca a cena
La verità è semplice: un candidato sindaco non è un nome da estrarre come un asso a fine serata. È il frutto di un radicamento, di un progetto, di anni passati a conoscere una città strada per strada. È l’esatto contrario della logica del salotto.
Lo abbiamo raccontato analizzando la corsa a Palazzo Marino e le sue alternative reali: Milano non si riconquista con la sorpresa mediatica, ma con un candidato politico radicato nei quartieri e nelle periferie, capace di parlare di casa, sicurezza e lavoro a chi in quei quartieri ci vive. Il metodo esiste, ed è quello territoriale — quello che parte dal basso, non dal tavolo dei brindisi.
La proposta Di Pietro passerà in fretta, come passano le battute. Ma resta come un avvertimento. La destra vince Milano soltanto se ricorda chi deve rappresentare. E chi confonde il popolo con la platea di una cena ha già smesso di rappresentarlo.
Fonti
- Sky TG24 — Le prime pagine dei quotidiani: Santanchè rilancia Di Pietro sindaco
- Affaritaliani — Milano 2027, la road map del centrodestra: spunta anche Di Pietro
- Today — Biografia di Daniela Santanchè: le tante stagioni politiche
- Il Politico Web — Comunali Milano 2027, Tatarella sfida i moderati
- Il Politico Web — Milano cerca un sindaco, ma la politica non forma più leader

