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I Rostri / Il corsivo del Tribuno Rostri

Salvini gioca a fare l’influencer mentre la Lega sparisce dai sondaggi

Il Tribuno del Popolo

Dal palco propone il conduttore che lo intervista, sui social insegue la battuta del giorno, nei sondaggi viene superato dal generale che si è lasciato scappare. Il Tribuno osserva la parabola di un partito che ha smesso di fare politica il giorno in cui ha scelto l'agenda Dragh

Riassunto dell'articolo

Il Rostro del 14 agosto 2026 de Il Politico Web, firmato Il Tribuno del Popolo, analizza in chiave satirica la crisi della Lega di Matteo Salvini. Il pezzo parte dalla proposta, lanciata dal palco della Lega Giovani a Milano Marittima, di candidare il conduttore Giuseppe Cruciani a sindaco di Milano, e la collega al declino del partito nei sondaggi, dove Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha operato il sorpasso a luglio 2026. Secondo la rubrica, la parabola discendente della Lega comincia con l'adesione al governo Draghi nel 2021, quando il partito abbandona una strategia politica riconoscibile. La satira contrappone il metodo comunicativo di Salvini, fatto di provocazioni quotidiane e autocandidature, alla proposta concreta per Milano rappresentata dalla candidatura del generale Carmelo Burgio, sostenendo che i problemi della città, dalla sicurezza a Rogoredo, richiedono amministrazione e non intrattenimento.

C’è un momento preciso in cui si capisce che un leader politico ha finito le idee: quando trasforma un’intervista in un casting. Milano Marittima, palco della Lega Giovani. Giuseppe Cruciani fa una domanda a Matteo Salvini sulla corsa a Palazzo Marino, e Salvini, invece di rispondere, ribalta il microfono verso la platea: «Come lo vedete Cruciani sindaco di Milano?». Applausi, risate, titoli. Missione compiuta: un altro giorno è passato senza dire nulla.
Il Tribuno ha visto molte cose dai suoi rostri, ma un segretario di partito che propone come candidato il conduttore che lo sta intervistando mancava alla collezione. Non un amministratore, non un dirigente cresciuto sul territorio, non uno dei mille sindaci che la Lega ancora possiede: il conduttore della Zanzara. Perché in fondo la logica è quella: se la politica è un talk show, il candidato ideale è chi lo conduce.

CREAZIONE SITI WEB
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Il giorno in cui la Lega ha smesso di fare politica

Per capire come si arriva a questo punto bisogna tornare indietro. C’è stata una stagione in cui la Lega una strategia ce l’aveva, giusta o sbagliata che fosse: un’idea chiara di dove stare e contro chi. Poi è arrivato il 2021, il governo Draghi, e la scelta di salire sul carro di tutti pur di non restare fermi. Da quel momento il partito ha smesso di scegliere: dentro all’esecutivo dell’agenda unica, dentro alle larghe intese, dentro a tutto. E chi sta dentro a tutto, alla lunga, non rappresenta più niente.
Da allora la sequenza è impressionante per coerenza: ogni mossa sbagliata, ogni scommessa persa. L’ultimo capitolo è la gestione del caso Vannacci: prima il generale portato in trionfo alle europee con mezzo milione di preferenze, poi il gelo, poi la rottura, e oggi il rancore mal travestito da distacco. «Mi freghi una volta, ma non mi freghi la seconda», ha detto Salvini dallo stesso palco. Il Tribuno annota: quando un leader parla di fregature, di solito sta descrivendo il proprio bilancio.

I sondaggi che Salvini non vuole leggere

I numeri, quelli veri, raccontano il resto. A luglio Futuro Nazionale ha guadagnato un punto e mezzo e ha superato la Lega, e ormai il sorpasso lo certificano praticamente tutti gli istituti. La risposta del segretario è diventata un mantra: «Il mio sondaggio è il giorno delle elezioni». Formula elegante per dire che i numeri di oggi non gli piacciono, e che quindi si rimanda la verifica all’autunno 2027, come lo studente che non apre il libretto per non vedere i voti.
Nel frattempo il partito del generale pubblica una base programmatica decennale, discutibile finché si vuole, ma esistente. La Lega risponde con le battute dal palco. Da una parte un documento, dall’altra una boutade: il confronto tra chi prova a costruire e chi prova a intrattenere.

Milano non è un programma radiofonico

E qui arriva il punto che al Tribuno interessa davvero, perché riguarda la sua città. Milano ha problemi concreti: la sicurezza nelle periferie, Rogoredo, le stazioni, un centrodestra che da vent’anni non riesce a trovare un candidato credibile. Vannacci, piaccia o meno, ha messo sul tavolo un nome vero, il generale Carmelo Burgio, con un tema vero, la sicurezza, e una prima conferenza stampa già fissata in Galleria San Babila.
Salvini ha risposto con un nome da radio. E la beffa è che perfino Cruciani, nel declinare a metà, ha spiegato che a Milano «serve un sindaco porta a porta, quasi alla Vannacci». Tradotto: perfino il candidato per scherzo indica come modello quello che il segretario della Lega ha ripudiato. Quando la tua provocazione ti smentisce in diretta, forse il problema non è la provocazione.
Il metodo ormai è questo: un giorno l’autocandidatura al Viminale, il giorno dopo il sindaco per gioco, quello dopo ancora una polemica ferroviaria. Contenuti quotidiani per l’algoritmo, come un influencer che deve pubblicare per non sparire. Solo che l’influencer, almeno, non governa i trasporti di una Nazione.
Il Tribuno chiude con una constatazione semplice. L’elettorato che se ne va non cerca un partito più simpatico: cerca un partito che serva a qualcosa. La Lega aveva un popolo, un radicamento, una funzione. Ha scelto di diventare un profilo social con un ministero in gestione. E i profili social, quando smettono di essere interessanti, non si votano: si smette di seguirli.

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