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Putin a Pechino sei giorni dopo Trump: sul tavolo gas e dossier Iran

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Venticinquesima visita del leader russo in Cina, quaranta accordi sul tavolo e il dossier Power of Siberia 2 ancora senza contratto definitivo. Sullo sfondo, le esercitazioni nucleari russe e la chiusura dello Stretto di Hormuz che riscrive le priorità energetiche di entrambi.

Riassunto dell'articolo

Il 19-20 maggio 2026 Vladimir Putin ha compiuto la sua venticinquesima visita di Stato in Cina, atterrando a Pechino sei giorni dopo la conclusione della visita di Donald Trump. La sequenza compressa fotografa la centralità raggiunta da Xi Jinping come perno della diplomazia globale. Sul tavolo dei colloqui, quaranta accordi bilaterali, il dossier Power of Siberia 2 — il gasdotto da 50 miliardi di metri cubi annui via Mongolia ancora senza contratto definitivo — e il coordinamento sui dossier Iran e Ucraina. In parallelo, Mosca ha avviato tre giorni di esercitazioni nucleari. L'asimmetria nel rapporto Russia-Cina si è consolidata: la Russia dipende da Pechino sul piano commerciale, finanziario e tecnologico, mentre la Cina tratta da posizione di forza.

La visita di Putin in Cina del 19-20 maggio 2026 si apre a Pechino con una cerimonia identica, nei tempi e nella scenografia, a quella riservata a Donald Trump appena sei giorni prima. Stesso tappeto rosso, stessa banda militare, stessa Grande Sala del Popolo. Il presidente russo è atterrato nella sera del 19 maggio accolto dal ministro degli Esteri Wang Yi e da un picchetto d’onore. Si tratta del suo venticinquesimo viaggio in Cina da quando guida la Federazione, e del quarantesimo incontro con Xi Jinping negli ultimi dieci anni.
La compressione del calendario non è un dettaglio cerimoniale. Pechino ha ospitato in sette giorni i due leader degli imperi che il Novecento aveva costruito come perni dell’ordine globale. La sequenza ha un significato strutturale: il punto di equilibrio della diplomazia si è spostato a Est, e sono Washington e Mosca a presentarsi nella capitale cinese, non viceversa.

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La visita di Putin in Cina del 19-20 maggio 2026: programma e delegazione

L’agenda ufficiale si articola su due livelli. Il primo è politico, affidato al colloquio diretto con Xi Jinping, alla firma di una dichiarazione congiunta e alla cerimonia di apertura degli Anni dell’Educazione Russia-Cina 2026-2027. Il secondo è economico, gestito attraverso l’incontro con il premier Li Qiang. La separazione tra i due tavoli serve a Pechino per mostrare che la relazione con Mosca procede su binari propri, indipendenti dal negoziato con Washington appena concluso.
La delegazione russa pesa più del protocollo. Oltre al ministro degli Esteri Sergey Lavrov, sono arrivati a Pechino otto ministri, la governatrice della Banca centrale, i vertici di Rosneft e Gazprom, presidenti di banche e dirigenti dei principali gruppi industriali. La composizione segnala l’ambito reale del viaggio: non una cornice diplomatica, ma un tentativo di consolidamento operativo dei legami commerciali, finanziari ed energetici sotto il regime delle sanzioni occidentali.

Cosa cerca Putin da Xi: rassicurazione dopo il vertice Trump

La motivazione strategica del viaggio si misura su un sospetto. Durante la visita di Trump del 13-15 maggio, Xi ha definito la relazione con gli Stati Uniti la più importante al mondo e ha sottoscritto il principio di una “relazione costruttiva di stabilità strategica” tra Pechino e Washington. Sul dossier Iran, le due capitali avrebbero convenuto sulla linea del nucleare negato a Teheran e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il Financial Times ha riportato un retroscena, smentito dalla diplomazia cinese ma significativo nel solo essere stato fatto circolare: Xi avrebbe detto a Trump che Putin “potrebbe pentirsi” dell’invasione dell’Ucraina.
Per Mosca, qualunque movimento del triangolo Pechino-Washington-Mosca pesa più dei contenuti di un singolo vertice. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato apertamente che il viaggio servirà anche a ricevere aggiornamenti diretti sui colloqui Xi-Trump. È la fotografia esatta dello squilibrio: la Russia, che fino al 2022 si presentava come superpotenza paritaria, vola a Pechino per essere informata di cosa è stato detto in sua assenza.
Putin ha cercato di coprire la posizione con la grammatica. Nel messaggio diffuso prima del viaggio ha parlato di relazioni “a un livello veramente senza precedenti” e di “fedeltà incrollabile” tra i due Paesi, formula raccolta da Xi nel discorso di apertura. Sotto il vocabolario, il dato resta: Mosca dipende da Pechino sul piano commerciale, tecnologico, finanziario ed energetico. La Cina assorbe oltre un quarto delle esportazioni russe ed è il primo acquirente di petrolio e gas di Mosca, comprati a prezzo scontato rispetto al mercato.

Power of Siberia 2: il gasdotto Russia-Cina al centro dei colloqui

Il dossier che misura la forza negoziale reale è quello energetico. Power of Siberia 2 è il gasdotto da 2.600 chilometri che dovrebbe collegare i giacimenti artici russi di Yamal al nord della Cina attraverso la Mongolia, trasportando fino a 50 miliardi di metri cubi di gas l’anno. A settembre 2025, durante la precedente visita di Putin, era stato firmato un memorandum vincolante. Otto mesi dopo, prezzo, finanziamento e tempistica restano irrisolti. Non esiste ancora un contratto definitivo.
I numeri operativi del gasdotto già in funzione raccontano la stessa storia. Power of Siberia 1 ha trasportato 38,8 miliardi di metri cubi nel 2025 e dovrebbe raggiungere quota 44 miliardi nei prossimi accordi. Si tratta di volumi crescenti ma ancora distanti dai 150 miliardi che la Russia esportava verso l’Europa prima del 2022. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha però modificato il calcolo cinese: Pechino, che importa quote massicce di greggio dal Golfo, ha un incentivo nuovo a strutturare una linea via terra meno esposta a interdizioni marittime.
L’asimmetria si vede qui. Mosca ha bisogno della Cina come unico grande sbocco alternativo all’Europa perduta; Pechino ha interesse al gas russo ma conserva margine su prezzo, tempi e finanziamento. Le condizioni le scrive chi può scegliere se firmare oggi, fra sei mesi o fra due anni. Putin ha annunciato la scorsa settimana di essere in “fase molto avanzata” su un accordo “serio”. L’esito reale del viaggio si misurerà sul fatto se al termine dei colloqui del 20 maggio verrà annunciato un contratto definitivo o se la formula resterà ancora una volta sul piano dell’intesa preliminare.

I 40 accordi Russia-Cina: dall’energia all’intelligenza artificiale

Il pacchetto di documenti che dovrebbero essere firmati al termine dei colloqui copre quaranta ambiti: industria pesante, trasporti, innovazione tecnologica, edilizia, istruzione, cinema, cooperazione tra agenzie di stampa statali. Il numero non va letto come misura del peso politico. Conta la qualità tecnica dei singoli testi e soprattutto la struttura dello scambio.
La Russia può offrire alla Cina cooperazione tecnologica missilistica e nucleare e i risultati operativi accumulati sul campo ucraino: droni d’attacco, guerra elettronica, sistemi robotizzati. In cambio chiede componentistica avanzata, sostegno nell’intelligenza artificiale e accesso ai minerali strategici controllati dalla filiera cinese. È un baratto che riflette l’inversione storica: per la prima volta da almeno due secoli, Mosca è il fornitore di materia prima e di esperienza militare, Pechino è il fornitore di tecnologia. Lo schema è quello che storicamente legava i Paesi del centro industriale alle periferie estrattive.

Esercitazioni nucleari russe e dossier Iran: il messaggio strategico parallelo

In parallelo alla visita, dal 19 al 21 maggio le Forze Armate russe conducono un’esercitazione sulla preparazione e l’uso delle forze nucleari. Lo ha annunciato il ministero della Difesa con una formula esplicita: “in caso di minaccia di aggressione”. Putin parla a Pechino mentre, sul territorio russo, migliaia di soldati simulano l’impiego dell’arma definitiva.
Il segnale è duplice. Verso Kiev e verso Washington, ricorda che la Russia conserva l’unico strumento che la mantiene nella categoria delle potenze decisive nonostante le difficoltà dell’economia di guerra e i droni ucraini che colpiscono Mosca. Verso Pechino, è un promemoria: anche da posizione di debolezza relativa, il Cremlino dispone di un livello di deterrenza che la Cina non può ignorare nel definire i termini dello scambio.
Il dossier Iran si inserisce nella stessa logica. Cina e Russia sono i due puntelli politici e materiali di Teheran. Pechino è il primo acquirente del greggio iraniano sotto sanzioni; Mosca ha fornito agli iraniani intelligence sulle posizioni militari americane e secondo fonti recenti starebbe valutando forniture di armamenti. La visita di Trump ha tentato di incrinare questa coppia di sponsor. Putin va a verificare quanto il muro tenga. La presenza in delegazione di Lavrov e dei vertici energetici suggerisce che la trattativa toccherà anche il coordinamento sulle forniture petrolifere iraniane e sulla gestione comune del rischio in caso di nuovi sviluppi militari nel Golfo.

L’asse Mosca-Pechino-Teheran e la lezione per l’Europa delle Patrie

La sequenza Trump-Xi-Putin a Pechino non si lascia ridurre a una cronaca di vertici. Quello che si è formato sotto i nostri occhi nelle ultime due settimane è uno schema preciso. Esiste un perno — la Cina — che apre il proprio calendario a entrambe le potenze ereditate dal Novecento. La prima, gli Stati Uniti, arriva con diciotto capitani d’industria al seguito per cercare un quadro di stabilità che protegga la propria filiera tecnologica. La seconda, la Russia, arriva da fornitore di idrocarburi e armi, per assicurarsi che il proprio principale acquirente non si sia spostato.
Il punto strategico è che nessuno dei due imperi si trova nella posizione di chi può dettare le condizioni. Trump aveva la mano negoziale indebolita dai tribunali federali sui dazi, dalla guerra in Iran e dalle elezioni di medio termine. Putin arriva da una economia con stima di crescita ridotta dall’1,3% allo 0,4%, da una parata militare svuotata dei missili balistici impegnati al fronte ucraino, da una guerra che le sue forze armate non riescono a chiudere.
Per chi guarda da Roma, la lezione operativa è netta. In uno schema dove anche una potenza nucleare con undici fusi orari si presenta come secondo visitatore in fila, l’autonomia politica non si fonda sulla retorica ma sui fondamentali: energia, manifattura, capacità tecnologica, demografia. L’Italia che oggi sostituisce il gas russo con quello qatariota, algerino, azero e americano sta scegliendo da quale fornitore farsi proteggere, non sta costruendo sovranità.
L’unica direzione che permette all’Europa di non finire vassalla di Washington o di Pechino passa dalla via dell’Europa delle Patrie: cooperazione tra Nazioni sovrane sui fondamentali strategici, ritorno al nucleare di quarta generazione e ai piccoli reattori modulari come fonte sovrana, ricostruzione della manifattura pesante, integrazione con i bacini energetici e demografici del Mediterraneo. La sequenza di Pechino non è una sconfitta di Mosca e neppure una vittoria di Washington. È il modo in cui il mondo ricorda all’Europa che, se non si attrezza, qualcun altro deciderà per lei.

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