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Italia

Milano, arrestata la madre dei bambini rom: viveva di furti mentre i figli crescevano nel degrado dei campi

Bruno Bindel 3 min di lettura

La 33enne, fermata con gioielli e denaro di dubbia provenienza, dovrà scontare quasi quattro anni di carcere. I figli, tra cui il tredicenne che ha ucciso Cecilia De Astis guidando un’auto rubata, sono stati collocati in comunità. Il caso riaccende la denuncia: i campi rom sono fucine di illegalità e abbandono minorile.

Riassunto dell'articolo

Arrestata a Milano la madre dei bambini rom coinvolti nella morte di Cecilia De Astis. La donna, 33 anni, dovrà scontare quasi 4 anni di carcere per furti e ricettazione. I figli sono stati collocati in comunità protette, ma uno è ancora irreperibile. Il caso riaccende il tema del degrado dei campi rom, ghetti di illegalità che condannano i minori a un futuro criminale.

Il volto del degrado: la madre arrestata

L’arresto della madre dei due minorenni coinvolti nella morte di Cecilia De Astis a Milano è l’ennesima conferma di un degrado che non è più tollerabile. La donna, 33 anni, appartenente a una famiglia rom stanziata nel campo di via Selvanesco, è stata fermata dalla polizia locale mentre si aggirava nei giardini di viale Cermenate. Portata a San Vittore, dovrà scontare una pena di quasi quattro anni per una lunga serie di furti commessi tra il 2017 e il 2019.
Al momento dell’arresto, addosso le sono stati trovati oltre 130 grammi di oro e più di 1.500 euro in contanti: denaro e gioielli di dubbia provenienza che le sono costati anche una denuncia per ricettazione. Una vita interamente costruita sul crimine, in perfetta continuità con un sistema familiare e comunitario che non conosce né legalità né integrazione.

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Bambini vittime di un ambiente criminale

I figli, tra cui il tredicenne alla guida dell’auto rubata che ha travolto e ucciso la 71enne Cecilia De Astis, sono stati dichiarati non imputabili (qui il nostro articolo) perché minori di 14 anni. Ma la vera domanda è: che futuro può avere un bambino cresciuto in un contesto simile, dove il furto è regola e la scuola inesistente?
Le autorità hanno collocato i minori in comunità protette, ma è difficile pensare che basti un provvedimento giudiziario a spezzare il legame con un mondo che li ha allevati nel disprezzo delle leggi e della convivenza civile. Un undicenne risulta ancora irreperibile, segno evidente della difficoltà di gestire ragazzi già abituati a muoversi in clandestinità.

I campi rom come fucina di degrado

Il campo di via Selvanesco, come tanti altri insediamenti rom in Italia, è il simbolo di una contraddizione insanabile: strutture tollerate dalle istituzioni in nome di un finto buonismo, ma che nei fatti diventano focolai di marginalità, criminalità e sfruttamento minorile.
Non si tratta di “integrazione”, ma di sacche di illegalità dove bambini crescono senza istruzione, senza regole e spesso senza alcuna prospettiva diversa dalla delinquenza (Leggi il nostro articolo sulla Remigrazione). Continuare a mantenere e difendere questi ghetti significa condannare migliaia di piccoli a un destino già scritto.

Lo Stato che tradisce i cittadini

Quello che indigna è l’ipocrisia delle istituzioni. Da un lato si condanna pubblicamente l’incidente di Gratosoglio, dall’altro si continuano a finanziare o tollerare realtà come i campi rom, che generano quelle stesse tragedie. Il risultato è un doppio tradimento: dei cittadini onesti, che pagano con insicurezza e sangue le conseguenze di questa tolleranza malata, e dei bambini rom stessi, privati di un futuro degno e consegnati a una cultura criminale.

Una scelta necessaria: chiudere i campi

Ogni nuovo episodio dovrebbe convincere una volta per tutte: i campi rom vanno chiusi, senza esitazioni. Non esiste alcun beneficio nel perpetuare ghetti che alimentano degrado e devianza. Serve una politica di vera fermezza, che tolga i bambini da quell’inferno e riporti sicurezza nelle nostre città.
Continuare a fingere che sia “tutela delle minoranze” significa invece abbandonare i più deboli e colpire l’intera collettività. Milano oggi paga il prezzo di questo fallimento, e la memoria di Cecilia De Astis chiede giustizia non solo nei tribunali, ma anche nella politica.

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Bruno Bindel
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