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Italia

Milano 2027, candidare Lupi sarebbe il suicidio perfetto: il centrodestra non ha capito nulla

Federico Galli

Da quattordici anni la destra perde Milano perché sceglie candidati sbagliati, tardi e senza progetto. Ora il nome che circola è quello di Maurizio Lupi, leader di un partito all'1%, dimissionario da ministro, già scartato nel 2021. Se il centrodestra vuole davvero Palazzo Marino, deve smettere di trattare la città come una casella da riempire negli equilibri romani.

Riassunto dell'articolo

Il centrodestra italiano perde le elezioni comunali di Milano ininterrottamente dal 2011. Per le comunali del 2027, il nome più insistente è quello di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati (circa 1% nei sondaggi), sostenuto da Ignazio La Russa ma bocciato da Forza Italia, dalla Lega e dall'ex sindaco Albertini. L'articolo analizza perché la candidatura Lupi rappresenterebbe un errore strategico: il precedente dello scandalo Incalza (dimissioni da ministro nel 2015, inchiesta poi archiviata), il legame con il mondo di Comunione e Liberazione nella Milano post-inchiesta urbanistica, l'irrilevanza elettorale del suo partito e l'assenza di un progetto di città alternativo al centrosinistra. La tesi è che il centrodestra perde Milano non per i candidati sbagliati ma perché non ha mai costruito una visione alternativa sui temi che contano: casa, sicurezza, periferie, mobilità, lavoro.

Il candidato sindaco del centrodestra a Milano per le elezioni comunali del 2027 dovrebbe essere la priorità strategica assoluta della coalizione. Lo è sulla carta. Nei fatti, è un casting permanente che dura da mesi senza produrre nulla, se non l’ennesima girandola di nomi, veti incrociati e colpi di teatro senza seguito. L’ultimo in ordine di tempo: Letizia Moratti che, dal palco di un convegno alla Fondazione Rovati, annuncia che tra i relatori «c’è il candidato sindaco di Forza Italia», salvo poi non fare nessun nome. Uno spettacolo che Milano non merita e che il centrodestra non può più permettersi.

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Quattordici anni di sconfitte non sono un caso

Milano è governata dal centrosinistra ininterrottamente dal 2011. Prima Giuliano Pisapia, poi due mandati di Beppe Sala. Quindici anni, se si conta fino al voto del 2027. Non è una striscia sfortunata: è un fallimento strutturale. E la causa non è la forza della sinistra milanese — che anzi governa per inerzia, senza un progetto riconoscibile — ma la debolezza cronica del centrodestra nell’affrontare la sfida amministrativa.
Nel 2016 il candidato fu Stefano Parisi, manager capace ma paracadutato in una campagna costruita tardi. Perse. Nel 2021 il centrodestra superò se stesso: un casting degno di un reality show — Oscar di Montigny, Annarosa Racca, Paolo Veronesi, Gabriele Albertini, tutti interpellati, tutti declinanti — per poi ripiegare su Luca Bernardo, un pediatra senza esperienza politica, scelto a ridosso dell’estate. Il risultato fu una sconfitta annunciata, con un’affluenza sotto il 48%. Quasi un milanese su due non andò nemmeno a votare. Questo è il dato che il centrodestra dovrebbe avere stampato in fronte: il problema non è convincere chi vota a sinistra, ma riportare alle urne chi ha smesso di votare perché non vede un’alternativa credibile.

Maurizio Lupi: il candidato di La Russa, non dei milanesi

In questo scenario, il nome che circola con più insistenza è quello di Maurizio Lupi. Il presidente del Senato Ignazio La Russa lo ha lanciato pubblicamente già nel novembre 2024, con una frase che vale più di un endorsement: «Lupi, tu hai grande responsabilità a Milano». Il coordinatore lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte, ha risposto proponendo un profilo civico. La Lega ha fatto sapere che il candidato lo decide la coalizione, non un singolo partito. Gabriele Albertini, che pure lo ebbe come assessore, lo ha bocciato. Tajani lo ha definito «una figura di prestigio, ma non adatta alla sfida milanese». Un quadro limpido: Lupi è il candidato di una corrente interna a Fratelli d’Italia, non di una coalizione compatta e tantomeno della città.
Eppure il suo nome continua a tornare, con la regolarità di un orologio — un paragone che, nel suo caso, è particolarmente infelice.

Il fantasma dello scandalo Incalza: un’arma già carica

Nel marzo 2015 Maurizio Lupi si dimise da ministro delle Infrastrutture. Non era indagato, ma l’inchiesta «Grandi Opere» della Procura di Firenze aveva travolto il suo entourage: Ercole Incalza, capo della struttura tecnica del ministero, fu arrestato per corruzione. L’imprenditore Stefano Perotti, amico di Lupi, aveva regalato un orologio Rolex al figlio del ministro per la laurea e lo aveva assunto nella propria azienda. Le intercettazioni mostravano un rapporto di stretta confidenza tra Lupi e Incalza.
L’inchiesta si è poi conclusa con un’archiviazione. Lupi non fu mai nemmeno iscritto nel registro degli indagati. I fatti giudiziari gli danno ragione. Ma la politica, specialmente a Milano, non funziona con le sentenze. Il centrodestra lo sa bene, perché è lo stesso principio che applica ai propri avversari. La sinistra milanese userebbe il caso Incalza come una clava dal primo giorno di campagna elettorale. I manifesti sono già scritti: «Il candidato del Rolex», «L’uomo delle Grandi Opere». In una città che ha appena vissuto lo shock dell’inchiesta urbanistica su appalti e concessioni edilizie, presentare un candidato con quella storia alle spalle non è coraggio: è incoscienza.

L’uomo di Comunione e Liberazione nella Milano post-inchiesta

C’è un elemento che la narrazione mainstream tende a minimizzare, ma che a Milano pesa come un macigno. Maurizio Lupi è cresciuto politicamente dentro Comunione e Liberazione. Il suo percorso — dalla DC di inizio anni Novanta a Forza Italia, dall’assessorato con Albertini al Nuovo Centrodestra, fino a Noi Moderati — è un percorso interamente interno al mondo ciellino e alla Compagnia delle Opere.
Questo, in una stagione politica normale, sarebbe semplicemente un dato biografico. Ma Milano non vive una stagione normale. L’inchiesta sulle concessioni edilizie illegittime ha fatto emergere un sistema di relazioni opache tra politica, costruttori e dirigenti comunali che ha coinvolto trasversalmente figure legate anche al centrodestra. In questo clima, candidare un uomo la cui rete di riferimento è esattamente quella finita sotto la lente della magistratura e dell’opinione pubblica sarebbe un errore di lettura della città imperdonabile.

Noi Moderati all’1%: il partito che non esiste

C’è poi un dato politico elementare che andrebbe considerato prima di qualsiasi ragionamento strategico. Maurizio Lupi è il leader di Noi Moderati, un partito che nei sondaggi nazionali oscilla stabilmente intorno all’1%. Non è una forza politica: è una sigla che esiste in quanto funzionale alla sopravvivenza parlamentare del suo fondatore, grazie alla clausola di salvaguardia prevista dallo Stabilicum per i partiti sotto il 3% all’interno di coalizioni sopra il 20%.
Candidare a sindaco di Milano il leader di un partito che rappresenta un centesimo dell’elettorato significherebbe comunicare ai milanesi un messaggio devastante: il centrodestra non sceglie il candidato migliore per la città, ma quello più utile a garantire gli equilibri interni della coalizione. È esattamente il tipo di logica che ha prodotto le sconfitte del 2016 e del 2021. Ripeterla sarebbe non un errore, ma una scelta consapevole di perdere.

Il vero problema: nessun progetto per Milano

La questione Lupi, però, è solo il sintomo di un problema più profondo. Il centrodestra non perde Milano perché sbaglia candidato — quello è l’effetto. Perde perché non ha mai costruito un progetto alternativo di governo della città.
La Milano di Sala e Pisapia è una città che funziona per chi vive dentro la Cerchia dei Navigli, che ha trasformato l’urbanistica in un affare per pochi, che ha imposto restrizioni ideologiche alla mobilità, che ha abbandonato le periferie a se stesse, che ha un’emergenza abitativa fuori controllo. I giovani non riescono a pagare un affitto. La sicurezza è un tema che il centrosinistra liquida con le statistiche, mentre i cittadini la vivono sulla propria pelle ogni sera, dalla Stazione Centrale a Corvetto, da Lambrate a Giambellino.
Questi sono i temi su cui il centrodestra dovrebbe costruire una proposta chiara, concreta, riconoscibile. Casa popolare, sicurezza reale, mobilità senza ideologia, lavoro e impresa liberati dalla burocrazia, periferie restituite alla dignità. Sono temi che appartengono naturalmente alla destra sociale. Ma per portarli in campagna elettorale serve un candidato che li incarni — non un parlamentare romano che promette di «definire il programma entro l’estate».

Milano non è una casella da riempire

Il vizio di fondo è sempre lo stesso: Roma decide per Milano. La Russa propone Lupi perché è un nome che non crea problemi a Fratelli d’Italia. Forza Italia risponde con nomi civici che nessuno conferma, perché l’obiettivo non è vincere ma rivendicare la regia. La Lega osserva, indebolita dalla fuoriuscita di Vannacci, senza la forza di imporre un proprio candidato. Noi Moderati aspetta, perché qualunque candidato diverso da Lupi significherebbe la fine della sua ragione di esistere.
In mezzo a questo gioco di specchi, Milano resta sullo sfondo. Nessuno si chiede cosa vogliano i milanesi. Nessuno parte dai quartieri, dai Municipi, dalle periferie dove il centrodestra avrebbe un bacino enorme di consenso inespresso, se solo avesse il coraggio di andarci a parlare.
Chi conosce la città dal basso — i consiglieri municipali, gli amministratori locali, chi ogni giorno si confronta con i problemi reali dei cittadini — sa perfettamente che la partita non si vince con un nome calato dall’alto, ma con un progetto radicato nel territorio. Il centrodestra milanese ha energie, idee e figure capaci nei Municipi. Ignorarle per l’ennesimo compromesso romano sarebbe l’errore definitivo.

L’occasione storica che rischia di andare sprecata

Dopo quattordici anni di centrosinistra, le condizioni per vincere Milano non sono mai state così favorevoli. Sala non può ricandidarsi. Il centrosinistra è diviso tra chi vuole Pierfrancesco Majorino — troppo a sinistra per la Milano produttiva — e chi cerca un «papa straniero» dalla società civile. L’inchiesta urbanistica ha demolito la narrazione della «Milano modello». L’emergenza affitti e la fuga dei giovani dalla città sono temi che la sinistra non riesce nemmeno a nominare senza contraddirsi.
Il centrodestra ha un’autostrada davanti. Ma per percorrerla serve un candidato che sappia guidare, non un passeggero scelto perché non dà fastidio a nessuno dei conducenti litigiosi seduti sul sedile posteriore. Serve qualcuno che conosca Milano e ne parli il linguaggio. Che abbia credibilità personale inattaccabile. Che sappia mobilitare quel 52% di milanesi che nel 2021 non è andato a votare. Che porti un’idea di città, non un curriculum parlamentare.
Maurizio Lupi non è quel candidato. Non perché sia un cattivo politico — la sua carriera parla per lui. Ma perché è la risposta sbagliata alla domanda giusta. E il centrodestra, se vuole davvero riprendersi Milano, deve avere il coraggio di ammetterlo prima che sia troppo tardi. Di nuovo.

Fonti

MilanoToday – Candidati sindaci centrodestra: scontro a distanza tra Salvini e Lupi
Il Giornale d’Italia – FI candida Marina Brambilla come nome per il cdx
Il Giorno – Forza Italia spiazza tutti: abbiamo il candidato sindaco
Fanpage – Chi è Maurizio Lupi, il possibile candidato del centrodestra
Wikipedia – Maurizio Lupi
Il Foglio – Avvertite i forcaioli che l’inchiesta su Lupi è stata archiviata
La Nuova Bussola Quotidiana – Il centrodestra non sembra voler vincere a Milano
Affaritaliani – Milano 2027, tutti i nomi circolati nel centrodestra
Fanpage – Come il centrodestra vuole riprendersi Milano
True News – Centrodestra a Milano, candidato civico o politico?

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