L’esito del congresso della Lega a Milano è arrivato nel primo pomeriggio di domenica 25 ottobre, e non lascia dubbi sul vincitore ma nemmeno sul fatto che la sfida ci sia stata davvero. Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale della Lega per la quarta volta, con un mandato di quattro anni fino al 2030: 465 voti a lui, 146 allo sfidante Massimo Garavaglia, su 611 voti attribuiti ai due candidati. In percentuale, il 76,1% contro il 23,9%. I delegati aventi diritto erano 706, secondo l’ANSA. Alla proclamazione è esploso un boato tra i congressisti all’Allianz MiCo di Milano, e sul palco Salvini e Garavaglia si sono abbracciati, dopo che il segretario aveva ringraziato lo sfidante.
Era la prima vera conta interna da anni, e il dato che pesa è il margine. Non un plebiscito, non un testa a testa: una vittoria larga che chiude la competizione per la segreteria ma lascia in campo, con quasi un voto su quattro, la componente che aveva chiesto un partito diverso. Garavaglia, candidato grazie alle 80 firme di delegati richieste, tra cui quelle del il governatore lombardo Attilio Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, aveva costretto Salvini al voto segreto proprio perché i malumori taciuti in pubblico potessero emergere nell’urna. Sono emersi, nella misura di 146 voti. Non abbastanza per cambiare segretario, abbastanza per non poter essere ignorati.
Due idee di Lega, un solo segretario
La sfida metteva a confronto due linee, e il congresso non le ha sciolte con il voto: le ha gerarchizzate. Salvini difende la linea nazional-sovranista, Garavaglia voleva un partito federalista, con la questione settentrionale al centro: la mozione che indica il Nord come «motore del cambiamento», firmata tra gli altri da Zaia, Fedriga, Attilio Fontana e Fugatti, è passata all’unanimità il primo giorno. Il governatore lombardo aveva avvertito che nel segreto dell’urna ci potevano essere delle sorprese. Le sorprese non sono arrivate nella forma di un ribaltone, ma il voto a Garavaglia è superiore a quello che una sfida di testimonianza avrebbe raccolto.
Il contesto del voto è quello raccontato in mattinata dagli interventi al congresso: Giancarlo Giorgetti aveva rivendicato una Lega nazionale e non nazionalista, Luca Zaia era stato il più applaudito invocando la fine del sovranismo, e in sala si era consumata la resa dei conti tra la componente salviniana e quella del Nord, con l’attacco di Dreosto a Romeo e la replica di quest’ultimo sul calo dei consensi. Il congresso di Milano, in altre parole, non era una ratifica: era il luogo in cui la Lega doveva decidere se il suo problema fosse la linea o il segretario. Il voto ha risposto che il problema, per la maggioranza dei delegati, non è il segretario.
Il nuovo simbolo: Lega Italia Federale, senza il nome di Salvini
Il primo segnale è il simbolo, e non è un dettaglio. Salvini lo ha presentato nel suo intervento, prima del voto: la scritta Lega grande sopra, Alberto da Giussano al centro e la dicitura gialla sotto «Italia federale». Lo ha definito un logo che tiene insieme il passato, il presente e il futuro, e ha precisato che proporrà questo simbolo senza il suo nome: finisce l’era di «Lega Salvini premier», che fino a ieri era il nome del partito sulle schede. Il nome, secondo quanto riferito da Adnkronos, richiama quello scelto da Umberto Bossi nel 1994 e punta a una battaglia da nord a sud, federale, per tenere insieme tutte le anime del congresso.
La scelta è una risposta diretta alla sfida di Garavaglia, e va letta così: il segretario riconfermato concede sul terreno simbolico e identitario — il federalismo, il Nord, le radici bossiane — proprio mentre tiene ferma la sua linea politica. Non è un caso che il simbolo arrivi nello stesso intervento in cui Salvini rivendica la Lega come famiglia da 36 anni, per lui come per Garavaglia, e ringrazia lo sfidante per aver offerto la possibilità di un dibattito nell’unica sede in cui è opportuno farlo. Il messaggio all’area di Garavaglia è che il federalismo resta dentro la Lega, ma sotto la sua segreteria.
Il mandato sull’Ucraina e il «mai più» sul governo Draghi
La seconda mossa è politica, e pesa sul governo. Nel suo intervento Salvini aveva chiesto al congresso un mandato preciso: andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega, che non si può continuare a mandare soldi all’Ucraina. Lo aveva messo ai voti in sala, chiedendo alla platea di alzare la mano chi riteneva che avesse quel mandato, e dopo la riconferma lo ha ribadito come primo atto: dirà in Consiglio dei ministri stop a soldi e armi all’Ucraina, aggiungendo di non volere che una parte di quei soldi finisca in tasca a qualche funzionario corrotto vicino a Zelensky. È la prima prova concreta di quanto la vittoria congressuale si traduca in peso dentro la coalizione.
Accanto all’Ucraina, Salvini ha messo un secondo paletto, rivolto al passato e al futuro insieme: si è detto pentito dell’errore fatto entrando nel governo Draghi con il Partito Democratico, assumendosene tutta la responsabilità, e ha aggiunto un «mai più». Il congresso, insomma, non ha solo rieletto un segretario: gli ha dato un mandato negoziale verso Palazzo Chigi e verso gli alleati, da spendere su manovra e politiche del 2027.
Cosa resta aperto: territori, consensi e i federalisti
Resta aperto tutto il resto, ed è la parte che il voto non ha risolto. Il congresso ha approvato anche la nuova segreteria politica, ma la sfida indicata da Garavaglia e da Giorgetti — recuperare gli elettori perduti e ricostruire un rapporto più saldo con i territori — resta sul tavolo: Giorgetti lo ha detto con un esempio: in Puglia un 8% può bastare, ma non a Bergamo, dove la Lega era abituata al 50%. Quel consenso non torna con un simbolo, nemmeno con un simbolo che richiama Bossi. Il 23,9% di Garavaglia è la misura di una domanda che il congresso ha registrato ma non soddisfatto: un partito che torni a produrre consenso sul territorio, con le facce che vincono nelle amministrazioni, e non solo con la linea nazionale.
Per questo l’esito di Milano va letto in due tempi. Nel primo, Salvini esce blindato fino al 2030, con un mandato chiaro e un simbolo nuovo che gli permette di dire ai federalisti di essere stati ascoltati. Nel secondo, che comincia lunedì, dovrà dimostrare che i 146 voti di Garavaglia erano una minoranza da integrare e non l’avanguardia di una frattura rimandata. La prossima verifica non è un altro congresso: sono i territori, i sondaggi e la manovra. E su quelli, il voto segreto di Milano non ha detto l’ultima parola.
Fonti
ANSA via Corriere delle Alpi, “Salvini riconfermato segretario Lega con 465 voti” (25 ottobre 2026)
Io24, “Milano: Salvini riconfermato segretario della Lega con 465 voti, Garavaglia 146” (25 ottobre 2026)
Adnkronos via Dalla Platea, “Lega, Salvini: se mi confermate segretario andrò in Cdm a dire basta a soldi e armi all’Ucraina” (25 ottobre 2026)
Italpress via ADN24, “Matteo Salvini riconfermato segretario della Lega” (25 ottobre 2026)
Quotidiano Nazionale, diretta del congresso: mozione sul Nord approvata all’unanimità, nuovo simbolo (25 ottobre 2026)
La Notizia, Garavaglia raggiunge le 80 firme, tra cui Fontana e Romeo (ottobre 2026)
La Capitale News, “Congresso Lega: Salvini riconfermato, 465 voti a 146” (25 ottobre 2026)
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