A Kupiansk l’operazione Veles si combatte sottoterra, dentro condotte del gas larghe poco più di un metro. Il rapporto dell’Hudson Institute del 28 ottobre parte da qui, e la scelta non è casuale: nella stessa settimana in cui le linee del fronte sono rimaste quasi ferme, la guerra ha cambiato terreno. Sotto il suolo, dove i droni non vedono. E nel cielo basso, dove un missile economico prodotto in grandi numeri può consumare difese che l’Ucraina non riesce a rimpiazzare.
Le due cose si tengono. La sorveglianza dall’alto ha reso ogni movimento in superficie un bersaglio: chi vuole avanzare deve nascondersi, e chi vuole colpire da lontano deve farlo con salve così numerose da svuotare i magazzini avversari. Kupiansk e il Filin sono le due risposte, una ucraina e una russa, allo stesso problema.
Il fronte non si muove
L’Hudson Institute registra una settimana di combattimenti con poche variazioni nella geometria del fronte e un ritmo operativo più basso: per gran parte della settimana gli scontri tattici giornalieri sono rimasti sotto i 200, contro una tendenza di mesi a scontri più frequenti. Pokrovsk resta il settore più colpito.
Un fronte fermo, però, non è un fronte inattivo. Significa che il vantaggio non si misura più in territorio preso, ma in capacità consumate: uomini, intercettori, munizioni. È dentro questa guerra di consumo che vanno letti i gasdotti di Kupiansk.
Kupiansk operazione Veles: combattere dentro un tubo
Kupiansk, nella regione di Kharkiv, è stata ripresa dagli ucraini nel settembre 2022 e da allora è sotto pressione costante. Dall’estate 2025, secondo l’Hudson Institute, i russi usano il gasdotto Shebelynka-Ostrohozk per superare il fiume Oskil e raggiungere la sponda occidentale, quella controllata da Kiev. Il corridoio sotterraneo permette alla fanteria russa di penetrare nelle zone boscose a nord della città e di entrarvi riducendo l’esposizione alla sorveglianza e al fuoco ucraini.
L’operazione Veles nasce per chiudere quella falla, e non si limita a colpire gli ingressi. I russi, scrive ancora l’Hudson Institute, hanno aggirato i tratti danneggiati della condotta, tagliato nuove aperture e ripreso a muoversi nei tubi. Per fermarli, gli ucraini hanno dovuto prendere il controllo del passaggio dall’interno: a condurre la campagna sotterranea è il 2º Corpo Khartiia della Guardia Nazionale, insieme ad altre formazioni, con genieri, guastatori, mini veicoli terrestri senza equipaggio e reparti d’assalto come il 425º Reggimento Skelia.
Le condizioni sono quelle di un combattimento in uno spazio che non perdona. Le condotte hanno un diametro di circa 1,2 metri: dentro non c’è spazio per manovrare, gli scontri a fuoco avvengono a distanza ravvicinata e l’evacuazione dei feriti è difficilissima. I resoconti ucraini citati dall’Hudson Institute descrivono droni che osservano il personale russo a distanze di circa venti metri, barricate di sacchi di sabbia, postazioni di mitragliatrice, demolizioni di tratti di condotta, e un lavoro continuo per mantenere ventilazione e comunicazioni con i comandi in superficie. L’avanzata sotterranea è coordinata con le manovre in superficie e con i colpi dei droni.
Il 2º Corpo Khartiia ha reso nota l’operazione il 22 ottobre. Il 27 il presidente Volodymyr Zelensky ne ha rivendicato i primi risultati: i russi, ha detto, avevano già provato a usare i gasdotti per superare le posizioni ucraine, e i soldati di Kiev hanno «trasformato questa tattica, l’hanno modernizzata e resa molto più sofisticata». Secondo Zelensky l’avanzata sotterranea supera i 15 chilometri, con oltre cento militari russi uccisi e più di trenta catturati. Sono cifre di parte, e l’Hudson Institute precisa che non sono state verificate in modo indipendente.
Il valore del corridoio va oltre l’infiltrazione. Un passaggio protetto può servire anche a rifornimenti, evacuazione dei feriti e rotazione dei reparti, a patto di mantenerne ventilazione, comunicazioni e accessi sicuri. Senza quel lavoro, la stessa condotta che nasconde un reparto dai droni diventa una trappola senza vie di fuga. La posta, per Kiev, è negare ai russi una via coperta oltre l’Oskil e ridurre la loro capacità di alimentare l’infiltrazione dentro Kupiansk.
Droni a reazione: l’80% che non basta ancora
Sopra le condotte, la partita è quella delle intercettazioni. Lo Stato maggiore ucraino, citato dall’Hudson Institute, dichiara un tasso di intercettazione in miglioramento contro i droni a reazione russi, in alcuni momenti fino all’80%. Un numero crescente di immagini dal campo, osserva il rapporto, sostiene le dichiarazioni di Kiev. Ma la cautela è scritta nella stessa fonte: per trarre conclusioni solide serviranno dati raccolti su più mesi, non su singole settimane.
Droni e intercettori, del resto, funzionano solo dentro la rete che li guida e li coordina: è il potere al centro di Starlink, Musk e il potere di accendere e spegnere una guerra. Sottoterra, quella rete va ricostruita tubo per tubo, con ventilazione e collegamenti dedicati. In cielo, va difesa salva dopo salva.
Il problema ucraino è il magazzino. Con le scorte di intercettori in calo, scrive l’Hudson Institute, le forze russe hanno intensificato le salve di missili balistici contro i centri abitati ucraini. E secondo le stime della direzione di intelligence militare di Kiev, il GUR, citate nel rapporto, all’esercito russo non mancano missili balistici, missili da crociera e droni per i raid aerei: la produzione continua, con macchine utensili cinesi e componenti a duplice uso di provenienza occidentale.
Qui sta il nodo tecnico dell’intera guerra aerea. Intercettare l’80% di un’ondata è un risultato tattico. Reggere quel ritmo per mesi, con intercettori che costano più dei bersagli che abbattono e scorte che si assottigliano, è un’altra questione. La difesa aerea ucraina non deve solo colpire: deve durare. Ed è sulla durata che Mosca sta costruendo la sua arma nuova.
Il missile Filin: economico, stampato in 3D, pensato per la massa
Il Filin è un missile da crociera lanciato da terra. Il 22 ottobre la direzione di intelligence ucraina ha pubblicato sul portale War&Sanctions un modello tridimensionale interattivo, i componenti e la base elettronica dell’arma, che secondo Kiev la Russia impiega in combattimento dalla fine dell’estate 2026. Sviluppato dalla NPO Molniya, società della Tactical Missiles Corporation, il Filin segue la linea dell’industria russa verso armi d’attacco a reazione, economiche e lanciate da terra.
Le caratteristiche dichiarate, raccolte dal GUR, sono precise. Fuseliera composita in fibra di carbonio e fibra di vetro, lunga 3,5 metri, con apertura alare di 3 metri e alcuni componenti realizzati con stampa 3D. Lancio da una piattaforma terrestre con un acceleratore a propellente solido. Velocità massima dichiarata di 800 chilometri orari e gittata fino a 1.200 chilometri. Volo a quote bassissime o fino a 6 chilometri. Due versioni di testata: 50 e 100 chili. La guida si affida a un sistema di navigazione inerziale di produzione cinese e a un ricevitore satellitare Kometa a 16 canali. Il motore è russo, un R500 della Reynolds, già individuato su altri missili da crociera russi.
Dentro l’arma, il GUR ha contato 35 componenti elettronici americani e 22 cinesi, con una quota cinese in crescita rispetto ad altri sistemi russi e soluzioni circuitali standardizzate tra unità diverse. L’apparecchiatura di bordo è della PLAZ, la stessa società coinvolta nella produzione dei droni Garpiya, variante dei Geran-2. Filin e Garpiya hanno impostazione e marcature simili: il missile esce dalla stessa filiera dei droni d’attacco a lungo raggio.
È questo il punto che l’Hudson Institute indica come decisivo. La pericolosità del Filin non sta nelle singole prestazioni, ma nella possibilità di produrlo a basso costo e in quantità. Se l’industria russa riuscirà a fabbricarlo su scala, Mosca potrà allargare la propria capacità di colpire in profondità e, sommandolo ai missili e ai droni già in uso, mettere ulteriore pressione su difese aeree ucraine già provate. Gli indicatori da osservare, elenca il rapporto, sono salve combinate più ampie e frequenti, colpi contro l’infrastruttura energetica ucraina, e le prove sul campo di precisione e resistenza alla guerra elettronica: resti recuperati e dati di produzione diranno se il Filin è un’arma scalabile o se le sue capacità dichiarate superano le prestazioni reali.
Cosa guardare nelle prossime settimane
Tre verifiche, in ordine. La prima riguarda Kupiansk: se l’operazione Veles chiude davvero il corridoio del gasdotto, l’infiltrazione russa a nord della città perde la sua via coperta e torna a esporsi ai droni in superficie. La seconda riguarda il Filin: frequenza d’impiego, resti recuperati e bersagli colpiti diranno se la produzione è già di serie o ancora sperimentale. La terza riguarda i numeri delle intercettazioni: l’80% dichiarato da Kiev contro i droni a reazione avrà un significato solo se reggerà su dati di mesi.
Fino ad allora, la fotografia resta quella del 28 ottobre. Il fronte è fermo, ma sotto Kupiansk l’operazione Veles si combatte tubo contro tubo, e sopra le città ucraine si prepara una guerra di quantità. Chi vince non sarà chi muove di più la mappa: sarà chi riesce a consumare l’avversario senza consumarsi prima.
Fonti
- Hudson Institute, Ukraine Military Situation Report, 28 ottobre 2026: fronte stabile, scontri sotto i 200, operazione Veles e gasdotti sotto l’Oskil, intercettazioni fino all’80% contro i droni a reazione, scorte di intercettori in calo, missile Filin e criteri per valutarne la produzione in serie
- Kyiv Independent, 27 ottobre 2026: le dichiarazioni di Zelensky sull’operazione Veles, oltre 15 chilometri di avanzata, più di cento russi uccisi e trenta catturati
- Direzione di intelligence militare ucraina (GUR), War&Sanctions, 22 ottobre 2026: scheda del missile Filin, dimensioni, prestazioni dichiarate, componenti, motore R500 e società produttrici
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