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IL GOVERNO MELONI SI SCHIANTA A LAMPEDUSA E DINTORNI

14 Set 2023 - Approfondimenti Politici

IL GOVERNO MELONI SI SCHIANTA A LAMPEDUSA E DINTORNI

Intanto l’Europa abbandona l’Italia al suo destino

La propaganda della destra si infrange inesorabilmente contro gli scogli della realtà. I numeri parlano chiaro: da inizio anno 84.827 persone, tra cui tanti minorenni, sono sbarcate in Italia. Lampedusa è quasi al collasso e il sistema d’accoglienza è messo a dura prova. Non riusciamo a controllare i flussi e le ultime catastrofi in Libia e Marocco non ci aiutano.

L’Africa è una polveriera: nel Sahel sono saltati gli equilibri, gli occidentali arretrano, la Wagner fomenta colpi di stato e le miniere fanno gola a tutte le super potenze. L’Europa non ha uno straccio di politica estera convincente, gli USA sembrano non interessarsi della questione e Russia e Cina chiudono contratti da anni con dittatori, capi tribù, generali di eserciti.

In Italia facciamo fatica a distinguere i migranti economici dai rifugiati: alcuni Paesi africani, seppur ufficialmente non in guerra, vivono delle dinamiche interne complesse. La Nigeria è infestata da estremisti islamici pronti ad assaltare chiese e trucidare i fedeli di cristo e la distribuzione delle ricchezze in un continente opulento come l’Africa è una chimera irraggiungibile.

Il motto di qualche sovranista di turno – “Aiutiamoli a casa loro” – non ha alcun senso. Per aiutarli a casa loro dovremmo quantomeno essere presenti ed essere accettati dalle popolazioni autoctone, che ben ricordano la ferocia del colonialismo. I francesi, per secoli padroni indiscussi insieme agli inglesi, riducono i loro contingenti, si asserragliano nelle ambasciate e negli ultimi avamposti, e con sempre maggiore velocità perdono terreno.

Il Sud Africa è uno dei Paesi fondatori del gruppo BRICS e anche altri Stati africani vorrebbero aderire, dando un segnale inequivocabile all’Occidente: vogliamo trattare con chi riteniamo opportuno, senza influenze esterne! L’Occidente non ha più presa, non riesce ad imporre una linea, si trova disarmato dinnanzi ad una marea umana di gente che scappa.

L’Europa, per i migranti, è la terra promessa, il luogo in cui realizzare i propri sogni. Ma il vecchio continente è un gigante stanco, senza più idee, che bofonchia qualche sillaba e serra i suoi confini, dilaniato da un individualismo lontano anni luce dallo spirito di Ventotene.

L’Italia dei duri e puri, dei blocchi navali, della tolleranza zero annega in un fiume di parole con le sue coste violate dalla disperazione, con decreti spot e accordi internazionali inconsistenti. La Tunisia è emblematica: Meloni, Von der Leyen e Rutte offrono soldi a Saied, il quale chiede un impegno importante per ottenere un cospicuo prestito dal FMI. Risultato? I barconi ricolmi di afflitti continuano a partire dalla Tunisia.

Erdogan, sul fronte orientale, ricatta l’UE facendosi pagare fior di miliardi per arginare il flusso migratorio, costringe capi di governo a venerare il sultano, fa affari con chiunque, si ritaglia il ruolo di mediatore. Intanto la democrazia in Turchia langue, i diritti civili si sciolgono come neve al sole e i siriani restano imbottigliati in lande desolate, vivendo da rinnegati.

Le elezioni europee sono in vista e le destre avanzano inesorabilmente: Germania e Francia, guidate rispettivamente da un socialdemocratico e da un riformista, si chiudono a riccio, invocano Dublino, perseguono una politica del tutto simile ad AFD e Rassemblement National. Scholz e Macron, due leader sul viale del tramonto, difendono le loro nazioni dall’invasione, lasciando l’Italia sola nel fronteggiare l’esodo.

Meloni vive la sua prima reale crisi d’identità, è attorniata da Ministri che utilizzano la loro posizione per gonfiare le vele della campagna elettorale, la sua squadra non è all’altezza delle sfide da vincere. La classe dirigente di Fratelli d’Italia guarda al dito mentre Giorgia Meloni indica la luna e le speculazioni politiche erodono l’azione di Governo.

La Premier, schiacciata a destra, non trova canali di comunicazione con Francia e Germania e la carica di Presidente dei conservatori europei non aiuta a rasserenare gli animi. Con il gruppo di Visegrád non si può costruire un dialogo, i socialisti temono l’irrilevanza nel prossimo quinquennio a Bruxelles e Strasburgo, i popolari non hanno una visione comune sul futuro dell’Europa e il caos regna sovrano tra movimenti tellurici del sistema, inflazione, recessione alle porte e qualche segnale inquietante di stagflazione. Ricette miracolose all’orizzonte non si prospettano e la guerra in Ucraina suscita crescenti malumori tra i cittadini.

Per non farci mancare niente, gli USA andranno ad elezioni e Trump potrebbe tornare alla Casa Bianca con la sua “America First”.

Le opposizioni in Italia hanno il respiro corto, discutono di massimi sistemi dell’universo, trattano il dramma del mondo del lavoro come se si stesse parlando della sagra della porchetta, non hanno una linea univoca su temi cruciali, avanzano in ordine sparso cercando di accaparrarsi lo zero-virgola nei sondaggi: l’alternativa non c’è, non si vede, e quando la si ascolta è vacua e senza contenuti. Chi ha studiato la storia pensa ad un aventinismo culturale e lo sconforto si mescola all’impotenza.

Viviamo tempi grami, facciamocene una ragione e cerchiamo di reagire. Altrimenti, dalla democrazia alla democratura il passo potrebbe essere breve e non sempre piacevole.

 

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