L’intervista è arrivata nel giorno in cui le indiscrezioni parlavano di un possibile vertice diretto a Doha, e le ha spente una per una. Sabato 31 ottobre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto ad Al Jazeera che Teheran «non nega le pressioni economiche, ma non si arrenderà né abbandonerà la propria dignità», secondo i resoconti dell’intervista ripresi dai media arabi. E soprattutto: non è previsto alcun incontro con funzionari statunitensi. Le voci di un faccia a faccia con gli americani, circolate in mattinata attraverso il quotidiano Al-Araby Al-Jadeed, per Araghchi sono «speculazioni mediatiche». Nell’intervista c’è dunque un messaggio in due tempi: la pressione c’è e si sente, ma non compra la resa; e la trattativa, se mai ci sarà, comincia dalle condizioni iraniane, non dal calendario di Washington.
Le condizioni di Teheran, una per una
Secondo i resoconti arabi dell’intervista, Araghchi ha elencato le condizioni che Washington dovrebbe accettare prima di qualsiasi colloquio: la revoca delle sanzioni imposte dopo il memorandum di Islamabad, la riduzione delle forze americane nella regione, il ripristino delle esenzioni che consentono all’Iran di vendere il proprio petrolio, lo sblocco di tutti i fondi iraniani congelati all’estero, compresi quelli detenuti in Qatar, e la fine della guerra su tutti i fronti, Libano incluso. Su Hormuz, ha aggiunto, l’unica proposta sul tavolo è quella iraniana, che chiede il riconoscimento della nuova rotta di navigazione concordata con l’Oman e la chiusura delle altre: il Qatar aveva suggerito di ridurne i tempi di attuazione a cinque giorni, la versione attuale li porta a due. Solo dopo l’accettazione americana di questo pacchetto Teheran deciderà se sedersi a colloqui diretti o indiretti. Nel frattempo il lavoro continua a Doha, ma senza americani: una delegazione iraniana è nella capitale qatariota per proseguire i colloqui con i mediatori, e Araghchi ha confermato che i mediatori del Qatar e del Pakistan stanno ancora consultandosi sulle condizioni iraniane; il suo vice è in Qatar e i mediatori hanno presentato proposte sul nucleare, allo studio per una seconda fase.
Che la pressione ammessa dal ministro sia reale lo dicono i numeri che Washington stessa rivendica: secondo il Tesoro americano, citato dai media, l’Iran non carica petrolio sulle navi dal 25 agosto, la moneta nazionale ha perso da fine agosto circa un quarto del suo valore e l’inflazione annua a settembre era intorno al 90%. Sono cifre del governo americano, non verificate in modo indipendente, ma la loro sostanza l’ha ammessa in estate lo stesso presidente iraniano Masoud Pezeshkian, commentando alla televisione di Stato le voci secondo cui le sanzioni non avrebbero effetto: «Ad alcune persone che lo sostengono, davvero non so cosa dire».
L’unico binario reale: la lettera di Vance
Se il vertice di Doha è smentito, il canale che resta è quello epistolare. Secondo Reuters, Araghchi ha detto ad Al Jazeera che Teheran ha studiato con attenzione la lettera del vicepresidente JD Vance e l’ha discussa in riunioni ai massimi livelli; nella stessa intervista ha definito un «passo positivo» il tentativo di Washington di aprire un dialogo. Con un’avvertenza: se lo scopo della lettera è seminare divisioni, sarebbe «un nuovo errore che si aggiunge ai precedenti». La lettera — ricevuta domenica 25 ottobre da Mohsen Rezaei tramite i mediatori qatarioti — resta coperta dalla disputa americana sulla sua portata: New York Times e Wall Street Journal hanno scritto che Vance offriva la ripresa dei colloqui di pace; Trump ha smentito, sostenendo che la proposta riguardava solo l’ingresso di forniture mediche. Quale delle due versioni sia quella vera, a Teheran la lettera viene trattata come il solo segnale concreto arrivato da Washington: tutto il resto, vertici annunciati inclusi, per ora è rumore.
La posta: il voto americano e il dopo
Il tempismo non è casuale. Martedì 3 novembre gli Stati Uniti votano per le elezioni di medio termine, e intorno a quella data ruotano le voci — finora senza conferme ufficiali — di una possibile operazione americana contro l’Iran subito dopo il voto. L’intervista di Araghchi si inserisce in questo scambio di segnali: Teheran fissa pubblicamente il proprio prezzo prima che Washington chiuda la campagna elettorale, e avverte che la pressione economica, pur ammessa, non ha prodotto l’effetto che la Casa Bianca cercava. Lo stallo, né pace né guerra, può finire in due modi: con un progresso nei colloqui o con nuovi attacchi. Dopo l’intervista, la prima delle due uscite sembra più lontana di quanto le voci del mattino lasciassero credere: il tavolo di Doha esiste, ma a sedervisi per ora sono solo i mediatori.
Fonti
Defa Press — وزير الخارجية الإيراني: لا نرى حاجة للقاء الأمريكيين حالياً (31 ottobre 2026)
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