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Italia

Manovra, la scuola prepara la risposta: sindacati compatti verso la mobilitazione, 6.974 posti in meno dal 2027

Federico Galli 6 min di lettura

Stamattina i segretari di tutte le sigle rappresentative si sono dati appuntamento per decidere le forme della protesta contro l'articolo 66: 4.925 docenti e 2.049 Ata cancellati dal settembre 2027, 14.808 in tre anni con i tagli precedenti. Il governo risponde con Zangrillo e con l'argomento della denatalità, ma dentro la maggioranza c'è chi chiede correzioni e dal ministero trapela sorpresa

Riassunto dell'articolo

I sindacati della scuola si sono riuniti la mattina del 3 novembre per decidere le forme di una mobilitazione potenzialmente unitaria contro l'articolo 66 della Manovra 2027, che dal 1° settembre 2027 riduce gli organici di 4.925 docenti e 2.049 unità di personale Ata, con un risparmio stimato in circa 252 milioni di euro l'anno dal 2028. Sommando i tagli della Manovra 2025, il totale arriva a 14.808 posti in tre anni scolastici. Tutte le sigle rappresentative — Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda e Anief — contestano la misura, insieme alle associazioni dei dirigenti scolastici; la Flc Cgil ha già aderito allo sciopero generale del 20 novembre. Il governo difende la norma con l'argomento della denatalità e delle immissioni in ruolo, ma nella maggioranza si registrano aperture a correzioni e dal ministero dell'Istruzione trapela sorpresa per la norma.

I tagli alla scuola della Manovra 2027 hanno prodotto l’effetto che i sindacati inseguivano da anni: il fronte compatto. Stamattina i segretari generali delle organizzazioni rappresentative — Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda, Anief — si sono dati appuntamento per decidere le forme di una protesta che potrebbe diventare unitaria, e nel pomeriggio sono attese le modalità. Contro di loro non c’è una sigla o un partito: c’è il comma 5 dell’articolo 66 del disegno di legge di Bilancio, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre e ora all’esame della Camera.

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I numeri, dalla relazione tecnica: dal 1° settembre 2027 spariscono 4.925 posti nell’organico dell’autonomia dei docenti e 2.049 posti nelle dotazioni del personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Totale 6.974 unità, per un risparmio di 83,9 milioni nel 2027 e di circa 252 milioni di euro l’anno dal 2028. È il secondo intervento in due manovre: quella del 2025 aveva già tagliato 5.660 docenti e 2.174 Ata. Sommando le due operazioni, il conto fatto dalla Uil Scuola e ripreso dalle altre sigle arriva a 14.808 posti in meno in tre anni scolastici, 10.585 docenti e 4.223 Ata. Lo stesso articolo 66, del resto, sta nel capitolo della Manovra dedicato ad assunzioni e pubblico impiego: al suo interno c’è anche la stretta sul turnover, ridotto al 75% nel 2027 e riportato al 100% nel 2028, che secondo Angelo Bonelli (Avs) consentirà di sostituire solo tre dipendenti su quattro tra università, enti di ricerca, ministeri e agenzie.

«Non facciamo sconti a nessuno»: il fronte delle sigle

Alla vigilia dell’incontro, le posizioni erano già tutte sul tavolo e tutte convergenti. Ivana Barbacci, segretaria della Cisl Scuola: «Quasi 7 mila posti in meno tra docenti e Ata dal 2027 sono inaccettabili, non facciamo sconti a nessuno, ci aspettiamo un ripensamento». Giuseppe D’Aprile, segretario generale della Uil Scuola, che il 2 novembre ha chiesto con Ivana Veronese, segretaria confederale della Uil, un incontro urgente al ministro: «La denatalità non può diventare un pretesto per ridurre il personale scolastico». Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil — la sigla che ha già aderito allo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 20 novembre — parla di «confermata ostilità del governo nei confronti della scuola pubblica» e contrappone i tagli al rifinanziamento, all’articolo 104, del buono da 1.500 euro per le scuole paritarie, oltre all’assenza di stanziamenti per il rinnovo del contratto 2025-2027. Vito Carlo Castellana, coordinatore nazionale della Gilda: il testo approvato «è l’ennesima beffa, siamo pronti alla mobilitazione». Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, lega tutto al ritiro della misura: «Se il Governo non dovesse ritirare i 7.000 tagli agli organici si andrà verso la mobilitazione». E con le sigle si sono schierate le associazioni dei dirigenti scolastici, Anp e DirigentiScuola: chi le scuole le deve far funzionare contesta la scelta che ne riduce l’organico.

La linea del governo e le crepe nella maggioranza

La difesa ufficiale è passata dal ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, intervistato da Il Messaggero: «L’opposizione cavalca la polemica gridando ai tagli, ma i dati raccontano un’altra storia: ogni anno immettiamo in ruolo oltre 50 mila figure tra docenti, insegnanti di sostegno e personale Ata». Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, collega la misura agli impegni assunti con l’Unione europea nel Pnrr e cita un calo degli studenti dell’1,5% a fronte di una copertura del turnover del 99,5%. La senatrice di FdI Ella Bucalo precisa che la norma riguarda l’organico di potenziamento introdotto dalla riforma del 2015 e che non comporta licenziamenti: i posti si riducono per mancata sostituzione, non per espulsione di chi lavora.

Ma la maggioranza non è un blocco unico. Mario Pittoni, responsabile Istruzione della Lega, ha detto che la previsione dei tagli «non mi entusiasma» e ha auspicato correzioni da affrontare nelle prossime settimane. Matteo Salvini, che a fine ottobre aveva difeso Valditara («ha fatto miracoli»), oggi a Eicma ha ammesso: «No, io non ne sapevo niente», aggiungendo che «come Lega qualche proposta la faremo». E la Tecnica della Scuola riferisce che dal ministero dell’Istruzione e del Merito «trapela sorpresa» per la norma, e che in vista del passaggio parlamentare si starebbe già lavorando: se così fosse, l’articolo 66 sarebbe nato al Tesoro più che al ministero che dovrà applicarlo. Il ministro Giuseppe Valditara, nelle cronache del fine settimana, non aveva ancora replicato nel merito.

La posta vera: che cosa fare del calo degli studenti

Il nodo di fondo è uno scontro di letture sulla denatalità. Per il governo e la maggioranza, meno studenti significa che l’organico può scendere senza che il servizio peggiori: il rapporto tra docenti e studenti, con le immissioni in ruolo che proseguono, non si deteriora. Per sindacati e opposizioni il calo demografico è l’occasione opposta: ridurre gli alunni per classe, assorbire una parte dei circa 200mila supplenti che tengono in piedi la scuola ogni anno e migliorare le condizioni di lavoro di un personale tra i meno pagati della pubblica amministrazione. Su questo si giocherà la partita parlamentare delle prossime settimane, mentre la sessione di Bilancio è aperta e gli emendamenti possono ancora cancellare o ammorbidire il comma 5. I sindacati hanno già fissato il primo appuntamento: il 20 novembre, con lo sciopero generale a cui la Flc ha aderito e a cui gli studenti si uniranno. Se oggi il fronte resterà unito anche nelle forme, per il governo la scuola diventerà il fronte interno più costoso della Manovra.

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Federico Galli
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