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Geopolitica

Gli Usa bombardano Qeshm e non lo annunciano: a Hormuz la guerra continua in silenzio, tra raid “difensivi” e trattative

Antonio Antipari 5 min di lettura

Lunedì le forze americane hanno colpito l'isola iraniana davanti allo stretto: nel mirino le batterie terra-aria dei Pasdaran che minacciavano aerei e navi Usa. Il Pentagono non commenta, il CENTCOM tace, e secondo il Wall Street Journal questi raid vanno avanti da settimane senza essere annunciati

Riassunto dell'articolo

Lunedì 2 novembre gli Stati Uniti hanno colpito l'isola iraniana di Qeshm, allo stretto di Hormuz: funzionari americani hanno confermato a Reuters raid limitati e "difensivi" contro le postazioni terra-aria iraniane che minacciavano mezzi Usa. L'agenzia iraniana IRNA aveva riferito di diverse esplosioni sull'isola. Secondo il Wall Street Journal, che ha dato per primo la notizia, raid americani limitati contro l'Iran vanno avanti da settimane senza annunci ufficiali, per non segnalare la ripresa di operazioni di combattimento su larga scala. Il Pentagono ha rinviato al CENTCOM, che non ha commentato. I Pasdaran hanno rivendicato l'abbattimento di un drone MQ-9 a est di Hormuz, affermazione non verificata in modo indipendente. L'episodio arriva mentre proseguono i contatti negoziali tra Washington e Teheran e alla vigilia del voto di midterm.

Le esplosioni le ha annunciate l’Iran. L’agenzia statale IRNA ha riferito lunedì di diverse esplosioni sull’isola di Qeshm, la più grande del Golfo Persico, piantata davanti all’imbocco dello stretto di Hormuz. Poche ore dopo è arrivata la conferma americana, ma a mezza voce: un funzionario degli Stati Uniti ha detto a Reuters che le forze americane hanno colpito l’isola, che i raid sono stati limitati e che non segnano la ripresa di operazioni di combattimento su larga scala. Un secondo funzionario ha spiegato la ragione ufficiale: misure difensive contro gli iraniani che impiegavano missili terra-aria contro mezzi americani. Fox News, citando funzionari, ha aggiunto che gli iraniani avevano sparato contro un aereo degli Stati Uniti.

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Nessun comunicato, nessuna rivendicazione pubblica. Il Pentagono ha rinviato ogni domanda al CENTCOM, il comando americano per il Medio Oriente, che alle richieste di commento non ha risposto. L’attacco americano sull’isola di Qeshm esiste perché lo confermano funzionari anonimi alle agenzie, non perché Washington lo abbia annunciato.

Non è un episodio: i raid vanno avanti da settimane

A dare per primo la notizia è stato il Wall Street Journal, e il dettaglio più importante del suo resoconto non è Qeshm. È la serie: l’attacco di lunedì, scrive il quotidiano citando funzionari americani, è soltanto l’ultimo di una serie di raid limitati che Washington conduce contro l’Iran da settimane. Raid mai annunciati, e tenuti riservati per una ragione precisa: non segnalare l’intenzione di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala.

È la fotografia di una guerra che formalmente è finita e sostanzialmente no. Gli ultimi attacchi americani dichiarati sul territorio iraniano risalgono a cavallo tra agosto e settembre, contro i lanciarazzi di Larak; dall’autunno lo stretto è teatro di una guerra delle petroliere, con il blocco navale americano in vigore dal 14 luglio e i Pasdaran che minacciano il traffico commerciale. In mezzo, Washington colpisce le postazioni che possono chiudere lo stretto — batterie terra-aria, radar, basi navali dei Guardiani della Rivoluzione — ma lo fa sotto la soglia dell’annuncio, un raid alla volta. Come abbiamo raccontato ieri, nel Golfo stanno convergendo tre gruppi portaerei: la pressione militare cresce, la decisione politica resta sospesa.

La versione di Teheran e il drone che nessuno conferma

Da parte iraniana, le esplosioni sono l’unico fatto riconosciuto. Sui danni e su eventuali vittime Teheran non ha detto nulla. I Guardiani della Rivoluzione hanno invece rivendicato l’abbattimento di un drone americano MQ-9 a est dello stretto di Hormuz, e di aver preso il controllo, con la guerra elettronica, di due droni da ricognizione MQM-170 a sud di Qeshm; ma l’affermazione non è verificata in modo indipendente e da parte americana non è arrivata nessuna conferma. Va registrata per quello che è: una rivendicazione di guerra in un teatro dove ogni episodio ha due versioni e nessuna verifica sul campo.

Anche la sequenza resta da chiarire. La versione americana dice che i raid hanno risposto al fuoco terra-aria iraniano contro mezzi degli Stati Uniti; la tempistica con le esplosioni riferite dall’IRNA rende plausibile che l’episodio del drone e quello delle batterie siano lo stesso scontro raccontato dalle due sponde. Ma nessun elemento indipendente consente, per ora, di fissare chi ha sparato per primo.

Colpire senza riaprire la guerra, trattare senza fermarla

Il punto politico è il dosaggio. Washington deve tenere aperto uno stretto da cui passa una quota decisiva del petrolio mondiale, e deve impedire ai Pasdaran di attaccare le navi commerciali a piacimento, come hanno spiegato al Wall Street Journal alcuni funzionari americani. Ma deve farlo senza riaprire la guerra su larga scala, sospesa dal memorandum di giugno: un attacco annunciato, con bilancio e rivendicazione, costringerebbe Teheran a rispondere in modo visibile e farebbe saltare i contatti negoziali che pure proseguono.

I contatti, infatti, non si sono mai interrotti. Domenica i negoziatori iraniani hanno lasciato Doha, lunedì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha ripetuto che «la palla è ora nel campo americano» e che il piano iraniano — fine del blocco dei porti, riapertura di Hormuz, licenze per la vendita del petrolio — potrebbe essere attuato in due giorni. Lo stesso lunedì, a Washington, Trump chiudeva la campagna per le midterm. La Casa Bianca non ha mai nascosto che la decisione sull’Iran è rimandata a dopo il voto di oggi: i raid silenziosi di queste settimane sono il modo per arrivare a quel voto senza perdere lo stretto e senza concedere a Teheran un successo da esibire.

C’è un prezzo, ed è la trasparenza. Una campagna di bombardamenti condotta attraverso conferme anonime alle agenzie, senza comunicati e senza bilanci, sottrae la guerra al controllo pubblico proprio mentre il Congresso che dovrebbe vigilarla viene rinnovato. E c’è un rischio operativo: ogni raid “difensivo” può produrre l’incidente — un aereo colpito, una nave affondata, morti americani — che trasforma la guerra silenziosa in guerra aperta, con i tempi dettati dall’incidente e non dalla strategia. Per ora il meccanismo regge: Teheran incassa e tace sui danni, Washington colpisce e tace sui raid. È un equilibrio costruito sul silenzio di entrambe le parti, e basta un episodio più grande degli altri per romperlo.

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