Tre petroliere in fiamme nello Stretto di Hormuz, secondo Teheran una di loro finita su una mina con 2 milioni di barili di greggio a bordo, e un mezzo navale senza equipaggio americano che l’Iran dice di aver distrutto nella parte orientale dello stretto. Tra giovedì e venerdì, a pochi giorni dalle elezioni di medio termine degli Stati Uniti e a otto mesi dall’inizio della guerra tra Washington e Teheran, lo scontro è tornato sul passaggio da cui transita il petrolio del Golfo. Le conferme indipendenti sono poche e le versioni si contraddicono: a Hormuz si combatte ormai anche sui bollettini.
I fatti, con le cautele dovute
L’unico episodio confermato da una fonte terza è quello segnalato dall’UKMTO, l’organismo britannico per la sicurezza del trasporto marittimo: giovedì, a 25 miglia nautiche a nord-est di Khasab, in Oman, una petroliera è stata colpita da ordigni esplosivi applicati da un piccolo barchino. L’incendio è stato spento, l’equipaggio è salvo e la nave ha proseguito verso il porto successivo. Secondo tre fonti di sicurezza marittima sentite da Reuters è la Louise 1, bandiera panamense, colpita con mine magnetiche: il primo attacco riuscito di questo tipo nella zona dall’inizio della guerra. Il resto è materia di annunci iraniani, riportati da Reuters con l’avvertenza di non averli potuti verificare. In una prima comunicazione, la marina dei Guardiani della rivoluzione ha detto che due petroliere erano rimaste coinvolte in incidenti e si erano fermate nelle acque a sud dello stretto, dopo aver ignorato gli avvisi radio e tentato di usare una rotta che Teheran descrive come non autorizzata. I media statali iraniani hanno poi alzato il conto: tre petroliere avrebbero preso fuoco e sarebbero esplose sulle rotte vietate, e una di esse — quella con 2 milioni di barili a bordo — avrebbe colpito una mina. Secondo gli IRGC, le navi avevano violato i regolamenti iraniani spegnendo i sistemi di tracciamento e navigando in acque vietate nonostante gli avvisi.
Nello stesso pacchetto di annunci, Teheran ha rivendicato la distruzione, venerdì mattina, di un mezzo di superficie senza equipaggio degli Stati Uniti a est dello stretto. Da parte militare americana non è arrivata nessuna conferma immediata, e Reuters non è stata in grado di verificare la rivendicazione. Le versioni iraniane, del resto, non coincidono nemmeno tra loro: due navi fermate a sud dello stretto nella prima nota, tre in fiamme ed esplose in quella successiva.
La guerra delle mine: il CENTCOM dice falso, Teheran chiede le prove
Lo scontro sulle mine non nasce oggi. Mercoledì 28 ottobre il Comando centrale americano aveva dichiarato falsi i resoconti, diffusi dai media controllati dall’Iran, di navi commerciali finite sulle mine nello stretto, e aveva affermato che le forze statunitensi avevano liberato le rotte principali. I Pasdaran hanno respinto la versione e rilanciato: il loro portavoce, il generale Hossein Mohebi, ha sfidato Washington a dimostrare con prove indipendenti, e non con un comunicato, che lo stretto è stato sminato, sostenendo che la realtà di Hormuz si decide «in aria, sulla terra e in mare», non nelle sale stampa americane. È lo schema che si ripete a ogni incidente: Teheran rivendica, Washington smentisce o tace, e nessuna delle due parti mostra le prove. Per gli armatori e per le assicurazioni, però, conta il risultato: nello stretto il rischio resta.
Il petrolio prezza l’escalation
I mercati non aspettano le verifiche. Venerdì il Brent con consegna dicembre è salito del 2% circa a 117 dollari al barile, e si avvia a chiudere ottobre con un rialzo intorno al 13%: il quarto mese consecutivo in aumento, perché gli operatori — come ha spiegato a Reuters Saul Kavonic, responsabile della ricerca energetica di MST Marquee — vedono «un’azione cinetica continua intorno allo Stretto di Hormuz, insieme ai dubbi su una via diplomatica praticabile», che tiene i prezzi elevati «nell’attesa di un’escalation del conflitto nelle prossime settimane». Il fronte, intanto, si allarga: giovedì gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro siti petroliferi sauditi, compresa la più grande raffineria del regno, Ras Tanura, mentre la coalizione a guida saudita ha detto di aver intercettato un missile da crociera lanciato verso l’ovest dell’Arabia Saudita.
Il calendario di Trump si restringe
Dietro gli incidenti di venerdì c’è una data: il 3 novembre. Donald Trump ha promesso l’8 ottobre che non avrebbe attaccato l’Iran prima delle midterm, e Teheran sta usando la finestra per dettare il ritmo nello stretto. Ma il piano militare, nel frattempo, è pronto: giovedì il comandante del CENTCOM, l’ammiraglio Brad Cooper, ha presentato di persona a Trump le opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran, mentre il ponte aereo americano verso Israele continua e la portaerei Theodore Roosevelt è in viaggio per dare il cambio alla George Washington sulla linea del blocco nel Mare Arabico. Gli Stati del Golfo sono già stati avvertiti che, se si partirà dopo il voto, sarà una campagna «breve e intensa».
Ogni petroliera in fiamme restringe il bivio americano. Se Trump lascia correre, è Teheran a scrivere le regole dello stretto e a incassare il dividendo del petrolio a 117 dollari. Se reagisce, smentisce la promessa fatta ai suoi elettori alla vigilia del voto.
Fonti
- Reuters (via Business Recorder), 30 ottobre 2026: le rivendicazioni dei Pasdaran
- Reuters (via Jerusalem Post), 30 ottobre 2026: la segnalazione UKMTO e la Louise 1
- WANA, 29 ottobre 2026: la replica di Mohebi al CENTCOM
- The Maritime Executive: il cambio tra Roosevelt e George Washington
- Reuters, Anna Hirtenstein (via Yahoo Finance), 30 ottobre 2026: il Brent, Kavonic e gli Houthi
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