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Italia

Giorgetti rompe: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista»

Federico Galli

Dal palco del congresso di Milano il ministro dell'Economia si schiera con la linea del Nord, difende la Lega delle identità e dice che in squadra devono salire quelli che producono consenso. Mentre i delegati votano a scrutinio segreto tra Salvini e Garavaglia.

Riassunto dell'articolo

Analisi dell'intervento di Giancarlo Giorgetti al congresso straordinario della Lega a Milano del 25 ottobre 2026: la distinzione tra Lega nazionale e Lega nazionalista, la richiesta di far salire in squadra chi produce consenso, il nuovo simbolo Italia federale, sullo sfondo del voto segreto Salvini-Garavaglia concluso con la riconferma di Salvini (465 voti contro 146).

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La frase che resterà di questa domenica all’Allianz MiCo di Milano non l’ha detta né il segretario uscente né lo sfidante. L’ha detta il ministro dell’Economia, dal palco, prima che i delegati votassero a scrutinio segreto tra Matteo Salvini e Massimo Garavaglia: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista: sono due cose diverse. Credo nella Lega delle identità».

Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, Giorgetti ha aggiunto altre due frasi che chiudono il cerchio. Sull’identità politica, rivendicata da Luca Zaia come «né di destra né di sinistra», ha risposto: «Io sono conservatore». E sul rapporto tra governo e movimento ha avvertito: «Una cosa deve essere chiara: senza la Lega di lotta non si va al governo», invitando a evitare «il circolo vizioso, quando stai troppo al governo ti atrofizzi, diventa tremendamente difficile tornare a essere di lotta. Dobbiamo trovare il giusto mix».

Il Foglio, nella sua cronaca del congresso, riporta anche altre due battute dell’intervento: «La diversità è un valore» e «ci sono cose che non vanno», accanto alla stessa distinzione: «io non credo nella Lega nazionalista». Il Foglio lo legge come uno schieramento a favore di Garavaglia. Non è un sostegno formale, perché Giorgetti non ha indicato lo sfidante come candidato da votare, ma è uno schieramento di linea: la Lega che Giorgetti descrive è quella dei territori e delle identità, non quella che fa della Nazione un’etichetta ideologica.

In squadra chi produce consenso

Il passaggio più concreto dell’intervento non riguarda le etichette, ma il criterio con cui scegliere la squadra. «Va tutto bene? No, non va tutto bene. Lo percepiamo chiaramente che abbiamo dei problemi. Siamo qua per migliorare», ha detto Giorgetti, secondo le cronache dell’ANSA e di Io24. Poi l’esempio che fa capire dove guarda: a Marti, segretario della Lega in Puglia, «è chiaro che tu sei contento se fai un 8%». Il problema, ha continuato, «è se a Bergamo, dove erano abituati a fare il 50%, fanno il 20% e si incazzano e si chiedono perché. E allora come si fa a recuperare? Qui si è parlato di squadra. Io dico semplicemente: facciamo salire in squadra quelli che hanno dimostrato sul territorio di riuscire a produrre consenso».

È la fotografia di una Lega che perde dove era forte e si accontenta dove era debole, e che per Giorgetti deve tornare a misurarsi con i voti presi, non con la fedeltà alla segreteria. La chiusura è nel suo stile: «Si è parlato di gioco all’attacco, io purtroppo ho sempre giocato in porta, fa parte del mio carattere. Se vi serve un portiere ci sarò, sennò avanti gli altri». Un ministro dell’Economia che si offre come portiere, non come attaccante: la metafora dice che il suo posto è difendere la porta del governo, non guidare la carica congressuale.

Il secondo segnale della mattinata: addio a «Salvini premier», arriva «Italia federale»

La mattinata del congresso ha prodotto un secondo segnale, sul simbolo. Lo ha presentato lo stesso Salvini dal palco: la scritta Lega in alto, l’Alberto da Giussano al centro e, al posto di «Salvini premier», la dicitura «Italia federale». «Proporrò questo simbolo, senza il mio nome», ha detto, richiamando «un simbolo che utilizzò Bossi nel 1994». Secondo le cronache, il cambio è legato anche alla nuova legge elettorale, che prevede l’indicazione del candidato premier della coalizione. Il Foglio aggiunge un’osservazione di colore, da attribuire al giornale: il simbolo non sarebbe particolarmente gradito al Sud, perché l’Albertino è il simbolo del Nord e questa Lega di Salvini, scrive Il Foglio, è ormai «forza Durigon, forza sud».

Il ritorno a «Italia federale» non è un dettaglio grafico. È il lessico delle origini bossiane, quello che parla di territori e di autonomia prima che di un’etichetta nazionale. E arriva nello stesso congresso che ha approvato, il giorno prima, i nuovi organi di partito: una segreteria politica fino a 9 componenti e un coordinatore federale delle segreterie, entrambi scelti dal leader, che potrà revocarli. Struttura più accentrata nelle mani del segretario, simbolo più federale nel nome, proposto dal segretario stesso: la contraddizione è il congresso.

Garavaglia e Salvini, due risposte diverse dal palco

Garavaglia, intervenuto prima di Salvini, ha risposto a suo modo alla linea di Giorgetti. Ha detto che, se vincesse, vorrebbe «al mio fianco, e davanti a me, questi fuoriclasse: Zaia, Durigon, Giorgetti, ovviamente Matteo Salvini. Noi i fuoriclasse li abbiamo». Ha assicurato che «non ci sarà nessuna rappresaglia, nessuna punizione, nessuna lista nera: siamo una famiglia». E ha messo i numeri sul tavolo: «abbiamo preso l’8,8% alle elezioni e non siamo cresciuti. Dobbiamo crescere», con l’obiettivo dichiarato di invertire la direzione: «dobbiamo svegliarci».

Salvini, dal canto suo, ha ringraziato Garavaglia per aver offerto «la possibilità di fare un dibattito nell’unica sede in cui è opportuno fare un dibattito», e ha pronunciato la frase che chiude ogni congresso di famiglia: «come per Massimo per me da 36 anni la Lega è la mia famiglia». Garavaglia aveva raccontato che gli imprenditori gli dicono «salutami Giorgetti e ringrazialo». Salvini ha risposto così: «ai complimenti a Giorgetti che faccio anche io, se ci votassero non farebbe schifo… la pacca sulla spalla alla Lega e il voto per qualcun altro non ci fa salvare le fabbriche dall’Ue». Alla linea del ministro, però, nessuno dei due ha risposto nel merito. E il ministro aveva già fatto il suo: aveva detto in pubblico, nel giorno del voto, che la diversità interna è un valore e che la Lega nazionalista non è la sua Lega.

La resa dei conti era già cominciata prima del voto

Il congresso di Milano non ha aperto la resa dei conti. L’ha solo messa in scena. Nei giorni precedenti, secondo la ricostruzione del Corriere della Sera ripresa da più testate, in un appunto informale sui probabili candidati lombardi alle prossime elezioni politiche non compariva il nome di Giancarlo Giorgetti, e non compariva nemmeno quello di Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e punto di riferimento dell’ala nordista. Salvini ha respinto l’indiscrezione definendola fatta di «fantasie, bugie e falsità». Resta il fatto, verificabile, che a presiedere i lavori del congresso non è stato Giorgetti, come nelle precedenti occasioni, ma Lorenzo Fontana, presidente della Camera.

A complicare il quadro, sempre prima del congresso, è arrivato un esposto alle Procure di Roma e di Milano sulla gestione della vecchia Lega Nord, promosso dall’ex segretario romagnolo Gianluca Pini, che contesta la mancata convocazione del congresso della vecchia Lega Nord e solleva interrogativi sulla gestione del 2 per mille a essa destinato: ipotesi che spetterà alla magistratura verificare. E in sala, durante la prima giornata, lo scontro si è fatto personale: il senatore Marco Dreosto, segretario del Carroccio in Friuli Venezia Giulia, ha attaccato Romeo dicendo che «non si può mettere in discussione un segretario per quelle che sono diatribe personali interne». Romeo ha replicato a muso duro: «Non ci vota più nessuno», e, secondo il Fatto Quotidiano: «Il problema non è dentro la Lega ma è la gente fuori che non ci vota più».

La resa dei conti, secondo Repubblica, è solo rinviata: dopo il congresso i fedelissimi di Salvini al Senato sarebbero pronti a raccogliere le firme per far saltare Romeo da capogruppo. Una notizia riportata, non un atto compiuto: al momento della scrittura nessuna rimozione era avvenuta. Ma il senso è chiaro. Il congresso non chiude la frattura con un voto: la sposta a dopo il voto, con un capogruppo nordista nel mirino e un ministro dell’Economia che ha dovuto difendere dal palco la sua stessa idea di partito.

Zaia, il più applaudito, e il Nord che chiede un contenitore

Il terzo protagonista del congresso non era candidato a nulla, ed è stato il più applaudito. Luca Zaia, secondo Repubblica, «punge ma non affonda»: «Basta sovranismo» e più coraggio sul fine vita, con la richiesta di far tornare il Carroccio a essere un partito liberale. Alla fine dell’intervento, scrive Repubblica, molte persone si sono avvicinate a lui. È lo stesso Zaia che Claudio Durigon, vicesegretario uscente e salviniano di ferro, ha chiesto di far entrare nella nuova segreteria politica, per «metterci la faccia» e blindare il dissenso nordista dentro la squadra del vincitore. Zaia, finora, ha tentennato.

Dietro Zaia c’è il fronte che il congresso non ha sciolto: i governatori del Nord — Attilio Fontana in Lombardia, Massimiliano Fedriga in Friuli Venezia Giulia, Maurizio Fugatti in Trentino — e il progetto di Associazione del Nord lanciato da Fontana, con Romeo tra gli alleati, che chiede una gestione più collegiale del partito e il rilancio della questione settentrionale. E c’è, sullo sfondo, un contenitore già pronto: il Comitato per il Congresso federale, nato per ottenere dal commissario Igor Iezzi la convocazione del congresso della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, fermo da nove anni. Secondo Sky Tg24, l’obiettivo non è nostalgia: è avere un partito politico, quello fondato da Bossi e congelato negli anni della restituzione dei 49 milioni di euro, già utilizzabile per le prossime politiche. Tra i nomi indicati come potenzialmente coinvolti: Romeo e Fontana, Fedriga, Zaia e Riccardo Molinari. E, aggiunge Sky Tg24, dovrebbe scegliere in quale partito collocarsi «anche un pezzo da novanta come Giancarlo Giorgetti».

È questo il quadro in cui va letto l’intervento di Giorgetti. Non una battuta isolata di un ministro, ma la voce pubblica di un fronte che ha già un’associazione, un comitato, un partito congelato da riattivare e un capogruppo nel mirino. Il congresso di Milano doveva essere la resa dei conti. In realtà, con il voto segreto ancora senza esito noto al momento della scrittura, ha solo stabilito l’ordine del giorno della resa dei conti vera: dopo il voto, dentro il gruppo al Senato, nelle liste delle prossime politiche e, se il Nord deciderà di muoversi, in un contenitore che esiste già.

Il voto segreto dirà quanto pesa la linea del Nord

Al momento della scrittura di questo articolo, l’esito del voto segreto non era ancora noto. I 706 delegati aventi diritto, secondo l’ANSA, votano per una segreteria che durerà quattro anni, fino al 2030. Le previsioni della vigilia danno Salvini intorno all’80% e Garavaglia intorno al 20%, con Il Foglio che quota lo sfidante tra i 200 e i 230 voti. Sono previsioni, non risultati, e il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha avvertito che nel segreto dell’urna «ci potranno essere delle sorprese».

Ed è proprio qui che l’intervento di Giorgetti diventa un misuratore. Se Garavaglia resterà intorno alle previsioni, la linea del Nord avrà parlato ma non avrà spostato il partito. Se invece lo sfidante andrà oltre, verso i 230 voti o più, allora le parole del ministro dell’Economia non saranno state un intervento di contorno, ma la prima voce pubblica di una Lega che chiede di tornare a misurarsi con i territori che la votano. In entrambi i casi, una cosa il congresso di Milano l’ha già decisa: la distinzione tra nazionale e nazionalista, da oggi, è detta ad alta voce, da un ministro in carica, e non si potrà più far finta che non esista.

Aggiornamento. Nel primo pomeriggio il congresso ha riconfermato Salvini segretario fino al 2030 con 465 voti; a Garavaglia ne sono andati 146, il 23,9% dei voti espressi per i due candidati, sotto i 200-230 voti stimati dal Foglio ma sopra la soglia del 18-20% che l’Adnkronos indicava come significativa. Com’è andato il voto e cosa cambia per la Lega.

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Federico Galli
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