Il memo sull’Iran di Clayton a Rubio è datato 23 ottobre, non è classificato, e dice in due frasi quello che Washington di solito non mette nero su bianco. Il direttore dell’intelligence nazionale Jay Clayton scrive al segretario di Stato Marco Rubio — in copia al direttore della CIA John Ratcliffe — che l’Iran ha «sostanzialmente aumentato» gli sforzi per colpire personale americano, e che «i piani letali degli iraniani contro cittadini USA hanno raggiunto fasi avanzate in Medio Oriente e in altri Stati». Lo ha rivelato per primo Axios; CBS e NBC ne hanno citato il testo. Il resto, a quel punto, è già successo: personale ritirato, avvisi riscritti, una regione intera messa in allerta.
Il punto non è che un attacco sia annunciato per un giorno preciso. La nota non indica obiettivi, non indica date, non indica un singolo piano. Il punto è che il capo dell’intelligence americana ha firmato un documento, indirizzato al capo della diplomazia, che arriva mentre sono già in corso misure concrete (la nota però non le cita). Una nota di questo tipo, a nostro giudizio, non si scrive solo per informare: serve anche a coprire decisioni.
La nota di Clayton a Rubio: cosa dice il testo
Le due citazioni riportate dalla stampa americana sono secche. «Attraverso vari canali, abbiamo ricevuto informazioni secondo cui l’Iran ha sostanzialmente aumentato gli sforzi per colpire il personale USA», scrive Clayton. Poi: «I piani letali degli iraniani contro cittadini USA hanno raggiunto fasi avanzate in Medio Oriente e in altri Stati». Clayton aggiunge, secondo NBC News, di stare facendo ogni sforzo per declassificare il più possibile, in modo che Rubio possa condividere le informazioni con il personale del Dipartimento di Stato. È un dettaglio che conta: la nota nasce per essere usata, non per restare in un cassetto.
Va detto subito cosa la nota non prova. Non prova che un attacco sia imminente, non prova che Teheran abbia deciso di colpire, non prova che i piani citati siano pronti a scattare. Prova che l’intelligence americana valuta il rischio come aumentato, e che Washington ha deciso di comportarsi di conseguenza. La differenza, in un conflitto con l’Iran iniziato il 28 febbraio, sospeso dalla tregua di aprile e dalla notarandum di giugno e riesploso a settembre, è la differenza tra un allarme e una profezia. La nota è un allarme.
Chi è Jay Clayton
Clayton non viene dall’intelligence. È un avvocato di Wall Street: oltre vent’anni da socio di Sullivan & Cromwell, dove tra i clienti principali aveva Goldman Sachs — tra i suoi lavori, la quotazione di Alibaba da 25 miliardi di dollari nel 2014 — poi presidente della Securities and Exchange Commission dal 2017 al 2020, nel primo mandato Trump, confermato dal Senato con 61 voti a 37. Alla SEC la sua divisione enforcement ottenne, nell’anno fiscale 2020, i risarcimenti più alti della sua storia. Dopo la SEC tornò in studio come consulente senior, ed è stato docente a contratto alla Penn Law (dal 2009, e di nuovo dal 2021). Nato l’11 luglio 1966 a Fort Eustis, in Virginia, ha una laurea in ingegneria dalla Pennsylvania, una in economia da Cambridge e una in giurisprudenza sempre dalla Pennsylvania, e ha iniziato come assistente di un giudice federale in Pennsylvania.
Nell’aprile 2025 Trump lo ha nominato procuratore USA per il distretto sud di New York, uno degli uffici federali più in vista d’America, dove ha gestito casi di terrorismo, criminalità organizzata, violazioni di sanzioni e frodi finanziarie. Alla direzione dell’intelligence ci è arrivato dopo le dimissioni di Tulsi Gabbard, annunciate il 22 maggio 2026 ed effettive il 30 giugno, e dopo un breve interregno delil direttore della FHFA (l’agenzia federale per il finanziamento immobiliare) Bill Pulte, la cui nomina ad interim aveva suscitato critiche bipartisan. Trump lo ha nominato l’11 giugno, l’audizione al Senato del 15 luglio fu aspra — i democratici lo criticarono perché rifiutava di riconoscere direttamente che Trump avesse perso le elezioni del 2020, mentre il presidente della commissione Tom Cotton ne lodò integrità ed esperienza — e il Senato lo ha confermato il 28 luglio con 51 voti a 47, lungo le linee di partito. Clayton ha giurato il 3 agosto 2026 come nono direttore dell’intelligence nazionale, a capo di 18 agenzie. Il 3-4 ottobre Trump lo ha nominato anche a capo della nuova «Super Intelligence Force» sull’intelligenza artificiale. La legge federale richiede che un candidato a direttore dell’intelligence abbia «ampia esperienza di sicurezza nazionale»: è il punto su cui si è concentrata l’opposizione, ed è anche il punto che rende la nota più interessante. Non la firma un tecnico di carriera: lo firma un uomo di fiducia del presidente, un avvocato, messo a guidare l’intelligence mentre il conflitto con l’Iran è riesploso.
Una pagina, non classificata: perché la forma conta
La nota, secondo le ricostruzioni di chi l’ha letta, è di una pagina sola. L’oggetto descrive piani letali contro americani in Medio Oriente e in altri Stati non nominati. Il destinatario è Rubio, che oltre a segretario di Stato è anche consigliere per la sicurezza nazionale; in copia c’è il direttore della CIA John Ratcliffe. L’autenticità è stata confermata da un funzionario americano al New York Times, la CNN ne ha ottenuto una copia propria e ha riferito che la sostanza corrisponde alla valutazione della comunità di intelligence, e anche CBS ne ha ottenuto il testo. Non è una fuga di notizie non verificata: è un documento la cui esistenza e il cui contenuto sono stati confermati da un funzionario americano coperto da anonimato, dopo la prima segnalazione di Axios.
La forma è parte del messaggio. Una nota non classificata, di una pagina, con un’offerta esplicita di incontri informativi e di declassificazione del resto, nasce per circolare. Clayton scrive che le informazioni sono rilevanti per un gruppo di persone più ampio di quello attualmente autorizzato a riceverle, che l’intelligence sottostante è già stata condivisa con i alti funzionari autorizzati della squadra di Rubio, e che farà ogni sforzo per abbassare la classificazione di quanto possibile, in modo che Rubio possa condividerla con il personale del Dipartimento di Stato potenzialmente a rischio. In altre parole: la nota non serve solo a informare il segretario, serve a mettere in allerta una struttura intera, senza dover declassificare i dettagli operativi. E proprio per questo non nomina obiettivi, non nomina metodi, non nomina gli Stati fuori dal Medio Oriente, e non dice che un attacco sia imminente. Chi lo legge come una previsione sbaglia documento: è un avviso di rischio, scritto per essere condiviso.
Le misure già scattate: Arabia Saudita e avvisi di viaggio
Mercoledì 21 ottobre, secondo Reuters, il Dipartimento di Stato ha ordinato ai dipendenti governativi non essenziali e ai loro familiari di lasciare le missioni diplomatiche in Arabia Saudita, e ha previsto il ritiro dei familiari da altre missioni nella regione. Le ricostruzioni successive precisano i luoghi: tra il 21 e il 22 ottobre l’ordine ha riguardato l’ambasciata di Riyadh e i consolati di Jeddah e Dhahran. Altre sedi — Giordania, Libano, Qatar ed Emirati Arabi Uniti — sono passate a un regime di «operazioni ristrette», con personale ridotto. Il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha poi chiarito che l’ordine formale di evacuazione riguardava solo l’Arabia Saudita, e che le notizie di una chiusura più ampia nel Golfo erano inaccurate. Il Pentagono, intanto, ha riposizionato in modo discreto truppe e mezzi in Medio Oriente, in risposta alle minacce dirette dell’Iran e degli Houthi. Tra venerdì 23 e sabato 24 ottobre, poi, Washington ha aggiornato gli avvisi di viaggio per 13 Stati del Medio Oriente: Arabia Saudita, Bahrein, Iran, Iraq, Giordania, Libano, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Siria, Yemen e Israele.
Qui serve una precisazione che il titolo da solo non dà. I livelli degli avvisi non sono stati alzati: Iran, Iraq, Libano, Siria e Yemen restano al livello 4, «non viaggiare»; Arabia Saudita, Bahrein, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati e Israele restano al livello 3, «rivalutare il viaggio». È cambiato il testo, non il livello. Un funzionario del Dipartimento di Stato, citato da The National, ha detto che gli avvisi «non indicano nuove capacità degli Houthi», ma avvertono che le ostilità potrebbero «estendersi rapidamente oltre la zona immediata». L’allarme, insomma, è reale ma misurato: Washington allarga la mappa del rischio senza dichiarare un’emergenza nuova.
Hormuz, il secondo fronte: la guerra delle petroliere
La nota non riguarda solo le ambasciate. Ottobre 2026 è, secondo Reuters, il mese peggiore di sempre per gli attacchi al traffico commerciale nello stretto di Hormuz e nelle acque vicine: 28 attacchi confermati o segnalati in ottobre, 113 da quando la guerra USA-Israele contro l’Iran è iniziata il 28 febbraio, secondo il conteggio del Washington Institute for Near East Policy. L’Organizzazione marittima internazionale ne registra 120 nello stretto e nel Medio Oriente allargato dall’inizio del conflitto, con oltre 30 superpetroliere danneggiate, 11 nel solo mese di ottobre: ogni VLCC trasporta circa 2 milioni di barili, e le navi colpite rappresentano circa il 3,5% della flotta mondiale, che supera le 900 unità. Prima della guerra, circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas liquefatto passava da Hormuz. Da lì passa anche la pressione sui prezzi, e quindi sulle elezioni americane.
Due funzionari iraniani, citati da Reuters il 14 ottobre, hanno detto che Teheran ha cambiato tattica marittima circa dieci giorni prima, aumentando gli attacchi contro navi considerate in violazione delle sue restrizioni, ed estendendo le operazioni oltre Hormuz al Golfo dell’Oman e alle acque vicino a Qatar ed Emirati. Un funzionario militare americano ha detto che i Guardiani della rivoluzione usano osservatori su piccole imbarcazioni per individuare gli obiettivi, dopo che gli attacchi americani avevano danneggiato i radar iraniani. Il 22 ottobre i media statali iraniani hanno riferito di sette petroliere danneggiate o in fiamme nello stretto, tra attacchi e mine: un dato non confermato in modo indipendente, e da prendere come rivendicazione iraniana, non come conteggio verificato. Il 24 ottobre il portavoce Houthi Yahya Saree ha rivendicato sette operazioni contro impianti petroliferi sauditi — Aramco a Yanbu, la raffineria di Rabigh, stazioni di pompaggio e l’oleodotto Est-Ovest — e quattro aeroporti: la coalizione guidata dai sauditi ha confermato intercettazioni su Riyadh, Taif e Yanbu, senza confermare colpi riusciti su petrolio o aeroporti. Anche qui, la regola è la stessa della nota: distinguere la rivendicazione dal fatto verificato.
Perché adesso: Houthi, aeroporti e Hormuz
La nota arriva dopo una sequenza precisa. Gli attacchi degli Houthi, alleati dell’Iran, contro l’Arabia Saudita si sono intensificati in ottobre. Il 10 ottobre un missile ha colpito il complesso dei terminal 3 e 4 dell’aeroporto King Khalid di Riyadh: 12 morti e 309 feriti secondo la coalizione a guida saudita (13 morti per altre fonti), l’attacco più letale in Arabia Saudita da oltre un decennio. Nei giorni successivi altri attacchi hanno colpito aeroporti e infrastrutture, e dall’inizio di ottobre almeno 20 persone sono morte negli attacchi contro gli aeroporti sauditi. Reuters collega a questa sequenza anche l’aumento degli attacchi contro il traffico commerciale nello stretto di Hormuz.
All’inizio di ottobre, sempre secondo Reuters, fonti avevano detto che l’Iran stava preparando una risposta più decisa se gli Stati Uniti avessero ripreso attacchi militari su larga scala sul suo territorio. La nota del 23 ottobre si inserisce in quella minaccia: non è la prova di un piano iraniano isolato, è il segnale che Washington legge gli attacchi Houthi, le minacce a Hormuz e i piani contro il personale USA come parti della stessa pressione. Teheran, in questa lettura, non colpisce solo con missili: alza il costo della presenza americana in tutta la regione.
Cosa significa a nove giorni dalle midterm
Il calendario conta. Il 3 novembre gli americani votano per il Congresso, e un attacco contro personale USA in Medio Oriente, o anche solo un allarme credibile, entra direttamente nella campagna. Venerdì 23 ottobre, secondo le cronache, Trump ha detto che gli Stati Uniti «potrebbero fare un altro piccolo Epic Fury», usando il nome in codice dell’operazione con cui il 28 febbraio iniziò la guerra contro l’Iran, mentre un avvertimento di un inviato americano, secondo cui Washington potrebbe colpire l’Iran «questo fine settimana», teneva alta la tensione. I Guardiani della rivoluzione, secondo Al Jazeera, hanno risposto che Teheran seguirebbe una nuova strategia offensiva se gli Stati Uniti avessero rinnovato gli attacchi. L’Iran, invece, non ha risposto direttamente alla nota in sé. La nota di Clayton, in questo senso, fa due cose insieme. All’interno dell’amministrazione, crea la traccia formale per le decisioni di sicurezza: nessuno, dopo, potrà dire che il rischio non era stato segnalato. All’esterno, prepara l’opinione pubblica all’idea che la guerra con l’Iran non sia un fronte lontano, ma un rischio per cittadini americani con nome e indirizzo.
Resta una domanda aperta, ed è quella che la nota lascia volutamente senza risposta: Teheran vuole davvero colpire, o vuole che Washington creda che colpirà? La minaccia, anche solo annunciata, produce già un effetto: ambasciate svuotate, voli cancellati, compagnie che evitano rotte, alleati del Golfo che chiedono protezione. L’Iran, se questa è la strategia, non ha bisogno di un attentato riuscito per ottenere un risultato. Gli basta che il direttore dell’intelligence americana firmi che i suoi piani hanno raggiunto «fasi avanzate». E quello, il 23 ottobre, è successo.
Fonti
- CBS News, 23 ottobre 2026: memo non classificato del DNI Clayton a Rubio, «substantially increased efforts to target U.S. personnel», piani letali in «advanced stages»
- NBC News: autenticità confermata da un funzionario USA, prima notizia di Axios, impegno a declassificare
- Reuters, 24 ottobre 2026 (Humeyra Pamuk, Enas Alashray): memo Clayton a Rubio del 23 ottobre, copia a Ratcliffe, prima segnalazione di Axios; ritiro del personale non essenziale dall’Arabia Saudita; avvisi di viaggio aggiornati sabato per oltre una dozzina di Stati del Golfo e del Medio Oriente
- The National via NonRev Travel News, 24 ottobre 2026: 13 Stati coperti dagli avvisi aggiornati, livelli invariati, funzionario del Dipartimento di Stato sulle capacità Houthi, ritiro del personale dalle ambasciate
- The Traveler, ottobre 2026: elenco dei 13 Stati, livelli 3 e 4 per Stato, motivi indicati negli avvisi
- Defense and Tech, ottobre 2026: sequenza degli attacchi Houthi agli aeroporti sauditi, attacco del 10 ottobre a Riyadh con 13 morti e 308 feriti
- Ricostruzione del memo, ottobre 2026 (da The Hindu, Al Jazeera, New York Times, CNN): memo di una pagina, non classificato, Rubio anche consigliere per la sicurezza nazionale, copia a Ratcliffe, conferma di autenticità, Trump e «un altro piccolo Epic Fury», Guardiani della rivoluzione
- Ricostruzione del memo, ottobre 2026 (da CBS e AP): evacuazione del 21-22 ottobre da Riyadh, Jeddah e Dhahran, operazioni ristrette in Giordania, Libano, Qatar ed Emirati, chiarimento di Pigott, riposizionamento del Pentagono
- Reuters, 23 ottobre 2026: ottobre mese peggiore per gli attacchi a Hormuz, 28 attacchi in ottobre, 113 dal 28 febbraio, oltre 30 superpetroliere danneggiate, 11 in ottobre, circa il 3,5% della flotta mondiale
- The Media Line, 14 ottobre 2026: cambio di tattica marittima iraniana dieci giorni prima, estensione al Golfo dell’Oman e alle acque di Qatar ed Emirati, osservatori su piccole imbarcazioni
- BBN Times, profilo di Jay Clayton, ottobre 2026: Sullivan & Cromwell, SEC 2017-2020, SDNY, nomina dell’11 giugno 2026, audizione del 15 luglio, conferma 51-47, Super Intelligence Force del 4 ottobre
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